lunedì 31 marzo 2014

Non ci pieghiamo.

di Francesco Salistrari.

Come un calesse sobbalzante, tra scalpiccii e rumor di ruote di legno.

Il selciato è bagnato, basta poco per scivolar giù. Ma tanto, dicono in tanti, più di cadere a terra, dove si può andare? Si può anche scavare, certo, ma dopo un certo tempo, dopo aver riassorbito il trauma della botta, quell’ematoma fastidioso che non va via, violaceo e ipocrita che ti guarda e ti giudica, ricordandoti quanto stupido sia stato per esser finito a terra. E tu a dirgli che è il selciato. Che è la pioggia. Che son le scarpe. Trovando mille rivoli su cui scivolare le proprie responsabilità. E stai là a palleggiarti, spalleggiarti con qualcuno, qualcosa, senza saper bene cosa dire.

Il cielo può sembrare carico d’acqua. Ma è notte e dunque non si vede. Se ne sente l’incombenza minacciosa sulla testa, tutto qui. Un peso, elettrico, che ti spinge verso terra, ancora una volta. Con quelle sue mani da vecchio irabondo, quel suo sguardo frecciato, quel suo dito inquisitore. E’ complicato camminare in questo mondo, quando a sorreggerti sono queste gambe. Passo malfermo, indecente, zoppicante, lento.

Appoggiarsi ad un'anta di porta, a quella sua consistenza sicura, rifiatare, far finta di trovare energie, con un senso di fame perenne. Affamati di qualcosa che non c’è. Che non si trova. Che non viene regalato. Perché nessuno ti regala niente, ci viene insegnato. Ma poi guardi quegli sguardi lì, al chiaro di luna, intorno a quel fuoco fumoso e scoppiettante, dove ogni parola ha un senso, un peso, un colore, una dolcezza infinita, pur nella rudezza, nella spontaneità di un fiato che è cuore, anima, dignità insieme. E li guardi, li riconosci, alcuni sono stati lì, con te, da sempre. Quegli occhi carichi di paura, ma non di rassegnazione. Quel coraggio fatto di muscoli e di energia, che sprigiona prepotente nella notte fino all’alba.

Nulla ti viene regalato. Così dicono. E poi guardi quelle mani candide donarti un pezzo di pane, una caffè bollente nel freddo del mattino, un sorriso, una carezza, una grazie tacito ma mai così dolce, mai così esplicito. E osservi il cielo carico di pioggia, ancora una volta, adesso lo vedi, è lì, alleato perenne di questa ingiustizia. Ti viene a bagnare fin nelle ossa. Ma non c’è pace e non c’è sottomissione, per queste anime ribelli, ma giuste, coscienti, amanti.

E scopri l’amore.

Un amore travolgente. Per l’aria che respiri, che condividi, che anima il tuo petto e le tue parole, simili a farfalle che ti dicono chi sei.

Un amore estenuante. Potente. Come potente il suono di queste voci. Come profondo il burrone nel quale qualcuno vuole spingerci. Ma non spingete. Non cadiamo. Non adesso. Non così.

Moriremo amando. E morendo ameremo. Ancora e ancora. Tutti quei volti, quelle carezze, quella dignità che si alza come un canto, dai boschi, dai monti, dalle vallate. Da ogni singolo ramo, da ogni foglia, da ogni filo d’erba.

Figli di questa terra, noi abbiamo capito.

E non c’è potere che tenga, contro l’amore. Il più potente esercito schierato a battaglia di quest’uomo, che cammina, ancora trafelato, zoppicante, quasi malato, ma che, gridarlo è un dovere, non piega la testa!



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