venerdì 31 gennaio 2014

Con Tsipras? Nemmeno per sogno!

di Diego Fusaro.

Recentemente, in un’intervista pubblicata su un giornale greco, l’editorialista di RepubblicaBarbara Spinelli ha preso posizione a favore della candidatura del leader di Syriza, Tsipras, a presidente della Commissione Europea. La Spinelli si augura la nascita di una lista di sostegno in Italia: “Non dovrebbe essere – ha detto – una coalizione dei vecchi partiti della sinistra radicale ma qualcosa per scuotere la coscienza della società con l’obiettivo di unire tutte le forze colpite dalla crisi”. Per un’altra Europa, contro l’austerity e i nuovi nazionalismi.

Le intenzioni sono buone, la via proposta è pessima. Quel che né la Spinelli né Tsipras mettono in luce è che l’Europa federale dei popoli fratelli e democratici non è possibile se non uscendo dall’odierno lager eurocratico. Riformarlo in corso d’opera non è possibile. Ciò che sembra sfuggire tanto alla Spinelli quanto a Tsipras è che solo uscendo dall’euro e dall’odierno incubo si può perseguire il sogno desto di un’altra Europa, ossia, appunto, l’Europa dei popoli fratelli e degli Stati democratici sovrani. Tutto il resto è chiacchiera politicamente corretta di sinistra. In poche parole, la Spinelli e Tsipras vogliono democrazia, giustizia sociale e libertà dei popoli e, insieme, vogliono mantenere ciò che le rende impossibili, appunto l’odierno dispositivo eurocratico.

Come giustamente ha rilevato Alberto Bagnai, la funzione della moneta unica non è servire i popoli, ma asservirli, rinsaldando il potere dell’oligarchia finanziaria e del grande capitale europeo, cifra macabra di un’Europa finanziaria in cui i popoli e le nazioni non contano più nulla né come soggetto politico, né come soggetto sociale. Se non si abbandona la dittatura della moneta unica, se non si riconquista la sovranità democratica dei popoli e delle nazioni, ogni tentativo di perseguimento della giustizia sociale è inevitabilmente votato allo scacco.

Il progetto eurocratico si rivela organico alla dinamica post-1989 a) di destrutturazione degli Stati nazionali come centri politici autonomi (con annesso disciplinamento dell’economico da parte del politico) e b) di “spoliticizzazione” (Carl Schmitt) integrale dell’economia, trasfigurata in nuovo Assoluto. Dal Trattato di Maastricht (1993) a quello di Lisbona (2007), la creazione del regime eurocratico ha provveduto a esautorare l’egemonia del politico, aprendo la strada all’irresistibile ciclo delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione forzata del lavoro e della riduzione sempre più netta dei diritti sociali. Spinelli e Tsipras vorrebbero rimuovere gli effetti lasciando però le cause. Il che, evidentemente, non è possibile.


Finché si permane sul terreno dell’odierna Europa spoliticizzata, non v’è spazio per manovre contro l’austerità e in difesa dei popoli oggi oppressi. Finché non si rimuove la causa dell’ingiustizia, non è possibile sopprimere neppure i suoi effetti. Quando lo capiranno la Spinelli e Tsipras? Quando capiranno che l’Europa dell’euro e del primato assoluto della finanza è esattamente ciò che impedisce e sempre impedirà la realizzazione dell’unione pacifica dei popoli, rispettosi delle differenze e delle tradizioni, delle lingue e delle culture, del valore assoluto degli individui inseriti nelle loro comunità di appartenenza? Quando capiranno quello che già a suo tempo aveva capito Ernst Bloch (cfr. Eredità del nostro tempo), ossia il fatto che l’idea di nazione e di sovranità non è di destra (forse che le grandi rivoluzioni comuniste non sono sorte nel Novecento da questioni nazionali?), ma lo diventa quando la sinistra la abbandona alle destre stesse?


fonte: LoSpiffero

Il mondo va verso una crisi energetica globale.


DI NAFEEZ AHMED
The Guardian


Importanti personaggi del mondo dell’industria, dell’esercito e della politica esplorano i rischi di un caos finanziario, dell’esaurimento del petrolio e di una possibile catastrofe climatica. 

Un’importante conferenza, sponsorizzata da un alto ufficiale dell’esercito americano, ha riunito vari esperti a Washington e Londra, che hanno paventato come la continua dipendenza dai combustibili fossili possa mettere il mondo a rischio di una seria crisi energetica, che potrebbe infiammare una crisi finanziaria ed esacerbare un pericoloso cambiamento.


Il 'Transatlantic Energy Security Dialogue’ (Conferenza sull’energia e la Sicurezza Transatlantica), che si è tenuto il 10 dicembre dello scorso anno, è stato co-organizzato privatamente dal Tenente Colonnello dell’esercito americano Daniel L. Davis in associazione con l’ex geologo petrolifero Jeremy Leggett, direttore dell’UK Industry Taskforce on Peak Oil and Gas (commissione del Regno Unito sul Picco del Petrolio e del Gas).

I partecipanti, collegati in videoconferenza, erano ufficiali militari in pensione, esperti di sicurezza, quadri dell’industria e politici dei maggiori partiti, tra cui due ex ministri britannici. Secondo il colonnello Davis, veterano con alle spalle quattro periodi di servizio in Afghanistan e in Iraq, e collaboratore dell'Armed Forces Journal:

"Abbiamo organizzato l’evento per evidenziare che l’idea che va per la maggiore - quella di una futura produzione di petrolio e gas che sia in grado di sostenere indefinitamente il nostro attuale stile di vita - è basata su una scelta selettiva dei dati. Abbiamo riunito esperti di vari campi, con un largo spettro di vedute, al fine di poter valutare in modo comprensivo le informazioni più importanti. Quando se ne osservano solo alcune, come ad esempio la rinascita della produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti, il quadro sembra roseo ma, scavando un po’ più a fondo, è evidente come questa sia solo una parte del quadro. L’insieme complessivo dimostra invece che il nostro sistema attuale non può continuare senza prendersi rischi significativi.”
La discussione si è aperta con la presentazione di Mark C. Lewis, ex capo della ricerca energetica alla Divisione Materie Prime della Deutsche Bank, che ha evidenziato tre problemi interconnessi che riguardano il sistema energetico globale: un "elevato tasso di declino" della produzione globale; investimenti "sempre maggiori” per poter "trovare nuovo petrolio"; e dal 2005, “esportazioni di petrolio greggio in calo su scala globale”.

Lewis ha riferito inoltre ai partecipanti che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) dispone, nel suo World Energy Outlook, di analisi "esaustive" sui 1.600 campi petroliferi più importanti, che forniscono circa il 70% dell'attuale fornitura globale di petrolio. L’analisi rivela un “tasso di declino riscontrato del 6,2%" – il doppio della stima di circa il 3% dell’IEA sul declino ipotizzato fino al 2035. Il rapporto dell’IEA mostra inoltre che, nonostante gli investimenti dell’industria petrolifera siano triplicati dal 2000 (un incremento del 200-300% circa), l’incremento della fornitura di petrolio nello stesso periodo è stato appena del 12%.
Lewis ha detto:
“Si tratta di un dato strabiliante che dovrebbe preoccupare e far suonare un campanello d’allarme. Per me ciò significa che qualcosa è davvero cambiato nell’economia dell’industria petrolifera e che bisogna investire sempre di più per incrementare una produzione in costante diminuzione. “


Lewis ha inoltre riferito all’EIA (Energy Information Administration) come, nonostante un aumento globale delle esportazioni di greggio “dal 2001 al 2005" e “un picco nel 2005”, ci sia un “calo significativo dal 2009 in poi”. Lewis ha attribuito questo trend al vertiginoso aumento della popolazione nel Medio Oriente, che ha portato a una maggiore domanda interna, che a sua volta ha eroso la quantità di petrolio esportabile sul mercato mondiale. La popolazione dei paesi dell’OPEC (Organisation of Petroleum Exporting Countries) è aumentata a un tasso doppio rispetto alla tendenza globale dal 2000 in avanti. Ciò ha provocato un incremento del consumo interno di petrolio a un ritmo quattro volte più veloce, circa il 56%, rispetto al resto del mondo. Questi incrementi nel consumo nazionale, che limitano le esportazioni globali, sono stati possibili grazie a un relativo incremento dei sussidi interni, ha detto Lewis. I sussidi ai combustibili fossili sono aumentati di 544 miliardi di dollari, quasi la metà stanziati da Arabia Saudita e Iran.


Basandosi su questa tendenza al declino delle esportazioni petrolifere, Lewis ha contestato la previsione dell’IEA di un incremento delle esportazioni/importazioni globali di petrolio greggio da 35 a 38 milioni di barili al giorno fino al 2035. Lewis ha inoltre sottolineato che, se i sussidi nazionali venissero rimossi dall’OPEC al fine di facilitare l’export, ciò creerebbe "un rischio maggiore di disordini sociali e interni", come già accaduto dalla "Primavera Araba" in poi.

La presentazione di Lewis è stata elogiata dal geoscenziato David Hughes, ex-membro del Geological Survey of Canada, che a sua volta ha presentato un'abbondante mole di dati ufficiali, secondo i quali il petrolio di scisto potrebbe raggiungere il picco di produzione nel 2016-17.

Allo stesso modo, la produzione negli Stati Uniti di shale gas ha avuto un picco nell’ultimo anno, ed è molto improbabile che possa essere proseguita nel lungo termine, a causa dei forti tassi di declino e perché la grande maggioranza di questa produzione viene da solo due o tre siti.

Il risultato è che la dipendenza dai combustibili fossili sta diventando sempre più costosa, con i prezzi del petrolio che continueranno a salire nel prossimo futuro, andando a impattare sempre più sulla crescita economica globale. Nel peggiore dei casi il declino delle esportazioni globali potrebbe portare al rischio di una crisi petrolifera, che potrebbe a sua volta innescare un'altra crisi finanziaria.

Leggett, co-organizzatore della conferenza e autore del nuovo libro “L’Energia delle Nazioni”, ha detto:
“Non si deve dimenticare che solo pochissime persone avevano allertato il rischio di una grave crisi finanziaria, cosa poi rivelatasi vera quando il tracollo ha iniziato a prendere forma.” Sempre secondo Leggett, è improbabile che una crisi energetica globale "possa scoppiare prima del 2015".
Secondo il Col. Davis, i funzionari di alto rango al Pentagono stanno diventando scettici sulle previsioni della tracotante industria petrolifera:
"Molti funzionari di alto livello vogliono avere informazioni sempre più chiare sulla sostenibilità dell’attuale sistema energetico. Bisogna ricordare che ai militari non importa che cosa si vuole fare, ma cosa sia può fare. La nostra prima preoccupazione è quella di far capire i limiti potenziali della nostra capacità operativa. Anche l’EIA ha previsto un picco della produzione di shale entro il 2018, seguito da una stabilizzazione e da un declino, e il Pentagono lo sa. Ma le nostre infrastrutture sono totalmente dipendenti dai combustibili liquidi. Come faremo ad alimentarle con gli attuali tassi di declino? Ecco perché questi argomenti, che stanno prendendo piede sia tra gli alti ufficiali dell’esercito americano che nella società civile americana, possono servire per affrontare questa sfida.”



Il Dott. Nafeez Ahmed è direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research & Development e autore di "A User's Guide to the Crisis of Civilisation: And How to Save It".
Seguitelo su twitter: @nafeezahmed

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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NUNZIO PERNA

giovedì 30 gennaio 2014

La scienza ci dice di ribellarci.

ddNel dicembre 2012, un ricercatore di sistemi complessi, di nome Brad Werner e dai capelli fucsia, fa il suo ingresso tra una folla di 24.000 tra geologi e ingegneri spaziali al Fall Meeting dell’American Geophysical Union, che si tiene annualmente a San Francisco. Il titolo del suo intervento è : “La Terra è fottuta?” (titolo completo “La Terra è fottuta? Totale inutilità della gestione ambientale globale e possibilità di sostenibilità attraverso l’attivismo”). Brad conduce il pubblico attraverso un avanzato modello informatico che ha utilizzato per rispondere all’interrogativo. Parla dei limiti del sistema e di tutta una serie di dati alquanto incomprensibili per i non-iniziati alla teoria dei sistemi. Ma l’ultimo passaggio è sufficientemente chiaro: il capitalismo globale ha operato un dissipamento di risorse così rapido, facile e senza limiti, da causare una pericolosa instabilità nei “sistemi uomo-natura”. Pressato dai giornalisti per una risposta più chiara e diretta all’interrogativo “siamo fottuti?”, Werner ha messo da parte il gergo tecnico e ha risposto: “Più o meno”. E’ emerso un dato, tuttavia, nel modello presentato – scrive Naomi Klein in questo articolo pubblicato alcuni mesi fa – , che offre un margine di speranza. Werner l’ha chiamato “resistenza”: i movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano una serie di modelli di comportamenti non rientranti all’interno della cultura capitalista”.
di Naomi Klein
La nostra incessante richiesta di crescita economica sta uccidendo il pianeta? Gli esperti climatici hanno analizzato i dati e sono arrivati a delle provocatorie conclusioni.
Nel dicembre 2012, un ricercatore di sistemi complessi, di nome Brad Werner e dai capelli fucsia, fa il suo ingresso tra una folla di 24.000 tra geologi e ingegneri spaziali al Fall Meeting dell’American Geophysical Union, che si tiene annualmente a San Francisco. Il convegno questa volta conta alcuni grossi nomi tra i partecipanti, da Ed Stone, del progetto Voyager della Nasa, che presenta una nuova svolta nel percorso dello spazio interstellare, al regista James Cameron, che racconta le sue avventure in sommergibile nelle profondità del mare.
Ma è stato proprio l’intervento di Werner che ha fatto più scalpore. Il titolo era “La Terra è fottuta?” (titolo completo “La Terra è fottuta? Totale inutilità della gestione ambientale globale e possibilità di sostenibilità attraverso l’attivismo”).
Di fronte alla sala conferenze, il geofisico dell’Università della California, San Diego, ha condotto il pubblico attraverso un avanzato modello informatico che ha utilizzato per rispondere all’interrogativo. Ha parlato dei limiti del sistema, le perturbazioni, le dissipazioni, gli attrattori, le biforcazioni e tutta una serie di altri dati alquanto incomprensibili per i non-iniziati alla complessa teoria dei sistemi. Ma l’ultimo passaggio era sufficientemente chiaro: il capitalismo globale ha operato un dissipamento di risorse così rapido, facile e senza limiti, da causare una pericolosa instabilità nei “sistemi uomo-natura”. Pressato dai giornalisti per una risposta più chiara e diretta all’interrogativo “siamo fottuti?”, Werner ha messo da parte il gergo tecnico ed ha risposto: “Più o meno”.
E’ emerso un dato, tuttavia, nel modello presentato, che offre un margine di speranza. Werner l’ha chiamato “resistenza”: i movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano una serie di modelli di comportamenti non rientranti all’interno della cultura capitalista”. Stando alla sintesi della sua presentazione, questi includono “le azioni volte alla salvaguardi dell’ambiente, i modelli di resistenza al di fuori dalla cultura dominante, come le proteste, i boicottaggi e il sabotaggio delle popolazioni indigene, lavoratori, anarchici e altri gruppi di attivisti”.
I classici convegni scientifici solitamente non prevedono incitazioni ad una rivolta politica di massa, azioni più o meno dirette e sabotaggi. Ma a dir la verità, Werner non ha detto esattamente questo. Lui si è limitato ad osservare oggettivamente che le rivolte di massa delle persone – come il movimento abolizionista, il movimento per i diritti civili od Occupy Wall Street – rappresentano la più probabile fonte di “frizione” per rallentare una macchina economica che viene condotta senza controllo alcuno. Sappiamo che nel passato i movimenti sociali “hanno avuto una enorme influenza sull’evoluzione della cultura dominante”, ha osservato. Ha senso quindi dire che, “se pensiamo al futuro della terra e il futuro del nostro rapporto con l’ambiente, dobbiamo includere i movimenti di resistenza come parte di queste evoluzioni”, e che – ha affermato Werner – non è solo una questione di opinione, ma rappresenta “veramente una questione geofisica”.
Molti scienziati sono stati mossi dalle loro stesse ricerche a mobilitarsi attivamente. Fisici, astronomi, medici e biologi, sono stati in prima linea in movimenti contro le armi nucleari, l’energia nucleare, la guerra, la contaminazione chimica e il creazionismo. Nel novembre 2012, la rivista Nature ha pubblicato un articolo del finanziere e filantropo ambientalista Jeremy Grantham, che sollecitava gli scienziati a unirsi a queste attività e “farsi anche arrestare se necessario”, perché il cambiamento climatico “non rappresenta solo una crisi che coinvolge le nostre singole vite – ma minaccia l’esistenza stessa della nostra specie”.
Alcuni scienziati non avevo bisogno di essere convinti. Il padre della moderna scienza climatica, James Hansen, è un formidabile attivista ed è stato arrestato una mezza dozzina di volte per aver combattuto per la rimozione delle miniere di carbone in cima alle montagne e le sabbie bituminose (ha persino lasciato il suo lavoro alla Nasa quest’anno, anche per avere più tempo per le sue campagne). Due anni fa, quando sono stata arrestata fuori della Casa Bianca alla manifestazione contro gli impianti di estrazione delle sabbie bituminose della Keystone XL, una delle 166 persone arrestate quel giorno, era un glaciologo di nome Jason Box, esperto mondiale in materia di scioglimento dei ghiacci in Groerlandia.
“Non avrei potuto guardarmi allo specchio se non fossi andato”, disse Box quella volta, aggiungendo che “limitarsi a votare non è sufficiente in questi casi. Bisogna anche comportarsi da cittadini”.
Tutto ciò è lodevole, ma quello che Werner ha fatto con il suo prospetto è differente. Non ha detto che la sua ricerca lo ha portato a impegnarsi a fermare un particolare provvedimento; ha detto che la sua ricerca mostra che il nostro stesso paradigma economico è una minaccia per la stabilità ecologica e che sicuramente, sfidare questo paradigma economico attraverso la pressione dei movimenti di massa, è la cosa migliore che l’umanità possa fare per evitare la catastrofe.
E’ roba forte, ma lui non è l’unico a dirlo. Werner fa parte di un piccolo ma influente gruppo di scienziati le cui ricerche in merito alla destabilizzazione dei sistemi naturali – in particolare il sistema climatico – li ha condotti a simili conclusioni trasformative e persino rivoluzionarie. E per ciascuno di quei potenziali rivoluzionari che hanno sognato intimamente di sovvertire l’attuale ordine economico a favore di uno che non condanni i pensionati italiani a impiccarsi a casa loro, questo lavoro dovrebbe essere di particolare interesse. Perché presenta la sostituzione di questo crudele sistema economico con qualcosa di nuovo (e forse, con molto lavoro, anche migliore), non più come una questione di semplice preferenza ideologica, ma piuttosto come una necessità essenziale di tutte le specie viventi.
A condurre il gruppo di questi nuovi rivoluzionari della scienza, vi è Kevin Anderson, il maggior esperto climatologo britannico e vice direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research, uno dei migliori istituti di ricerca sul clima della Gran Bretagna. Confrontandosi con tutti, dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale al Consiglio comunale di Manchester, Anderson ha trascorso più di dieci anni a illustrare pazientemente le implicazioni delle recenti scoperte scientifiche sul clima, a politici, economisti e attivisti. Con un linguaggio chiaro e comprensibile, ha presentato un rigoroso programma per la riduzione delle emissioni, che prevede un soddisfacente piano per mantenere le temperature globali al di sotto dei 2 gradi centigradi, obiettivo indicato dalla maggior parte dei governi per prevenire la catastrofe.
Ma negli ultimi anni, i documenti e le presentazioni di Anderson sono divenute sempre più allarmanti. In un articolo dal titolo “Cambiamenti climatici: spingersi oltre la soglia del pericolo… numeri allarmanti e tenui speranze”, ha indicato che le chance di restare nei limiti delle temperature di sicurezza, sta drasticamente diminuendo.
Con la sua collega Alice Bows, esperta climatica del Tyndall Centre, Anderson ha indicato come si sia perso così tanto tempo a causa di stalli politici e deboli politiche climatiche – mentre i consumi (e le relative emissioni) globali continuavano a crescere a vista d’occhio –, che ora ci troviamo di fronte alla necessità di tagli così drastici da minare, tra le altre cose, i fondamentali logici della priorità posta alla crescita del PIL.
Anderson e Bows chiariscono che il noto obiettivo di riduzione di lungo termine – riduzione delle emissioni dell’80% sotto i livelli del 1990, entro il 2050 – è stato individuato puramente per ragioni di interesse politico e non ha “alcun fondamento scientifico”. L’impatto climatico, infatti, non dipende solo da quanto emettiamo oggi o domani, ma dalle emissioni complessive che si consolidano nell’atmosfera nel corso del tempo. I due scienziati mettono inoltre in guardia sul fatto che, concentrandosi su obiettivi da tre a cinque anni di tempo – anziché su quanto possiamo fare per ridurre il biossido di carbonio in modo netto e immediato-, vi è il serio rischio di consentire alle nostre emissioni di continuare ad aumentare negli anni a venire, superando pertanto di gran lunga i 2 gradi di “bilancio di carbonio” e ritrovarci così in una posizione insostenibile già nel corso di questo secolo.
Questo è il motivo per cui Anderson e Bows sostengono che, se i governi dei paesi sviluppati vogliono seriamente raggiungere l’obiettivo concordato a livello internazionale di mantenere le temperature al di sotto dei 2 gradi centigradi e se le riduzioni devono rispettare un principio di equità (ossia, fondamentalmente, che i paesi che hanno emesso carbonio per la maggior parte degli ultimi due secoli devono iniziare a ridurre prima di quei paesi in cui più di un miliardo di persone ancora non ha neanche accesso all’elettricità), allora le riduzioni devono essere molto più drastiche e devono essere affrontare prima.
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Per avere il 50% di possibilità di riuscire a raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi (soglia che, ci viene specificato, comporta pur sempre una serie di impatti climatici estremamente nocivi), i paesi industrializzati devono iniziare a tagliare le loro emissioni di gas serra per un qualcosa intorno al 10% anuo – e devono iniziare a farlo ora! Ma Anderson e Bows si spingono oltre e fanno notare che questo obiettivo non può essere raggiunto con espedienti quali la modesta politica dei prezzi del carbone o soluzioni green-tech solitamente sostenute dai grandi gruppi industriali della green economy. Queste misure certamente aiutano, ma non sono affatto sufficienti: il 10% in meno di emissione, anno dopo anno, è praticamente senza precedenti da quando abbiamo iniziato ad alimentare le nostre economie con il carbone. Infatti, un taglio al di sopra dell’1% annuo “è stato storicamente associato solo a periodi di recessione economica e sconvolgimento”, come ha affermato l’economista Nicholas Stern nel suo report del 2006 per il governo inglese.

Neanche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si sono avute riduzioni di questa durata e profondità (gli ex paesi sovietici hanno sperimentato una riduzione media di circa il 5% ma nell’arco di un periodo di 10 anni). Né si sono avute dopo il crollo di Wall Street nel 2008 (i paesi più ricchi hanno avuto un calo di circa il 7% tra il 2008 e il 2009, ma le loro emissioni di CO2 sono risalite alla grande nel 2010 e le emissioni di Cina e India hanno continuato a salire). Stando ai dati storici del Carbon Dioxide Information Analysis Centre, solo all’indomani della Grande Crisi del 1929 gli Stati Uniti, ad esempio, hanno sperimentato un crollo delle emissioni superiore al 10% annuo per diversi anni consecutivi. Ma quella fu la peggiore crisi economica dei tempi moderni.
Se vogliamo evitare che, per raggiungere i limiti di emissioni fissati dalla scienza, si arrivi a una tale carneficina, la riduzione del carbone deve essere gestita attentamente attraverso quella che Anderson e Bows descrivono come una “radicale e immediata strategia di decrescita negli USA, in Europa e nelle altre nazioni ricche”. Che va bene, se non fosse che siamo governati da un sistema che vede nella crescita del PIL un vero e proprio feticcio, senza riguardo alcuno per le conseguenze sull’uomo e la natura e nel quale la classe politica neoliberista ha ampiamente abdicato alla propria responsabilità nella gestione delle cose, dal momento che il mercato rappresenta il motore invisibile a cui affidare qualsiasi scelta.
Quindi, quello che Anderson e Bows dicono è che siamo ancora in tempo per evitare un catastrofico riscaldamento globale, ma non all’interno delle regole capitaliste come attualmente concepite. E questo è il miglior argomento che abbiamo mai avuto per deciderci a cambiare queste regole.
In una ricerca del 2012 apparsa sull’autorevole rivista scientifica Nature Climate Change, Anderson e Bows hanno lanciato un guanto di sfida, accusando molti loro colleghi scienziati di mancare di chiarezza circa il tipo di cambiamento che il clima richiede dall’umanità. Vale la pena citare il seguente brano: “… nel delineare gli scenari relativi alle emissioni, gli scienziati minimizzano spesso e ripetutamente le implicazioni delle loro analisi. Quando eludono la crisi dei 2 gradi, oppure traducono “impossibile” con “difficile ma realizzabile”, o ancora anziché “urgente e radicale” usano termini come “impegnativo” – il tutto per tranquillizzare il dio dell’economia (o, più precisamente, la finanza). Per esempio, per evitare di superare il tetto massimo di riduzione delle emissioni imposto dagli economisti, “difficilmente” vengono ipotizzati picchi prematuri di emissioni, oltre alle nozioni un po’ naif circa la “grande” ingegneria e i livelli di apertura delle infrastrutture a basso consumo di carbonio. Ma ancor più inquietante, mentre si riducono gli stanziamenti per le emissioni, si chiede sempre più alla geoingegneria di assicurare soluzioni tali da non mettere in discussione i diktat degli economisti.
In altre parole, al fine di apparire ragionevoli all’interno dei circoli economici neoliberisti, gli scienziati hanno drasticamente sottostimato le implicazioni delle loro ricerche.Nell’agosto 2013, Anderson ha voluto essere ancora più drastico, scrivendo che abbiamo perso la nave per poter intraprendere un graduale cambiamento. “Forse al tempo del Summit sulla Terra del 1992, o persino verso la fine del millennio, i livelli di riduzione entro i 2 gradi centigradi sono stati raggiunti attraverso significativi cambiamenti evoluzionali all’interno del sistema politico ed economico egemonico. Ma il cambiamento climatico è un problema cumulativo! Ora, nel 2013, noi che facciamo parte di nazioni (post)industriali ad alto tasso di emissioni, ci troviamo di fronte ad una diversa prospettiva. Il nostro ininterrotto e massivo dispendio di carbonio, ha dissipato ogni opportunità di un “cambiamento evoluzionale” consentitoci dal precedente (e maggiore) bilancio di carbonio. Ora, dopo due decenni di bluff e menzogne, il rimanente bilancio richiede cambiamenti radicali al sistema politico ed economico egemonico” (i grassetti sono suoi).
Non dovrebbe sorprenderci che alcuni climatologi siano un po’ spaventati dalle implicazioni così radicali delle loro stesse ricerche. Molti di loro stavano magari facendo il loro normale lavoro di misurazione dei campioni di ghiaccio, realizzando i loro grafici sul clima globale e studiando l’acidificazione dell’oceano, solo per scoprire che in realtà – come ha detto l’australiano Clive Hamilton, autore ed esperto climatologo – stavano “inconsapevolmente mettendo in discussione l’ordine sociale e politico”.
Ma vi sono molti che sono perfettamente consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza climatica. È per questo che alcuni governi che hanno deciso di abbandonare il loro impegno a riguardo, a favore invece dell’estrazione di maggior carbone, hanno dovuto trovare metodi sempre più criminosi per silenziare e intimidire i loro stessi scienziati. In Inghilterra questi espedienti sono divenuti sempre più manifesti, tanto che Ian Boyd – capo consulente scientifico presso il Dipartimento per ambiente, alimentazione e affari rurali – ha recentemente scritto che gli scienziati dovrebbero evitare di “insinuare che certe politiche siano giuste o sbagliate” e dovrebbero esprimere le loro opinioni “lavorando con consulenti interni (come me) e rappresentando la voce della ragione piuttosto che del dissenso, quando parlano in pubblico”.
Se volete sapere cosa tutto ciò comporta, controllate cosa sta accadendo in Canada, dove vivo. Il governo conservatore di Stephen Harper ha fatto un lavoro così efficace nell’imbavagliare gli scienziati e sopprimendo tutti i progetti di ricerca critici che, nel luglio 2012, circa 200 scienziati e sostenitori hanno intonato un canto funebre presso il Parlamento di Ottawa, piangendo “la morte delle prove”. Un loro cartello recitava “No Science, No Evidence, No Truth” (“Nessuna scienza, nessuna prova, nessuna verità”).
Ma la verità emerge comunque. Il fatto che la consueta corsa al profitto e alla crescita sia destabilizzante per la vita sulla terra non è più un qualcosa che dobbiamo leggere sui giornali scientifici. I primi segni sono sotto i nostri occhi. E sempre più persone si comportano di conseguenza: bloccando le attività di fracking in Balcombe; disturbando i progetti di perforazione dell’Artico in acque russe (con tremendi costi personali); denunciando coloro che estraggono le sabbie bituminose per violazione di territorio indigeno; e innumerevoli altri piccoli o grandi atti di resistenza. Stando al grafico di Brad Werner, questo rappresenta la “frizione” necessaria per rallentare le forze della destabilizzazione; il grande attivista climatico Bill McKibben, invece, li chiama “anticorpi” che si sollevano per combattere la “febbre da cavallo” del pianeta.
Non si può parlare di rivoluzione, ma è un inizio. E dovrebbe spingerci a spendere un po’ del nostro tempo per immaginare un modo di vivere su questo pianeta, che sia decisamente meno “fottuto”.

Fonte: newstatesman.com. Traduzione di Virginia Benvenuti per Comune-info.
Naomi Klein, autrice di “Shock Economy” e “No Logo”, sta lavorando a un libro e un film sul potere rivoluzione del cambiamento climatico. È possibile seguirla su twitter su @naomiaklein

mercoledì 29 gennaio 2014

La guerra segreta in Libia (La verità sulla Resistenza Verde).


DI ERIC DRAITSER
counterpunch.org


Le battaglie che generano scompiglio nella Libia meridionale non sono semplici scontri tribali. Al contrario, rappresentano un’eventuale alleanza in erba tra gruppi neri libici e forze pro Gheddafi intente a liberare il proprio paese da un governo neocoloniale imbastito dalla NATO. 

Sabato 18 gennaio, un gruppo di combattenti armati fino ai denti ha preso d’assalto una base aerea nei pressi della città di Sabha, nella Libia meridionale. Hanno cacciato le forze a sostegno del “governo” del primo ministro Ali Zeidan, occupando la base. Al contempo sono trapelate, poco a poco, delle notizie dall’interno del paese recanti il fatto che la bandiera verde del Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista svettava in un certo numero di città nel paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili - il governo di Tripoli ha fornito solamente dettagli e corroborazioni entrambi vaghi - una cosa è certa: la guerra per la Libia continua.






Sul campo 

Ali Zeidan, il primo ministro libico, ha richiesto una sessione d’emergenza del Congresso generale nazionale per dichiarare uno stato d’allerta nel paese a seguito dell’assalto contro la base aerea. Il primo ministro ha annunciato di aver ordinato alle truppe di dirigersi verso sud per sedare la ribellione, comunicando ai giornalisti che “questo scontro continua, ma tra qualche ora vi porremo fine.” In seguito, un portavoce del Ministero della difesa ha annunciato che il governo centrale aveva rivendicato il controllo della base aerea, affermando che “una forza era stata disposta, il velivolo è decollato per attaccare gli obiettivi… La situazione nel sud del paese ha fornito delle possibilità che i criminali […] sostenitori del regime di Gheddafi hanno sfruttato per attaccare la base aerea di Tamahind. La rivoluzione e il popolo libico resteranno sotto la nostra ala protettrice.”

Oltre all’assalto alla base aerea, vi sono stati altri attacchi contro singoli membri del governo di Tripoli. L’incidente più grave è stato il recente assassinio del viceministro dell’industria Hassan al-Droui, a Sirte. Non è ancora chiaro se ad averlo ucciso siano state le forze islamiste o i combattenti della resistenza verde. È tuttavia lapalissiano che il governo centrale è sotto assedio e che non riesce ad esercitare la propria autorità né a garantire la sicurezza all’interno del paese. In molti suppongono che questa uccisione, piuttosto che essere isolata e mirata, faccia parte di un’ondata crescente di resistenza che vede come protagonisti i combattenti verdi pro Gheddafi. 

L’avanzata delle forze della resistenza verde a Sabha e non solo, è semplicemente un tassello delle complesse ed ampie vedute politiche e militari nel sud del paese, luogo in cui varie tribù e gruppi etnici si sono opposti a quella che hanno correttamente percepito essere la loro emarginazione politica, economica e sociale. Dei gruppi quali i Tawergha e i Tebu, due minoranze etniche africane nere, hanno subìto attacchi violenti sferrati per mano delle milizie arabe, senza ricevere alcun sostegno da parte del governo centrale. Questi ed altri gruppi non solo sono stati vittime di pulizia etnica, ma sono anche stati tenuti fuori dalla partecipazione alla vita politica ed economica della Libia. 

Lo stato di tensione è arrivato al culmine all’inizio del mese, nel momento in cui è stato ucciso un capo ribelle appartenente alla tribù araba Awled Sleiman. Piuttosto che avviare un’indagine ufficiale o un procedimento giudiziario, i membri della tribù degli Awled hanno attaccato i vicini Tebu, dalla pelle nera, accusandoli di aver perpetrato l’omicidio. Gli scontri che ne sono seguiti hanno causato la morte di dozzine di persone. Ciò dimostra che i gruppi arabi dominanti ritengono tuttora che i loro vicini dalla pelle scura non siano loro connazionali. Indubbiamente, ciò ha condotto ad una riorganizzazione delle alleanze in seno alla regione: i Tebu, i Tuareg e altre minoranze etniche nere che abitano la Libia meridionale, il Ciad settentrionale e il Niger si sono avvicinati ulteriormente alle forze pro Gheddafi. Non sappiamo ancora se tali alleanze siano formali o meno, ma è evidente che numerosi gruppi in Libia si sono resi conto che il governo istituito dalla NATO non è stato all’altezza di mantenere le promesse fatte e che è necessario agire. 

La politica della razza in Libia

Nonostante la retorica magnanima degli interventisti occidentali rispetto alla “democrazia” e alla “libertà” in Libia, la realtà è lungi dall’essere tale, specialmente per i libici dalla pelle scura che hanno visto scemare il loro status socioeconomico e politico con la fine del governo Jamāhīriyya di Muammar Gheddafi. Mentre questi popoli godevano di una sostanziale uguaglianza politica e venivano tutelati legalmente durante il governo di Gheddafi, la Libia del dopo-Gheddafi li ha completamente privati dei loro diritti. Invece di essere integrati in un nuovo stato democratico, i gruppi libici neri sono stati esclusi sistematicamente. 

In effetti, anche Human Rights Watch - un’organizzazione che ha ampiamente contribuito a giustificare la guerra della NATO dichiarando falsamente che le forze di Gheddafi utilizzassero lo stupro come arma e che stessero preparando un “genocidio imminente” - ha affermato che, “Un crimine contro l’umanità di uno spostamento obbligato di massa imperversa senza freni, mentre le milizie, soprattutto da Misurata, hanno impedito a 40.000 persone di Tawergha di rientrare nelle loro abitazioni, dalle quali erano state espulse nel 2011.” Tale episodio, unito a storie raccapriccianti e immagini di linciaggi, stupri e altri crimini contro l’umanità, fornisce un’immagine sconcertante della vita in Libia per questi gruppi. 

Nel suo rapporto del 2011, Amnesty International ha documentato vari crimini di guerra palesi perpetrati dai cosiddetti “combattenti per la libertà” libici che, nonostante fossero acclamati come “liberatori” dai media occidentali, hanno colto l’occasione della guerra per procedere a delle esecuzioni di massa dei libici neri nonché delle tribù rivali e dei gruppi etnici. Ciò rappresenta un contrasto marcato rispetto al trattamento riservato ai libici neri sotto il governo Jamāhīriyya di Gheddafi, che è stato particolarmente elogiato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel loro rapporto del 2011. Il Consiglio sosteneva che Gheddafi aveva fatto tutto il possibile per assicurare uno sviluppo economico e sociale, nonché, più specificatamente, per fornire possibilità economiche e protezione politica ai libici neri e ai lavoratori migranti provenienti dai paesi africani limitrofi. Detto ciò, c’è da meravigliarsi se, nel settembre del 2011, Al-Jazeera ha citato un combattente tuareg pro Gheddafi che ha dichiarato che “combattere per Gheddafi è come quando un figlio combatte per il padre… [Saremo] pronti a combattere per lui fino all’ultima goccia di sangue.”

I Tebu ed altri gruppi etnici neri si scontrano con le milizie arabe e la loro lotta dovrebbe essere intesa rispettivamente al contesto di una battaglia continua per la pace e l’uguaglianza. Inoltre, il fatto che debbano impegnarsi in questa forma di lotta armata, ci illustra di nuovo le considerazioni espresse da molti osservatori internazionali sin dal principio della guerra: l’intervento della NATO non ha mai riguardato la protezione dei civili né dei diritti umani, ma era volto piuttosto ad un cambiamento di regime dettato da interessi economici e geopolitici. Che la maggior parte della popolazione, incluse le minoranze etniche nere, sia più in difficoltà oggi rispetto a quando era sotto Gheddafi, è un fatto che viene celato accuratamente. 

Neri, Verdi e la Lotta per la Libia

Sarebbe da presuntuosi affermare che le vittorie militari della resistenza verde pro Gheddafi ottenute in questi giorni saranno durature, o che rappresentano un cambiamento irreversibile nel paesaggio politico e militare del paese. Sebbene sia decisamente instabile, il governo fantoccio neocoloniale di Tripoli viene sostenuto economicamente e militarmente da parte di alcuni degli interessi più potenti del pianeta. Ciò rende difficile il semplice rovesciamento del potere attraverso vittorie marginali. Tuttavia, tali sviluppi ci segnalano un cambiamento interessante. Vi è indubbiamente una confluenza tra le minoranze etniche nere e i combattenti verdi dato che entrambi riconoscono il nemico nelle milizie tribali che hanno partecipato al rovescio di Gheddafi e del governo centrale di Tripoli. Resta ancora da vedere se da questa situazione scaturirà un’alleanza formale. 

Tuttavia, se si stabilisse un’alleanza del genere, questa costituirebbe uno spartiacque nella guerra continua per la Libia. Come i combattenti della resistenza verde hanno già dimostrato a Sabha, essi sono capaci di organizzarsi nel sud del paese, luogo in cui godono di un grande sostegno popolare. Si potrebbe immaginare che un’alleanza a sud consentirebbe di mantenere il territorio e possibilmente di consolidare il potere in tutta la parte meridionale della Libia, creando così uno stato effettivamente indipendente. Naturalmente, la NATO e i suoi apologeti sostengono fermamente che questa sia una controrivoluzione antidemocratica. Ciò sarebbe comprensibile se il loro obiettivo di ottenere una Libia unificata e subordinata al capitale finanziario e agli interessi petroliferi internazionali fosse irraggiungibile. 

Non dovremmo azzardare troppe congetture riguardo alla situazione odierna in Libia, data la mancanza di dettagli attendibili. Per di più, i media occidentali hanno cercato di eliminare completamente anche che la resistenza verde esistesse, per non parlare del fatto che sia attiva e dei suoi successi. Tutto ciò mostra ulteriormente che la guerra in Libia imperversa, che il mondo lo voglia ammettere o meno.  



Eric Draitser è fondatore del sito StopImperialism.com. è analista di geopolitica indipendente e vive a New York. Potete contattarlo all’indirizzoericdraitser@gmail.com.



Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA BERTELLI

martedì 28 gennaio 2014

La lotta di classe secondo Alberto Bagnai.

Propongo l'intervento del Prof. Alberto Bagnai all'incontro di Civitavecchia dal titolo "Sinistra Svegliati!! La lotta di Classe nell'età dell'Euro", dove il caro accademico non le manda a dire alla Sinistra italiana e soprattutto a Rifondazione Comunista, espressione quest'ultima più triste ed evidente della decadenza della sinistra antagonista del nostro paese.
L'intervento, sebbene lungo, è molto interessante e ripropone non solo le "tesi" esposte dal Prof. Bagnai nei suoi numerevoli interventi dal suo blog o in giro per l'Italia, ma anche un'analisi di classe dell'Euro e della nuova realtà del capitalismo finanziario odierno.
Buona visione.

Francesco Salistrari.




lunedì 27 gennaio 2014

Dieci ragioni per cui le rinnovabili sono un problema.


DI GAIL TVERBERG
Our Finite World


Le rinnovabili intermittenti – vento e pannelli fotovoltaici – vengono considerate la soluzione a tutti i problemi energetici. È ovvio che i politici hanno bisogno di qualcosa che dia speranza, soprattutto in quei paesi che stanno perdendo la propria produzione petrolifera, come il Regno Unito. Sfortunatamente, quanto più analizzo questa situazione, tanto meno le rinnovabili hanno qualcosa da offrirci.

1. Non è certo che le rinnovabili intermittenti possano davvero ridurre le emissioni di anidride carbonica.

È davvero complicato capire se una certa fonte di energia ha un impatto favorevole sulle emissioni di anidride carbonica. Il modo piu ovvio per controllare le emissioni è quello di valutare il petrolio che viene bruciato su base giornaliera. Potrebbe sembrare che le rinnovabili intermittenti non brucino petrolio, mentre coloro che usano le fonti fossili devono farlo per forza, e per questo vento e fotovoltaico sembrano essere vincenti.




Il problema è che le fonti fossili entrano in gioco in modo diretto e indiretto nella produzione degli impianti che creano l’energia rinnovabile e nella loro messa in funzione. I ricercatori devono fissare dei “paletti” per le loro analisi. Detto in altro modo, abbiamo bisogno di un sistema alimentato a fonti fossili per quanto riguarda le scuole, le strade, gli aeroporti, gli ospedali e per le linee di trasmissione elettrica, per far sì che una qualsiasi fonte energetica possa funzionare, che sia petrolio, gas naturale, vento o solare elettrico, ma è davvero difficile fissare dei paletti che possano coprire tutte le necessità.

Bisogna allora comprendere quale sia la riduzione nelle emissioni, dato che c’è sempre bisogno di tutto il resto del sistema per sostenere questi impianti addizionali. Ma è difficile misurarla, perché le rinnovabili intermittenti hanno una serie di costi relativi all’energia che non sono facili da misurare, rispetto a quanto si può fare con l’energia che viene dalle fonti fossili. Ad esempio, ci possono essere i costi dell’affitto dei terreni, dei compensi per i consulenti, e i (maggiori) costi di finanziamento per i forti anticipi dell’investimento. Ci sono anche i costi per mitigare l’intermittenza della fornitura e per le lunghissime connessioni alla rete elettrica.

I costi di molte rinnovabili intermittenti vengono omessi nelle analisi sulla CO2 perché, si dice, che l’affitto del terreno non usa energia. Ma il pagamento dell’affitto significa che il proprietario ora può comprarsi più “cose”; e questo può aumentare il consumo energetico.

Di solito il costo di produzione energetico ci dà un’indicazione di quanta energia fossile viene utilizzata. Un prodotto con un alto costo energetico avrà un forte uso di fonti fossili, visto che le vere energie rinnovabili sono gratuite. Se la vera fonte dell’energia rinnovabile fosse solo il vento o il sole, allora non ci sarebbero costi! Il fatto è che l’eolico e il solare fotovoltaico tendono a essere più cari rispetto ad altri modi di generazione dell’elettricità.

Ci sono alcuni studi basati su ricerche di vario tipo (Energy Return on Energy InvestedLife Cycle Analysis, e Energy Payback Periods) che suggeriscono l’esistenza di risparmi (guardando solo la cima dell’iceberg) se vengono usate le rinnovabili intermittenti. Ma studi più approfonditi dimostrano che l’utilizzo totale di energia che viene dalle fonti fossili da parte delle rinnovabili è così alto che non si può consigliare il loro uso. Uno di questi è la ricerca di Weissbach et al., Energy intensities, EROIs (energy returned on invested), and energy payback times of electricity generating power plants. Un altro è l’analisi di un impianto installato in Spagna, effettuata da Pedro Prieto e Charles Hall, Spain’s Photovoltaic Revolution: The Energy Return on Energy Invested.

Io cerco di usare un approccio più largo: cosa succede alle emissioni mondiali di CO2 se si incrementano le rinnovabili? Per quello che posso dire, le aumenta. Una delle ragioni è perché fa incrementare l’economia cinese, grazie alle nuove attività necessarie per la produzioni di turbine eoliche, pannelli solari, e per l’estrazione delle terre rare utilizzate in questi impianti. I benefici che la Cina ha dalle vendite relative alle rinnovabili sono tanti, e così potrà costruire nuove case, strade, scuole, e imprese per servire le nuove produzioni. In Cina la stragrande maggioranza della produzione viene fatta col carbone.

Figure 1. Energy consumption by source for China based on BP 2013 Statistical Review of World Energy.
Figura 1. Consumo cinese di energia per fonte, basato

 sulla Statistical Review of World Energy di BP del 2013.

Un altro modo con cui le rinnovabili alzano le emissioni globali di CO2 è perché rendono meno competitivi i paesi che le utilizzano, a causa dei maggiori costi dell’elettricità. Tutto questo sposta la produzione verso i paesi che usano fonti energetiche con costi più bassi, come è il caso cinese.

Un terzo modo in cui le rinnovabili possono alzare le emissioni globali di CO2 riguarda la disponibilità economica. I consumatori non possono permettersi elettricità ad alti costi, senza che il proprio livello di vita precipiti. I governi potrebbero essere costretti a cambiare il mix energetico in modo da includere fonti a basso costo, come la lignite, per tenere il prezzo totale a un livello accettabile. Questo sembra essere parte del problema che la Germania ha con le rinnovabili.

Nel caso ci fosse un calo nelle emissioni di CO2, questo sarebbe causato dalle rinnovabili gratuite, quelle che non hanno bisogno di sussidi. Se le rinnovabili hanno bisogno di un sussidio nella tariffa, dovrebbe subito lampeggiare la luce rossa. Il processo, da qualche parte, sta usando molte fonti fossili per la produzione.

2. Il vento e il fotovoltaico non risolvono il nostro problema petrolifero.
Il vento e il solare fotovoltaico vengono usati per produrre l’elettricità. Il nostro problema più grande è il petrolio. Il petrolio e l’elettricità vengono usati per cose differenti. Ad esempio, l’elettricità non può alimentare le auto di oggi, e non alimenterà trattori, o macchinari per l’edilizia, o velivoli. E anche se avessimo più elettricità, ciò non risolverebbe il nostro problema col petrolio.

Il vento e il fotovoltaico sono stati sbandierati come la soluzione al nostro problema con la CO2. Sfortunatamente, come abbiamo visto al punto 1 qui sopra, le cose non stanno esattamente così. La combinazione di (1) e (2) fa sì che l’eolico e il fotovoltaico hanno un numero relativamente basso di possibili utilizzi.

Va detto che c’è una piccola nicchia dove le rinnovabili intermittenti possono sostituire il petrolio. Mentre il petrolio di solito non viene bruciato per produrre elettricità, in alcune isole viene utilizzato per questo scopo, per la sua convenienza. Queste comunità isolane fanno poca produzione, perché gli alti costi dell’elettricità non le rendono competitive sul mercato globale. Su queste isole, le rinnovabili intermittenti possono essere usate per ridurre la quantità di petrolio usata per la produzione elettrica senza far aumentare troppo il costo dell’elettricità, che già di suo è già molto alto.

3. Gli alti costi dell’eolico e del fotovoltaico raddoppiano i nostri problemi, invece di risolverli. Il grosso problema del petrolio è il suo alto costo di produzione.

Abbiamo gia estratto il petrolio facile; ora stiamo arrivando a quello più difficoltoso. Se aggiungiamo elettricità ad alto prezzo al nostro mix energetico avremo problemi sia col petrolio che con l’elettricità, invece di averli solo col primo. Gli stipendi dei consumatori non aumentano quando l’energia sale di prezzo, e quindi il reddito disponibile viene colpito duramente su tutti e due i fronti. Gli alti costi di queste due fonti energetiche fanno anche sì che le merci destinate all’esportazione siano meno competitive sul mercato globale.

4. Anche se il vento fosse “rinnovabile”, non necessariamente ha una lunga vita.

I produttori di turbine eoliche parlano di una loro vita tra i 20 e i 25 anni. Ciò va comparato a una vita media di 40 anni o più per le centrali a carbone, a gas o nucleari.  Uno studio recente suggerisce che, visto il calo delle loro prestazioni, potrebbe non essere economico far operare le turbine per più di 12 o 15 anni.

Se dobbiamo aspettarci grossi cambiamenti negli anni a venire, potrebbero anche esserci problemi per la disponibilità dei pezzi di ricambio. Le turbine eoliche spesso vanno riparate. Queste riparazioni non possono essere fatte da chiunque, usando materiali del posto. Hanno bisogno di una catena globale specializzata che solo il mondo odierno può offrire. Per riparare le turbine eoliche off-shore qualche volta c’è bisogno degli elicotteri. Se il petrolio è un problema, riparazioni di questi tipo potrebbero non essere praticabili.

5. L’eolico e il solare fotovoltaico non incrementano velocemente.

Dopo sviariati anni in cui si è cercato di aumentare l’eolico e il solare fotovoltaico,  nel 2012 l’eolico ammonta a poco meno dell’1% della fornitura mondiale di energia. Il solare a meno dello 0,2% dell’energia globale. Sarebbero necessari sforzi enormi per raggiungere il 5%.

6. L’eolico e il solare fotovoltaico creano seri problemi di inquinamento.

Sia le turbine eoliche che il solare fotovoltaico utilizzano, per la loro produzione, metalli rari, che vengono soprattutto dalla Cina. Le attività minerarie e la lavorazione di queste terre rare generano un’enorme quantità di “sottoprodotti radioattivi e pericolosi.” Nelle zone della Cina in cui vengono estratti questi minerali rari, la terra e le acque sono sature di sostanze tossiche, e ciò rende impossibile la coltivazione.

Se dovessimo incrementare l’eolico e il fotovoltaico di un fattore 10 (così da poter alimentare il 12% della fornitura mondiale, invece dell’1,2%) avremmo bisogno di una quantità gigantesca di terre rare e di altri minerali inquinanti, tra cui l’arsenide di gallio, il diselenide del rame, dell’indio e del gallio, e il telluride di cadmio, utilizzati nelle sottili pellicole fotovoltaiche. Non possiamo aspettarci che la Cina si tenga per sé tutto questo inquinamento. Anche il resto del mondo avrà bisogno di produrre questi materiali tossici. È probabile che molti paesi introdurranno rigidi controlli ambientali per avviare queste estrazioni. Questi controlli richiederanno un uso ancor maggiore di energia derivante dalle fonti fossili. Se anche i problemi ambientali verranno tenuti a freno, il maggiore utilizzo di fonti fossili farebbe probabilmente alzare le emissioni di CO2, oltre ai prezzi dell’eolico e del solare fotovoltaico.

Ci sono molti problemi ambientali. La Cina è al centro della produzione delle rinnovabili, per il fatto che usa il carbone come fonte energetica principale. Le celle solari al silicone necessitano della cottura della roccia silicea in forni che superano i 3000 gradi, un qualcosa che può essere fatto a basso costo, col carbone. L’eolico è anche venuto alle cronache per l’inquinamento acustico e per l’uccisione di volatili. I pannelli solari sul suolo del deserto inferiscono con gli ecosistemi locali.

Il motivo principale per cui l’eolico e il solare fotovoltaico sono considerati puliti è perché è difficile misurare i loro costi ambientali, riguardo alla CO2 o altro. Anche le auto elettriche hanno alcune di queste problematiche, perché utilizzano terre rare e hanno alti costi per gli anticiipi.

7. C’è il pericolo che l’eolico e il solare fotovoltaico possano accorciare la vita della nostra rete elettrica, invece di allungarla. Questo avviene perché le leggi odierne favoriscono i proprietari delle rinnovabili intermittenti rispetto al valore da loro apportato alla rete. 

Viene fatta molta confusione sul fatto che l’eolico e il solare fotovoltaico possano davvero essere dei sostituti. Possono sostituire l’elettricità, o sostituiscono il petrolio che produce elettricità? C’è una differenza enorme, per poter capire quando una rinnovabile possa raggiungere la parità di costi nella rete. I costi del petrolio sono di solito solo una piccola parte dei costi della fornitura elettrica, e per questo è difficile che le rinnovabili possano raggiungere la parità di costo se dovessero solo sostituire i costi petroliferi. Negli Stati Uniti il petrolio costa in media circa 3 centesimi per kWh. Per le utenze residenziali, il prezzo al dettaglio ha una media di circa 12 centesimi per kWh, circa quattro volte il costo dovuto al petrolio.

Quello che qui ci interessa è il valore dell’elettricità intermittente per le aziende che producono e vendono l’elettricità. Dal mio punto di vista, il valore dell’elettricità intermittente è il valore del petrolio che viene da loro sostituito. In altre parole, il costo del carbone, del gas naturale, o dell’uranio che non viene usato. Questo perché l’utilizzo dell’elettricità intermittente di solito non può ridurre i costi per una compagnia elettrica, se non quelli relativi al petrolio. Questo perché ha ancora bisogno di fornire tutti i giorni energia di scorta agli utenti dei pannelli solari. Vista la variabilità nella loro produzione, ci vuole grosso modo la stessa potenza elargita in precedenza, e ci vogliono gli stessi dipendenti per struttura, anche se alcuni di essi dovranno operare solo per una piccola frazione di tempo.

Il valore fornito dall’elettricità intermittente potrà essere maggiore o minore rispetto alle stime del risparmio sul petrolio. In alcuni casi, soprattutto se c’è molto solare fotovoltaico in una zona del pianeta dove il massimo utilizzo dell’energia avviene in estate, la capacità di picco potrebbe venire ridotta di un po’. Ciò porterebbe a dei risparmi sui costi per il petrolio. Ma questi risparmi farebbero aumentare i costi per la costruzione di nuove linee elettriche per cercare di mantenere costante la produzione elettrica nella rete, e per portare l’elettricità prodotta dall’eolico verso i posti dove l’energia viene davvero utilizzata.

Il problema è che in molti casi i rimborsi destinati agli utilizzatori di eolico e fotovoltaico sono ben maggiori dei risparmi che si sono avuti. Spesso vengono usati i “net metering” (contatori netti), così che l’utente viene accreditato del prezzo al dettaglio per l’elettricità prodotta dai pannelli solari. Questi alti rimborsi provocano un ammanco nelle entrate delle compagnie che producono elettricità per la rete. Il pericolo è che alcune compagnie falliscano, o che lascino l’attività, mettendo a rischio la possibilità che la rete elettrica possa fornire energia elettrica in modo costante ai consumatori. Si tratta di un problema potenzialmente molto più grave dei benefici forniti dalle rinnovabili intermittenti.

Anche il finanziamento per le linee elettriche supplementari potrebbe diventare un problema, perché né le compagnie elettriche né i governi hanno fondi a sufficienza. Sono chiare le ragioni per cui le compagnie elettriche non possono permettersi questi costi, visto che gli viene già chiesto di sussidiarne i costi tramite rimborsi che sono assurdamente alti rispetto al valore apportato dalle rinnovabili intermittenti.

8. Aggiungere eolico e solare fotovoltaico rende meno solide le finanze dei governi, e non il contrario.
In tutto il mondo i bassi costi di estrazione di petrolio e gas hanno storicamente rafforzato le finanze dei governi. Questo avveniva perché i governi potevano tassare fortemente compagnie petrolifere e quelle del gas, e usare le entrate fiscali per finanziare i propri programmi.
Sfortunatamente, l’aggiunta dell’eolico e del solare vanno nella direzione opposta. In alcuni casi, la riduzione delle entrate fiscali è causata proprio dai sussidi destinati all’eolico e al solare. In altri, la riduzione delle entrate fiscali è più indiretta. Se gli alti costi dell’elettricità intermittente fanno sì che un paese sia meno competivivo sul mercato globale, ciò riduce le entrate fiscali perché aumenteranno le persone senza lavoro, e quindi le tasse che vengono pagate. Anche se il problema fosse “solo” quello di una riduzione del reddito disponibile per i consumatori, anche questo rende  impossibile per il governo aumentare le entrate.

9. Le mie analisi indicano che il collo di bottiglia in cui siamo infilati non riguarda solo il petrolio.

Un problema ancora maggiore è dato dalla mancanza di capitali per gli investimenti e dal troppo debito. Incrementare l’eolico e il solare fotovoltaico rende questi problemi ancora più gravi.

Come ho scritto nel mio post Perché le previsioni energetiche per il 2052 di EIA, IEA e Randers’ sono errate, ci siamo infilati in un collo di bottiglia per gli investimenti di capitale e per il debito, a causa dei sempre maggiori costi di estrazioni del petrolio. Se si aggiungono le rinnovabili intermittenti, i cui costi enormi vengono pagati in anticipo, il problema si aggrava. Per questo, incrementare le rinnovabili potrebbe far avvicinare il collasso per i paesi che si stanno sempre più affidando a queste fonti energetiche.

10. L’eolico e il solare fotovoltaico non soddisfano, e non per poco, le aspettative.  

Il cercare di sostituire un’energia economica con una costosa è come cercare di far andare l’acqua in salita. È praticamente impossibile far funzionare un sistema del genere. Farlo, rende tutti più poveri, governo, imprenditori, cittadini. Le promesse fatte sui pagamenti destinate a queste forniture spesso non vengono mantenute.

Se questi programmi portassero davvero dei benefici – a parte quello di far vedere che i funzionari del governo stanno facendo qualcosa – avrebbe senso incrementarli. Al momento, è difficile notare grossi vantaggi dall’espandsione delle rinnovabili. E anche se volessimo, non c’è modo di poter alimentare con queste fonti il nostro intero fabbisogno elettrico: sono semplicemente troppo care, troppo inquinanti, e non ci forniscono i combustibili liquidi di cui abbiamo bisogno.

Anche se molte persone ci hanno fatto credere che l’eolico e il solare fotovoltaico risolveranno tutti i nostri problemi, tanto più si osserva da vicino la questione, tanto più diventa chiaro che l’eolico e il solare fotovoltaico, se aggiunti alla rete elettrica,  sono parte del problema e non una soluzione.

Se il capitale è uno dei limiti che abbiamo raggiunto, dovremmo impiegarlo nel modo più saggio possibile. Siccome il solare fotovoltaico, ha una vita relativamente lunga, potrebbe essere un piccolo aiuto, ma deve essere inserito nella rete elettrica. I singoli cittadini potrebbero comprare un pannello o due per poter avere una qualche fonte di elettricità, se ci dovessero essere dei problemi in futuro. Ma non c’è alcuna ragione per cui i governi debbano finanziare questi acquisti.
Sarebbe meglio spendere i nostri capitali in modo più produttivo, ad esempio cercando di immaginare il percorso da seguire nel prossimo futuro, nel caso in cui ci fossimo infilati in un collo di bottiglia finanziario dovuto agli alti costi di estrazione. Dovremmo andare in direnzione di un’agricoltura locale, con i semi più adatti zona per zona?  Dovremmo pensare di comprare terreni agricoli e trasferire i lavoratori disoccupati in altre zone? Ci sono modi per poter rendere la terra più produttiva nel lungo termine?

La principale ragione a sostegno delle rinnovabili è la riduzione delle emissioni di CO2 per impedire il cambiamento climatico. Ma, anche se tra breve tempo si potrebbero raggiungere i Limiti allo Sviluppo, la quantità di carbone che verrà bruciata sarà molto più bassa di quella prevista dai modelli climatici, e anche la quantità di CO2 ipotizzata dai modelli del “picco petrolifero”. E quindi, da questo punto di vista, la nostra incapacità di far funzionare le rinnovabili non significa granché. Siamo già nelle condizioni che le rinnovabili volevano raggiungere, per vie, però, non molto lusinghiere.

Dobbiamo cercare di capire cosa possiamo fare, nel mondo che ci è stato offerto dalla Natura. Il piano precedente non ha funzionato. Forse dobbiamo trovato un Piano B che ci metta in una posizione migliore.



FONTE: Our Finite World

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