mercoledì 31 luglio 2013

Orban sfugge ad attentato e denuncia il Nuovo Ordine Mondiale.

Nei giorni scorsi vi abbiamo segnalato la decisione presa dal governo ungherese di concludere i propri rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, dopo aver restituito il prestito erogato. Non l’unica decisione inusuale presa dal governo di Viktor Orbán, che ha già fatto parlare di sè per aver disposto un controllo pubblico sulla Banca Centrale (attraverso la riforma della Costituzione) e per aver fatto bruciare 500 ettari di grano geneticamente modificato della Monsanto (unico modo per evitare che le spore OGM contaminino le altre coltivazioni). Decisioni che,secondo il quotidiano ungherese Magyar Nemzet (ripreso anche da Nouvelles de France), avrebbero spinto l’attuale vicepresidente della Commissione Europea Vivianne Reding a guidare una campagna di stampa contro Orban in vista delle elezioni del 2014. Il progetto, che coinvolgerebbe alcune ONG finanziate dall’amministrazione USA e l’ex premier Bajnai (membro dell’Atlantic Council), sarebbe stato reso noto durante la riunione a porte chiuse del Club Bilderberg, tenutasi dal 6 al 9 giugno scorsi al Grove Hotel di Watford, in Inghilterra. Ufficialmente sia la Reding sia Bajnai hanno smentito l’accusa del quotidiano magiaro, bollata come “teoria del complotto”.
Nella tarda serata del 26 giugno scorso, però, il sito ufficiale del governo ungherese comunicava che nel pomeriggio il convoglio che accompagnava il Primo Ministro, in visita in Ungheria, aveva subito un grave (e sospetto) incidente. Questo il comunicato ufficiale, tradotto da nocensura.com (qui la fonte originale):




Il convoglio che accompagna il primo ministro Viktor Orbán, in cammino verso la Balvanyos Summer University con scorta della polizia rumena, ha subito un incidente il Venerdì pomeriggio tra Kelementelke e Erdőszentgyörgy in Romania. L’auto con a bordo il primo ministro non è stata coinvolta nell’incidente.
Il Capo dell’Ufficio Stampa del Primo Ministro, Bertalan Havasi, ha detto che il convoglio si stava dirigendo verso Tusnádfürdő quando si è verificato l’evento sfortunato. Il Console Generale ungherese in Csíkszereda, il suo vice e tre persone dell’Ufficio del Primo Ministro stavano viaggiando nell’auto coinvolta nell’incidente e sono stati portati in ospedale in Romania.
In considerazione del fatto che il convoglio è stato scortato dalla polizia rumena e l’indagine sulla scena è stata effettuata anche da loro, ulteriori informazioni su ciò che è accaduto possono essere fornite dalle Forze di Polizia rumene, dal Capo dell’Ufficio Stampa del Primo Ministro. (1)
Dopo il tragico incidente, che desta più di qualche sospetto, il premier ungherese Orbán ha pronunciato un discorso “senza peli sulla lingua”, di cui vi proponiamo il video ed una sintesi (tratti da stampalibera.com).
Orban: discorso in Romania dopo l’attentato
Riassunto a cura di Klara Nagy 
Riassumendo: Orbán ha parlato principalmente della sua lotta contro le multinazionali, le banche e l’Unione europea. Ha iniziato il suo discorso facendo riferimento all’importanza della sua permanenza come premier ed ha continuato elencando le politiche che intende fare che, secondo lui, porteranno ad una completa trasformazione del sistema politico ed economico in Ungheria.
La prima parte del discorso è focalizzata sulla sua teoria originale riguardo al declino dell’Occidente e la sua previsione di uno scontro politico e militare tra l’Occidente guidato dagli Stati Uniti e l’Asia guidata dalla Cina. Non è certo un mistero la sua intensa avversione per gli Stati Uniti che accusa continuamente di “tentare in ogni modo di impedire ad altri paesi di mettersi al passo economicamente”.
Ha parlato del predominio dei grandi stati membri all’interno dell’Unione europea (in sostanza la Germania e la Francia), e della sua convinzione che i “poteri forti”, in realta’, sfruttino i paesi piccoli drenando via da essi risorse finanziarie ed umane. “L’obiettivo di Ungheria – dice Orbán – è quello di prevenire e contrastare tale sfruttamento e la fuga di cervelli”. Questa è l’essenza della strategia nazionale ungherese.
Poi ha parlato a lungo di tutto il percorso storico dell’Ungheria, partendo dalla prima guerra mondiale, fino all’attuale crisi finanziaria, che a suo parere non puo’ essere risolta con l’Unione europea. Il quadro istituzionale dell’Unione, la Commissione europea, e il Parlamento europeo, “non sono adatti per gestire le sfide storiche che ci attendono”. Il rimedio per Orbán è quello di restituire il potere ai singoli Stati nazionali perché sono i soli in grado di superare la crisi attuale. Ha citato, poi, un verso di Sándor Kányádi, poeta ungherese della Transilvania, la cui traduzione è: “Il cane è lo stesso, solo la catena è stata cambiata”. Ed ha proseguito: “Appena andati via i carri armati sono arrivate le banche!”
Poi si è profuso in una spiegazione delle differenze tra il prodotto nazionale lordo (PIL) e il reddito nazionale lordo (RNL). Il PIL è il valore di mercato di tutti i beni e servizi prodotti all’interno di un paese in un dato periodo di tempo. Il RNL è un concetto meno familiare, costituito da tutto il reddito prodotto all’interno di un paese.
Il RNL dell’Ungheria, sostiene Orbán, è maggiore del suo PIL. La differenza, circa due trilioni di fiorini all’anno, viene trasferita all’estero da banche e società estere. Quando i governi nazionalisti (come il suo) sono al potere, ha sostenuto, la differenza tra PIL e RNL si restringe. Quando governano invece i socialisti e i liberali, questo divario si allarga. In sostanza con socialisti e liberali la ricchezza abbandona il paese.
Ha iniziato poi col tema preferito della sua campagna elettorale: la lotta contro le multinazionali e le banche straniere colpevoli di essere lo strumento mediante il quale gli ungheresi si impoveriscono a favore dei “poteri forti” europei al cui vertice ci sono la finanza USA e la grande industria tedesca. Dopodiche’ ha elencato undici realizzazioni del suo governo di cui è fiero. Sarebbe troppo lungo elencarle tutte e persino noioso, ma una vale la pena di indicarla. Parlando infatti di uno studio di Carmen Reinhart e Ken Rogoff, due economisti da lui molto rispettati, intitolato “Crescita al tempo del debito”, ha spiegato perché una delle misure principali del governo sia stata quella di creare posti di lavoro anche a costo di fare altro debito. Orbán, come i due economisti, è convinto che se il debito nazionale di un paese supera il 90% del PIL, non ci puo’ essere crescita economica. L’UE sostiene che solo la crescita economica puo’ favorire una maggiore occupazione, mentre Viktor Orbán è convinto esattamente del contrario. Per lui, in primo luogo, si devono creare i posti di lavoro, e sarà questo ad innescare di conseguenza la crescita economica.
È esattamente, sostiene Orbán, ciò che è accaduto negli Stati Uniti nel 1930, e sebbene lui stesso ammetta che le due situazioni non siano esattamente uguali, perché gli Stati Uniti erano abbastanza ricchi per dare il via a tale politica, mentre l’Ungheria è un paese povero, è convinto altresì che la stessa strategia possa funzionare anche in Ungheria. (2)

Note:
(1) (2) revisione redazionale di nexusedizioni.it

Fonte: Nexus

martedì 30 luglio 2013

Perchè la Cassazione confermerà la condanna a Silvio Berlusconi.

di Francesco Maria Toscano.

Sono pronto a scommettere che domani la Cassazione confermerà in pieno la condanna a quattro anni di reclusione già impartita a Berlusconi Silvio dalla Corte d’Appello di Milano che ha accolto in pieno l’impianto accusatorio maturato in primo grado. Evito come la peste di entrare nel merito di un processo che poco conosco e ancora meno mi interessa. 

Solo i fessi sono convinti che le dinamiche che intercorrono necessariamente tra giustizia e potere dipendano da fattori neutri,  oggettivi e tipizzati all’interno dei codici.  Anzi, vi dirò di più. Che in realtà, nel merito delle precise accuse contestatigli, Berlusconi sia effettivamente colpevole o innocente cambia poco o nulla. 

Quando si analizzano le dinamiche di potere, l’unica ricerca che bisogna abbandonare (per non scadere nel ridicolo e nel patetico) in via preliminare è quella scriteriatamente protesa verso la comprensione circa la verità storica dei fatti oggetto di processo. Circostanza ben nota già al governatore romano Pilato che, non a caso, trovandosi di fronte nostro signore Gesù Cristo, per nulla interessato al merito della faccenda quanto piuttosto a mantenere un equilibrio geopolitico ritenuto soddisfacente, se ne uscì con frase destinata a rimanere giustamente scolpita nei secoli: “Quid est veritas

A distanza di oltre 2000 anni la visione apparentemente cinica di Pilato offre un ancoraggio indispensabile per navigare nelle acque malmostose della politica dove, per l’appunto, il massimo dell’ingiustizia sostanziale è spesso accompagnato da un pedissequo quanto ineccepibile rispetto di prassi e procedure. “Summum ius, summa inuria”, cari miei. 

Quindi,  assodato che non ce ne frega niente di, viste da destra, “presunte ingiustizie consumate in danno della povera vittima Berlusconi”, né tantomeno proviamo all’opposto empatia per quelli che “Berlusconi ha per anni asservito il parlamento per risolvere i suoi problemi personali”, passiamo ora a discutere di cose un tantino più serie. Berlusconi sarà condannato perché la sua parabola storica si è amaramente conclusa con l’arrivo nel novembre del 2011 del governo degli ottimati a guida Monti benedetto dalla massoneria reazionaria continentale. 

Da quel momento, chi staziona nella cabina di comando ha chiaramente fatto capireurbi et orbi di ritenere il reuccio di Arcore una pedina oramai screditata e inservibile, da accompagnare perciò alla porta con le buone o, in alternativa, a calci in culo. Ma siccome Berlusconi, pur non essendo uno sprovveduto, anziché arrendersi senza condizioni, ha pensato in questi ultimi due anni scarsi di poter minacciare la guerra nella speranza di ottenere una pace onorevole, adesso sta definitivamente per materializzarsi la seconda alternativa ipotetica prima palesata: quella cioè che contempla i calci in culo. Oggi, come nel 1992, è chiarissima la percezione che un intero sistema di potere sta franando. 

Come ha intuito saggiamente Sposetti, già tesoriere dei Ds, Berlusconi si trascinerà nella tomba tanto i finti amici alla Alfano quanto i “carissimi nemici” alla Letta,Franceschini Bersani. La surreale rielezione di Napolitano, ultimo disperato tentativo della vecchia oligarchia di prolungare una lunga e frustrante agonia, renderà soltanto la necessaria e improcrastinabile transizione più complicata e pericolosa del previsto. Non è detto che ciò che arriverà dopo sarà necessariamente meglio di quello che c’è adesso. 

Fare peggio non sarà semplicissimo, ma Matteo Renzi in Merkel, già pronto a cavalcare con forza la condanna di domani, potrebbe riuscire persino a superare l’insuperabile. Aspettare per credere.


fonte: Il Moralista

lunedì 29 luglio 2013

Guerra civile globale: il crollo della valuta anticipa la rivolta?


Fonte: Hescaton.com

“Quando la moneta muore, il sangue scorre per le strade”, Francesco Carbone



Aggiorniamo il nostro recente articolo “La guerra civile globale” illustrando i recenti sviluppi dell’instabilità planetaria e illustrando una nostra autonoma previsione sul possibile effetto anticipatore del mercato valutario, su rivolte e rivoluzioni.
Ora elencheremo gli sviluppi della situazione attuale:


Egitto: la transizione post-golpe rimane molto difficile, scontri e morti sono all’ordine del giorno e nella giornata di ieri ci sono state decine di vittime nelle violenze fra pro-Morsi e anti-Morsi. La situazione rimane fluida, i militari al potere continuano a tenere prigioniero il presidente deposto Morsi nonostante sia l’Unione Europea sia gli USA abbiano chiesto a viva voce la sua liberazione. La situazione è in costante mutamento e le vittime totali dall’inizio del golpe arrivano quasi a cento.

Tunisia: l’uccisione di uno dei leader dell’opposizione ha provocato la forte reazione popolare nei confronti del governo islamista e sono attualmente in atto scioperi e manifestazioni.

Iraq: continuano veri e propri massacri negli scontri fra sunniti e sciiti. Le vittime dell’ultimo mese ammontano a circa 700. Il paese rischia di sprofondare in una vera e propria guerra civile.

Pakistan: continuano gli attentati dei gruppi terroristici legati ad Al-Qaeda nei confronti degli sciiti.La tensione resta molto alta.

Filippine: forti proteste anche nelle Filippine contro i bassi livelli salariali, disoccupazione e corruzione.

India: continuano rivolte e scontri nel Kashmir indiano con decine di vittime.

Bulgaria: continuano le proteste popolari contro il governo e contro la crisi economica. I manifestanti hanno bloccato per diverso tempo l’uscita dei deputati dal parlamento.

Francia: in Francia si segnala invece la rivolta della banlieue di Trappes.
Italia: continuano sempre più violenti e intensi gli scontri fra il movimento NO-TAV e le forze dell’ordine con diversi feriti.

Turchia: continuano le proteste in Turchia, ma attualmente con meno intensità.

Brasile: nonostante la visita del Papa, le proteste popolari non intendono fermarsi e sono all’ordine del giorno.

Qui di sotto ripubblichiamo la cartina dell’instabilità mondiale aggiornata ai fatti attuali:

guerra civile globale2 1024x473 Guerra civile globale: il crollo della valuta anticipa la rivolta?




Fatti questi aggiornamenti, vogliamo, prendendo spunto da un articolo del sito Rischio Calcolato, cercare di anticipare le prossime rivolte o rivoluzioni o gravi instabilità sociali, analizzando quali sono le valute che si stanno fortemente svalutando. Rischio Calcolato, osservando la forte svalutazione della Lira Egiziana, ha anticipato puntualmente il golpe in Egitto e l’attuale instabilità dovuta anche alla veloce morte della valuta nazionale.
Ora elencheremo i casi da tenere sotto osservazione che potrebbero rivelarci le prossime tensioni, (i grafici sono in rapporto con l’euro):



Turchia

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La valuta turca continua il suo inesorabile crollo. Abbiamo già visto come sia già presente in Turchia una forte instabilità dovuta allo scontro frontale tra il movimento di protesta popolare e il governo islamista e se la valuta continuasse a crollare e l’economia a peggiorare a nostro avviso questo autunno si rischia seriamente un golpe turco. Se il rapporto con l’Euro supererà la resistenza intorno a 2.6 dobbiamo attenderci una nuova ondata di scontri e manifestazioni.
Non dimentichiamo inoltre le sconfitte a livello internazionale con la cacciata di Morsi e con la riscossa del regime siriano.

Brasile

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Il crollo del Real sembra aver superato la linea di resistenza del trend. Un ritorno rapido in area 3.4, secondo questa nostra teoria, porterà a una fase più intensa di rivolte sociali.
India

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Tragica la situazione della rupia indiana che nonostante la mossa disperata della salita dei tassi di interesse al 10,25%, non accenna ad esserci un’inversione di tendenza e la moneta del secondo paese più popolato al mondo continua a rimanere a livelli pericolosamente bassi. Se a questo dobbiamo aggiungere un’economia che inizia a rallentare e un’Occidente che consuma sempre meno, se nei prossimi mesi si supererà il livello di 80 nel rapporto con l’Euro penso che l’India si unirà alla lista dei paesi emergenti in rivolta.
Sudafrica

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Il Rand Sudafricano dopo i continui crolli degli scorsi mesi ha momentaneamente frenato la sua caduta. Se dopo questo momentaneo stop, la caduta dovesse ricominciare, il paese sudafricano già scosse da scioperi, rivolte e da una criminalità altissima potrebbe precipitare in una nuova fase di instabilità che potrà essere accentuata dalle sempre presenti divisioni etniche e dalla morte di Nelson Mandela.
Russia

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Dopo i deludenti dati economici, il Rublo continua a svalutarsi. Ora siamo vicini ad una resistenza importante a quota 43-43,5 Eur/Rub. Se questa resistenza dovesse essere sfondata sicuramente sarà necessario interrogarsi sull’effettiva salute dell’economia del paese più grande al mondo. Inoltre ricordiamo che qualsiasi debolezza economica potrà essere sfruttata dal movimento di opposizione del blogger Navalny che rischia l’arresto e potrebbe provocare una seria ondata di manifestazioni e proteste.
Indonesia

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Anche l’Indonesia come India e Brasile ha tentato la strada del rialzo dei tassi per frenare la caduta della sua valuta ma senza grandi effetti. Se la caduta della Rupia Indonesiana oltrepassasse soglia 14.000, sempre seguendo la nostra teoria, non potrebbe non esserci un’esplosione delle tensioni sociali già presenti.
Iran

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Il Rial Iraniano è praticamente carta straccia. Se il nuovo governo non riuscirà a trovare un accordo per ridurre le sanzioni, con USA e UE, l’esplosione sociale è una certezza e una guerra vera e propria non è da escludersi per sfogare le tensioni interne sull’esterno.



Abbiamo dato una panoramica valutaria dei paesi più importanti dove sono in atto forti svalutazioni, senza mostrare grafici vogliamo anche ricordare come stiano crollando le valute dei seguenti paesi: Argentina, Bielorussia, Etiopia, Ghana, Gambia, Honduras, Giamaica, Kirghizistan, Sri Lanka, Birmania, Mongolia, Mauritania, Namibia, Nicaragua, Nepal, Perù, Filippine, Paraguay, Thailandia, Tunisia, Uruguay, Uzbekistan, Venezuela, Zambia.

Discorso a parte merita la Cina, dove attualmente la valuta rimane intorno a 8 nel rapporto con l’Euro. Se ci dovesse essere una svalutazione sarà segno dell’inizio dello sgretolamento dell’economia cinese. Il Giappone, invece, sta giocando con il fuoco, svalutando e stampando senza alcun timore. A nostro avviso questo non è che un sintomo delle debolezza dell’economia giapponese e gli attuali benefici di questa strategia economica sono come gli improvvisi miglioramenti del malato prima di morire. Valuteremo invece in un altro articolo specifico la situazione del dollaro americano che attualmente si trova in una situazione transitoria fondamentale che potrebbe tradursi nella vera e propria fine della valuta statunitense e quindi la conseguente fine dell’Impero Usa. Ma questo è un discorso delicato che affronteremo in un altro articolo. Ora non possiamo non monitorare la situazione valutaria dei paesi sopra elencati, una situazione a nostro avviso esplosiva che porterà sempre maggiore instabilità e caos in tutto il pianeta. Continueremo ad aggiornare la Guerra Civile Globale.



I grafici sono presi dal sito http://fxtop.com/ che ringraziamo.


mercoledì 24 luglio 2013

Presidente Napolitano, niente alibi per sospendere la democrazia.

(di Fausto Bertinotti)
Signor Presidente,
Lei non può. Lei non può congelare d'autorità una delle possibili soluzioni al problema del governo del Paese, quella in atto, come se fosse l'unica possibile, come se fosse prescritta da una volontà superiore o come se fosse oggettivata dalla realtà storica. Lei non può, perché altrimenti la democrazia verrebbe sospesa.
Lei non può trasformare una Sua, e di altri, previsione sui processi economici in un impedimento alla libera dialettica democratica. I processi economici, in democrazia, dovrebbero poter essere influenzati dalla politica, dunque dovrebbero essere variabili dipendenti, non indipendenti. Lei non può, perché altrimenti la democrazia sarebbe sospesa. Sia che si sostenga che viviamo in regimi pienamente democratici, sia che si sostenga, come fa ormai tanta parte della letteratura politica, che siamo entrati, in Europa, in un tempo post-democratico, quello della rivincita delle élites, Lei non può.
Nel primo caso, perché l'impedimento sarebbe lesivo di uno dei cardini della democrazia rappresentativa cioè della possibilità, in ogni momento, di dare vita ad un'alternativa di governo, in caso di crisi, anche con il ricorso al voto popolare. Nel secondo caso, che a me pare quello dell'attuale realtà europea, perché rappresenterebbe un potente consolidamento del regime a-democratico in corso di costruzione.
C'è nella realtà politico-istituzionale del Paese una schizofrenia pericolosa; da un lato, si cantano le lodi della Costituzione repubblicana, dall'altro, essa viene divorata ogni giorno dalla costituzione materiale. La prima, come Lei mi insegna, innalza il Parlamento ad un ruolo centrale nella nostra democrazia rappresentativa, la seconda assolutizza la governabilità fino a renderlo da essa dipendente. Quando gli chiede di sostenere il governo perché la sua caduta porterebbe a danni irreparabili, Ella contribuisce alla costruzione dell'edificio oligarchico promosso da questa costituzione materiale.
Nel regime democratico ogni previsione politica è opinabile perché parte essa stessa di un progetto e di un programma che sono necessariamente di parte; lo stesso presunto interesse generale non si sottrae alla diversità delle sue possibili interpretazioni. Ma, se mi permette, Signor Presidente, c'è una ragione assai più grande per cui Lei non può.
La nostra Costituzione è, come sappiamo, una costituzione programmatica. Norberto Bobbio diceva che in essa la democrazia è inseparabile dall'eguaglianza, come testimonia il suo articolo 3. Ma essa, rifiutando un'opzione finalistica nella definizione della società futura, risulta aperta a modelli economico-sociali diversi e a quelli dove sarà condotta da quella che Dossetti chiamava la democrazia integrale e Togliatti la democrazia progressiva. Quando Lei allude ai possibili danni irreparabili per il Paese, lo può fare solo perché considera ineluttabili le politiche economiche e sociali imperanti nell'Europa reale, le politiche di austerità. Ha poca importanza, nell'economia di questo ragionamento, la mia radicale avversione a queste politiche che considero concausa del massacro sociale in atto.
Quel che vorrei proporLe è che nella politica e in democrazia si possa manifestare un'altra e diversa idea di società rispetto a quella in atto e che la Costituzione repubblicana garantisce che essa possa essere praticata e perseguita. Il capitalismo finanziario globale non può essere imposto come naturale, né la messa in discussione del suo paradigma può essere impedito in democrazia, quali che siano i passaggi di crisi e di instabilità a cui essa possa dar luogo. O le rivoluzioni democratiche possono essere possibili solo altrove? No, la Carta fondamentale garantisce che, nel rispetto della democrazia e nel rifiuto della violenza, possa essere intrapresa anche da noi.
C'è già un vincolo esterno, quello dell'Europa reale, che limita la nostra sovranità, non può esserci anche un vincolo esterno alla dialettica politica costituita dall'autorità del Presidente della Repubblica. Lei non può, Signor Presidente.
Mi sono permesso di indirizzarLe questa lettera aperta perché so che la lunga consuetudine e l'affettuoso rispetto che ho sempre nutrito per la Sua persona mi mettono al riparo da qualsiasi malevola interpretazione e la mia attuale lontananza dai luoghi della decisione politica non consentono di pensare ad una qualche strumentalità. È, la mia, soltanto, l'invocazione di un cittadino, anche se ho ragione di ritenere che essa non sia unica. Mi creda, con tutta cordialità.


martedì 23 luglio 2013

Detroit e la bancarotta del patto sociale americano.


DI ROBERT B. REICH
informationclearinghouse.info

C’è un modo di vedere la bancarotta di Detroit – la più grande bancarotta tra tutte le città americane – ed è quello del fallimento delle trattative politiche sulla suddivisione dei sacrifici finanziari tra creditori, lavoratori e pensionati di una città, e la conseguente necessità di far ricorso a una decisione della magistratura. Oppure può essere interpretata come il risultato inevitabile di decenni di accordi sindacali che offrivano ai lavoratori della città pensioni e servizi sanitari inadeguati e inaccettabili.

Ma c’è un altra storia di fondo qui, e si replica su tutto il territorio Americano: è sempre più ampio tra gli americani il divario tra fasce di reddito. Quarant’anni fa, la maggior parte delle città (Detroit compresa) presentavano un mix bilanciato tra benestanti, classe media e non abbienti. Ora, ogni gruppo tende ad isolarsi sempre più, ognuno nella propria città — ognuno nel proprio regime fiscale che consente, da una parte, scuole eccellenti, parchi curatissimi, sicurezza affidabile, trasporti efficienti ed altri servizi ineccepibili, e dall’altro scuole orrende, parchi semi-distrutti, alto tasso di criminalità e servizi pubblici scadenti.

La divisione geo-politica è diventata così marcata che essere ricco oggi in America significa poter fare del tutto a meno di incontrare o frequentare chi non lo è.

Detroit (1) è un’isola desolatamente povera, prevalentemente nera e sempre più abbandonata nel mare di una ricchezza che è per lo più bianca. Le sue aree periferiche, invece, sono tra le più ricche del paese. Oakland County, ad esempio, è la quarta contea più ricca degli Stati Uniti, tra le contee con uno e più milioni di abitanti. Greater Detroit (2) — che comprende anche le aree periferiche – è tra i primi cinque centri finanziari del paese, tra i primi quattro centri di alta-tecnologia e la seconda maggiore fonte di talento ingegneristico e architettonico. Non proprio tutti sono ricchi, ad essere sinceri, ma il nucleo familiare medio in questa zona ha un reddito annuo vicino ai 50,000 dollari e il tasso di disoccupazione qui non supera la media nazionale. Un nucleo familiare medio di Birmingham, Michigan, proprio al di là del confine con Detroit, l’anno scorso denunciava un reddito annuo di 94,000 dollari; nella vicina Bloomfield Hills — nell’area metropolitana di Detroit – la media era di 150,000 dollari.

Ora, all’interno della città di Detroit la media del reddito annuo è di circa $26,000 e la disoccupazione sta arrivando alle stelle. Uno su tre cittadini è in stato di povertà. Più della metà di tutti i bambini in città vivono in stato di indigenza. Tra il 2000 ed il 2010, Detroit ha perso un quarto della sua popolazione, dopo che la classe media ed i bianchi si sono trasferiti nelle zone periferiche. Questa migrazione ha creato un estremo impoverimento, lasciando quartieri semi-abbandonati, palazzi vuoti, scuole semi-deserte, criminalità in aumento e una base fiscale sempre più esigua. Negli ultimi cinque anni, più della metà dei suoi parchi sono stati chiusi. Il 40% dell’illuminazione urbana non funziona. In poche parole, nell’America moderna molto dipende dalla capacità di tracciarsi delle linee di demarcazione, chi sta dentro e chi sta fuori.

Chi fa parte del Patto Sociale? Se “Detroit" è definita la più vasta area metropolitana, comprendente quindi le sue aree periferiche, allora “Detroit” ha abbastanza denaro per fornire ai suoi abitanti dei buoni servizi pubblici senza dover ricorrere alla bancarotta. In termini politici, la questione è se le fasce più ricche di questa “Detroit" siano o meno disposte a sovvenzionare con un adeguato prelievo fiscale il centro povero della città, aiutandolo a risollevarsi dallo stato di miseria in cui vive. E’ una questione assai scomoda e le fasce abbienti della città preferirebbero non doverla affrontare.

Nel tracciare il limite che delinea il centro della città, aspettandosi che quelli che vivono all’interno di questo cerchio se la sbrighino da soli a risolvere i loro problemi, i bianchi e i ricchi delle aree periferiche se ne sono lavati le mani. La “loro” città non ha problemi. E’ “l’altra” a trovarsi nei guai, e si chiama “Detroit”.

E’ come se una banca di Wall Street tracciasse una linea di demarcazione intorno ai “cattivi” investimenti, svendendoli a prezzi di realizzo e stralciandoli dalle perdite. Solo che qui stiamo parlando di esseri umani e non di capitali finanziari. E la svendita a prezzi di realizzo qui si traduce in servizi pubblici sempre peggiori, scuole sempre più inefficienti e crescente criminalità per quelli che sono stati abbandonati nel cerchio interno di Detroit. In un’era di disuguaglianze sempre più marcate, ecco come la ricca America sta silenziosamente stralciando i suoi poveri.



ROBERT B. REICH, Professore emerito di Politiche Pubbliche all’ Università della California di Berkeley, è stato Segretario per il Lavoro nell’amministrazione Clinton. Time Magazine lo ha definito uno tra i dieci segretari più capaci del ventesimo secolo. Ha scritto tredici libri, tra cui i best-seller “Aftershock" e “Il Lavoro delle Nazioni”. Da poco ha pubblicato il suo ultimo lavoro “Oltre l’Indignazione”. E’ anche tra i direttori fondatori dell’ American Prospect Magazine e presidente di Common Cause. Il prossimo 27 settembre uscirà il suo nuovo film “Inequality for All” (Disuguaglianza per tutti).  http://robertreich.org



Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/article35609.htm

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

1) http://www.usatoday.com/story/news/nation/2013/07/18/detroit-files-for-bankruptcy/2567159/
2) http://en.wikipedia.org/wiki/Metro_Detroit

lunedì 22 luglio 2013

Il Governo Letta deve durare fino al 2015. Perchè?

di Aldo Giannuli.

In vista del dies irae del 30 luglio pv, il Presidente della Repubblica si è affrettato a “chiudere la finestra di ottobre”, per eventuali elezioni, e, stando ai resoconti giornalistici, ha aggiunto che le intese di aprile –quando accettò di essere rieletto- erano per un esecutivo che durasse sino al 2015. Implicitamente, il Presidente ci ha fatto sapere di un patto i cui termini sono ben diversi da quelli fatti trapelare nell’immediatezza dell’accordo: allora si parlò di un esecutivo di durata breve, con il compito di cambiare la legge elettorale, fronteggiare l’immediatezza della crisi e poi andare a votare.

Poi, man mano, la riforma elettorale è andata scivolando in avanti e si è iniziato a dire che il governo “non ha scadenza” e che si sarebbero dovute fare anche altre riforme istituzionali mettendo mano alla Costituzione; donde la nomina del comitato dei “saggi” di cui abbiamo già detto. E qui spunta che una scadenza c’era, il 2015, dunque non tanto a breve.

Si tratta dei due anni che, prevedibilmente, una revisione costituzionale comporta, considerato che essa richiede, oltre al tempo necessario a trovare una intesa, l’approvazione delle due Camere in doppia lettura, con intervallo di tre mesi fra l’una e l’altra. Ma questo se non ci sono incidenti di percorso, magari l’approvazione di un piccolissimo emendamento che richiederebbe di nuovo la doppia lettura con il trimestre di intervallo. E poi bisogna considerare anche la possibilità di un ostruzionismo da parte del M5s e, magari, di Sel che, con i loro 200 parlamentari e passa, potrebbero bloccare i lavori per mesi e mesi, anche perché nel processo di revisione costituzionale non è possibile stroncare l’ostruzionismo ponendo il voto di fiducia al governo. Niente paura: il governo avanza un disegno di legge di deroga alle procedure previste dall’art. 138 riducendo ad un mese l’intervallo fra le due deliberazioni.

E che nel processo di revisione della Costituzione abbia voce in capitolo l’esecutivo è una novità assoluta. Questa procedura eccezionale consisterebbe in una sorta di deroga una tantum, per sveltire i lavori finalizzati ad una limitatissima riforma costituzionale, come l’abolizione del voto di fiducia da parte del Senato, così da evitare un blocco come quello seguito alle elezioni di febbraio. Ma, come fa notare il costituzionalista Alessandro Pace (Repubblica 8 giugno 2013), la proposta governativa dovrebbe essere approvata con procedura ordinaria, per cui faremmo passare il principio per cui una legge ordinaria può derogare alla Costituzione e questo potrebbe essere ripetuto per qualsiasi altra revisione. Di fatto stiamo aprendo la porta alla disarticolazione dell’art. 138 e, con esso, della stessa attuale Costituzione.

D’altra parte, se tutto quello che c’è da fare è emendare il nostro bicameralismo, basta riscrivere l’art 94 ed al massimo le prime due righe dell’art. 81. E per fare questo nominiamo una commissione di quaranta “saggi”? Il dubbio che sorge è che questa specie di Sinedrio debba preparare una revisione organica della Costituzione e che la “deroga” attuale sia solo la legittimazione di ben più sostanziose prossime deroghe. Anzi, ad essere proprio maliziosi, sorge il sospetto è che il testo della nuova Costituzione sia già pronto e giaccia in qualche cassetto (della Jp Morgan per caso?). Ma noi non siamo così prevenuti e non lo diciamo.

Però non possiamo tacere che, di fatto, siamo alle soglie di una vera e propria rottura costituzionale: l’art. 138 fa parte della Costituzione e non può essere modificato con procedura ordinaria, anzi, per la delicatezza della sua funzione, è l’ultimo per il quale si possa pensare una procedura tanto disinvolta.
E qui veniamo al ruolo del Capo dello Stato. Tutto fa intendere che la partita della revisione costituzionale –ben oltre che la questione dell’art. 94- abbia fatto parte delle trattative che portarono alla rielezione di Napolitano che oggi, infatti, blinda il governo per evitare quelle elezioni che sospenderebbero questo processo così avviato. Dunque, Letta deve durare perché il Presidente vuole che la Costituzione cambi, in tutto o in parte. Ma dove sta scritto che il Presidente della Repubblica possa farsi promotore del cambiamento costituzionale? Qualche studio di diritto costituzionale ci fa pensare che il Presidente abbia, piuttosto, il compito di garantire la Costituzione vigente. A cambiarla –e secondo le regole previste da essa stessa- devono pensare altri. E, pertanto ci si attende che il Presidente rifiuti di firmare il Ddl governativo, per la palese violazione dell’art. 138 e, con esso, la lettera e lo spirito della Costituzione e che, ne investa la Corte Costituzionale. O magari che indirizzi un messaggio alle Camere per avvertire del carattere anticostituzionale della norma che stanno per varare. Ma questo non accade e non accadrà, per la semplice ragione che Napolitano è interno al progetto.

Occorrerà riflettere molto attentamente su cosa ha rappresentato la Presidenza Napolitano negli equilibri costituzionali, qui ci limitiamo ad osservare che il Presidente ha spostato l’accento della sua azione più sulla garanzia dei patti internazionali dell’Italia (dai patti Ue agli accordi di Marrakesh, per non dire dei patti impliciti rappresentati dai titoli di debito pubblico) che su quella della Costituzione. Di fatto, negli ultimi quattro anni, Napolitano, più che rappresentare la Nazione all’estero (come prescrive la Costituzione), ha piuttosto rappresentato la Ue e la Bce presso il governo ed il Parlamento. Una sorta di “commissario agli atti”. Ed, in questa inedita metamorfosi della figura del Capo dello Stato, si sono determinate una serie di alterazioni nei rapporti fra istituzioni della Repubblica. Per molto meno, l’allora Pds stava per chiedere la messa in stato d’accusa di Cossiga per attentato alla Costituzione. E’ arrivato il momento di dire che siamo ad un passo dalla rottura costituzionale e dal colpo di Stato “bianco”.

Qualcuno ha osservato che “Napolitano sta cercando di limitare i danni”. Altro che limitare i danni, Napolitano è il danno.


Fonte: www.aldogiannuli.it

domenica 21 luglio 2013

Associazione "Eleanor Roosevelt": riflessioni ad alta voce.



Riflessioni a margine dell’incontro di Gioia Tauro, propedeutico al lancio dell’Associazione “Eleanor Roosevelt”.

di Francesco Salistrari.

L’incontro di ieri di Gioia Tauro, a cui ho avuto l’onore di essere invitato, è stato un incontro interessante e partecipato. L’intervento di Gioele Magaldi è stato come al solito serio e circostanziato ed ha espresso la volontà concreta di creare un nuovo soggetto politico-sociale (pre-politico) capace di porsi come forza di pressione sul mondo politico, economico e sociale non solo italiano.

L’Associazione “Eleanor Roosevelt” che, da ieri, comincia a muovere i suoi primi passi, si pone obiettivi concreti ed ambiziosi e lo spirito che anima l’esperimento è dei migliori. Innanzitutto, il contributo di personalità come quella di Gioele Magaldi, appare oggi più che mai, di fondamentale importanza, perché il ruolo che può svolgere in questa fase storica e politica la massoneria progressista, può risultare determinante, viste le dinamiche operanti e le forze in gioco.

Questo per una serie di ragioni. 

Innanzitutto, questa crisi economica di portata globale, viene utilizzata dalle élites dominanti per sferrare l’attacco decisivo all’impianto democratico occidentale in quanto tale. La strategia di quella che Magaldi più volte ha chiamato nei suoi interventi pubblici, la “massoneria conservatrice”, si pone come obiettivo la liquidazione dei diritti sociali e l’asservimento sociale ad un modello di capitalismo neo-aristocratico e neo-schiavistico e al controllo elitario di ricchezza e risorse.

Inoltre, l’asservimento e la subalternità del ceto politico italiano, rappresenta un fattore non secondario per quanto riguarda la riuscita di questo disegno, che per quanto concerne l’Italia, mira alla spoliazione della ricchezza del paese attraverso una manipolazione profonda dell’opinione pubblica.

Queste cose ieri, il Dott. Magaldi, le ha spiegate ancora una volta molto chiaramente e la proposta, appunto, di liberare attraverso un’associazione nazionale, ma non solo nazionale, quella “massa critica” capace di rappresentare un contraltare politico e sociale nei confronti del disegno egemonizzante dei settori più conservatori e antidemocratici delle élites mondiali, è una novità e un’opportunità che vanno tenute in considerazione, soprattutto dalle altre forze politiche.

Il percorso è ancora lungo e tortuoso, e la riuscita del tentativo, ambizioso, passa per alcuni snodi fondamentali.

Per prima cosa la nuova Associazione dovrà essere in grado di rappresentare una novità concreta nel panorama politico italiano. Questo perché, soprattutto negli ultimi anni, si è assistito al pullulare un po’ ovunque di nuovi movimenti, associazioni, partitini che hanno proposto e propongono analisi più o meno coerenti e più o meno efficaci soluzioni alla crisi che stiamo vivendo, ma hanno dimostrato una incapacità endemica a radicarsi nella società. Dal momento che appare assolutamente imprescindibile creare un blocco sociale di opposizione, quanto più ampio possibile, alle politiche devastatrici delle élites dominanti (nazionali e sovranazionali), l’Associazione “Eleanor Roosevelt” dovrà essere capace di stimolare la risposta sociale in forme e contenuti nuovi.

In questo, il contributo che può essere rappresentato dalla massoneria progressista, di cui Gioele Magaldi è un eminentissimo rappresentante, può e deve essere decisivo. Perché se è vero com’è vero che una parte importante (ed in questo momento dominante) della massoneria italiana, europea ed occidentale, ha come obiettivo la liquidazione del concetto e della prassi della “sovranità popolare”, la liquidazione dei diritti acquisiti del “welfare state”, la liquidazione della democrazia e dei “beni pubblici”, la riduzione della funzione e del ruolo dello Stato a vantaggio esclusivo del “privato” (nella logica dominante del “profitto”), il ruolo di contrasto che può svolgere la massoneria progressista, è imprescindibile, a cominciare da una vasta operazione (peraltro già cominciata, ma ancora circoscritta) di trasparenza, necessaria quanto propedeutica a quello stimolo che si tenta di procurare al corpo sociale. Trasparenza che significa non solo la denuncia dei disegni elitari che si vogliono combattere, ma un’apertura maggiore del mondo massonico alla società civile, apertura che si potrebbe tradurre in quella fiducia che si cerca di ottenere proprio da quest’ultima. La fiducia, come la trasparenza, nel mondo politico, sono beni troppo scarsi: è per questo motivo che l’Associazione “Eleanor Roosevelt” deve distinguersi. Ed in questo, lo stimolo potente che può essere rappresentato dal ruolo e dalla funzione della massoneria progressista, può essere davvero importante.

La seconda cosa che vorrei analizzare, rispetto ai compiti che, secondo la mia modestissima opinione, dovrebbe assumere l’Associazione “Roosevelt” è quella di proporre un’analisi critica di alcuni punti problematici del sistema capitalistico in quanto tale, punti che determinano non solo le dinamiche della crisi economica in generale, ma che stanno essi stessi alla base delle strategie delle élites dominanti.

In particolare, ritengo necessaria lo sviluppo di un’analisi profonda delle contraddizioni intrinseche al sistema capitalistico moderno, soprattutto per quanto riguarda i modi, i tempi e i fini della produzione, l’allocazione di beni e risorse, la distribuzione della ricchezza. Un’analisi che in altre parole faccia i conti con quello che oggi vogliono significare le parole “finanza”, “crescita”, “mercato”. Questo perché sono convinto, probabilmente nella mia ingenuità, che intorno alla ridefinizione di questi concetti si gioca la partita più ampia per il miglioramento delle condizioni di vita generali, ma anche la partita decisiva del compito e del ruolo che la democrazia deve e può svolgere. 

Se si vuole realmente incidere ed in profondità nei meccanismi economici, sociali e politici che il tempo in cui viviamo ci propone, non si può assolutamente prescindere dalla comprensione di alcuni fenomeni latenti e palesi che operano nel mondo moderno e che stanno alla base delle dinamiche distruttive a cui oggi assistiamo. Sarebbe decisamente inefficace pensare di poter invertire tale rotta, solo mettendo in discussione le forme e i modelli istituzionali oggi esistenti e imposti, solo mettendo in discussione i soggetti politici (occulti e palesi) che detengono le fila del comando, solo proponendo un cambio di guardia e di personale, senza agganciare a questo una messa in discussione più profonda di alcuni meccanismi del sistema capitalistico in quanto tale.

Questo non significa che l’Associazione “Eleanor Roosevelt” debba porsi come un soggetto anticapitalistico, questo non significa mettere in discussione la difesa della “libera iniziativa privata” a vantaggio di uno Stato invadente e pervasivo. Non si tratta di discutere quale modello sia auspicabile: se un modello ad “economia di mercato” o un modello ad “economia pianificata”. Non si discute di scegliere tra “socialismo” e “capitalismo”. Si tratta di capire e di comprendere che i fenomeni che stanno alla base delle dinamiche moderne, pongono dei quesiti ineliminabili intorno ad alcuni dei principi che hanno informato fino a questo momento lo sviluppo del modello economico nel quale viviamo. Principi, ideologie, strumenti, modi, modalità e prassi, che segnalano come sia venuto il tempo di cominciare a porsi delle serie domande sulla società che si vuole costruire.

Nell’intervento di ieri del Dott. Magaldi, ad esempio, parlando di “globalizzazione”, l’eminente studioso ha posto un problema molto serio. Criticando la globalizzazione economica così come è stata concretamente realizzata, non ha messo in discussione il principio della “libera circolazione di merci e capitali”, ma il fatto che ad essa non sia stata accompagnata una applicazione generalizzata dei “diritti sindacali”. E’ un argomento che può sembrare (ed in parte lo è) molto convincente, ma nasconde una debolezza di fondo che investe la natura stessa del sistema capitalistico moderno. E questa debolezza è rappresentata essenzialmente dal fatto che se le aziende multinazionali hanno voluto (e imposto) un certo tipo di globalizzazione, lo hanno fatto esclusivamente perché il saggio di profitto, in presenza di tutele del lavoro particolarmente avanzate, non è sufficiente a sostenere la crescita economica. Ed è per questo motivo che si sono cercate soluzioni alternative a quella che è una tendenza generale sistemica. D’altra parte anche la “finanziarizzazione dell’economia” risponde precipuamente a questo scopo e rappresenta, a partire dal fatidico momento dell’abbandono degli accordi di Bretton-Woods, quel tentativo peculiare di sostenere la crescita dei profitti, e dunque la crescita economica generale, con metodi diversi.

Concludo dicendo che saluto con molto piacere questa iniziativa, che ritengo non solo importante ma potenzialmente capace di dare risposta a quella domanda latente di partecipazione politica che sorge un po’ ovunque nelle pieghe della società italiana (e non solo italiana). La crisi dei partiti e del sistema politico, è anche una crisi culturale, non solo politica. E’ una crisi che mette in discussione la stessa modellistica della forma-partito e dei modi di partecipazione popolare che tale forma ha permesso si esplicasse nel corso della storia recente, soprattutto a partire dal dopoguerra fino agli anni settanta. E’ per questo motivo che sono convinto che la ricerca di nuove forme e di nuovi metodi di partecipazione democratica alla formazione di indirizzi politico-culturali innovativi, rivoluzionari e capaci di incidere profondamente nella realtà economica, sociale e politica del contesto nel quale viviamo, siano assolutamente necessari e ormai improcrastinabili.

Da oggi, l’Associazione “Eleanor Roosevelt”, comincia un percorso di crescita che si spera sia importante. Per non tradire questa speranza, viva e necessaria, c’è bisogno di tanto lavoro, di chiarezza di idee, di intenti e di finalità e soprattutto la capacità di conquistare, nel corpo sociale, quella fiducia necessaria affinché il contributo che essa può dare al dibattito politico generale possa essere determinante. 

Non solo, l’Associazione è chiamata ad un compito se vogliamo anche più difficile: saper risvegliare la speranza. La speranza in un mondo migliore, un mondo più giusto, più a misura d’uomo. Una speranza di cui, la società, oggi, ha assoluto bisogno per risvegliarsi da quel torpore nel quale le tecniche manipolative del potere l’hanno relegata per troppo tempo.

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