venerdì 31 maggio 2013

...E Poi Non Ne Rimase Nessuno.


Viator

Chi di questi tempi si limita a constatare da una posizione in apparenza 'sicura' la disperazione del proprio prossimo, convinto che l'agenda globalista proseguirà a mietere vittime solo tra le categorie meno funzionali al potere, ho idea che presto dovrà ricredersi. La tecnologia infatti si accinge a ridimensionare vasti settori della economia e della società che fino a ieri apparivano intoccabili.

L'evoluzione tecnologica, in abbinamento allo stato di narcosi chimico-mediatica che ottunde ampie fasce di popolazione, va sollevando il potere dalla necessità politica di ricorrere a figure professionali intermedie che fungano da esecutori e tutori dello status quo. Nell'ottica strozzinesca e accentratrice dei burattinai il discorso non fa una grinza: perché foraggiare ancora una classe media caporalesca, inquinante e obsoleta, quando la tecnologia è ormai in grado di fungere da canale di controllo e comunicazione immediato tra il vertice e la base della piramide?

Il grado di obsolescenza delle cosiddette 'risorse umane' - come sappiamo - è direttamente proporzionale al livello di sviluppo tecnologico conseguito da una data società (v. correlati).
Fino a poco tempo fa alcune tipiche categorie professionali deputate alla propaganda e amministrazione dello status quo potevano dirsi immuni dal pericolo di concorrenza tecnologica. Industriali, dipendenti pubblici e bancari, operatori delle forze dell'ordine, avvocati, notai, magistrati, giornalisti, commercialisti, medici ed - ovviamente - politici. Da oltre un decennio, però - come già abbiamo avuto modo di osservare (v. correlati) - sta andando in scena una demolizione controllata del vecchio status quo in funzione della instaurazione di nuovi paradigmi sociali, culturali ed economici; di conseguenza diverse categorie un tempo protette dall'egida sistemica stanno per subire la revoca di antichi privilegi apparentemente inestinguibili. Alcune di esse sono destinate a cadere in desuetudine, mentre per altre si profila una profonda riorganizzazione che le decimerà e svilirà. E' il caso della classe politica.

Politici.
La prima categoria di 'non più immuni' è quella degli uomini politici, che in Italia da qualche annetto i fidi media hanno preso a definire: 'La Casta.' Non è un caso che si parli con insistenza di radicali riforme del sistema politico sia al livello centrale che locale; riduzione del numero dei parlamentari, abolizione di una Camera, revoca di privilegi e benefit; non è un caso che l'Italia si stia dirigendo verso il presidenzialismo e la abolizione di alcuni enti locali, tra cui province e comunità montane; che molti programmi televisivi di punta siano impegnati in una continua stigmatizzazione della inefficienza degli enti locali spesso sotto forma di opere pubbliche incompiute, abusi di potere e degrado ambientale, e non è un caso che con le ultime manovre si stiano sottraendo risorse ai comuni.

Molti cittadini percepiscono la riforma della politica come una grande vittoria del popolo, ma in realtà il Vero Potere ha deliberato che i tempi siano quasi maturi per l'ultimo trappolone psico-politico, cioè la democrazia diretta; di conseguenza è giunto il momento di preparare il terreno per la revoca delle facoltà e dei privilegi che fino ad oggi hanno tenuto in vita il teatrino della democrazia rappresentativa. Il che significa che la classe politica uscirà da questa bufera pesantemente ridimensionata, e che con l'eventuale avvento delle nuove forme di democrazia diretta il Potere sarà in grado di addebitare direttamente alla collettività le responsabilità delle proprie scelte politiche, che l'opinione pubblica approverà in quanto previamente condizionata dalla cultura e dai media.

Medici.
Fossi un giovane medico mi preoccuperei di fronte alla prospettiva di privatizzazione della sanità, da tempo molto ventilata, e di cui parleremo nel paragrafo dedicato a Big Pharma. Inoltre guarderei con sospetto alla evoluzione della intelligenza artificiale e dei robot capaci di effettuare sia diagnosi (link) che interventi chirurgici a costo zero e con instancabile precisione (link). E' evidente che la professione medica sia ancora ben lungi dal cadere in desuetudine, tuttavia la ristrutturazione del settore sanitario, unita alle politiche di controllo demografico e all'inarrestabile sviluppo tecnologico, comporterà una sensibile riduzione dei posti di lavoro disponibili, con conseguente incremento della disoccupazione e della occupazione precaria e mal retribuita.

Commercialisti e fiscalisti.
Nell'era del controllo e della informatizzazione globale, professioni come quella del commercialista e del fiscalista non avranno più motivo di esistere. Se l'esattore del fisco oggi interpreta il ruolo dello 'sbirro cattivo', commercialisti e fiscalisti vestono i panni di quello buono, nel furbo teatrino finalizzato a convincere il cittadino a pagare tasse di ogni tipo, spesso immorali e illegittime, e consegnare oltre metà dei propri guadagni ad uno Stato incapace di gestire decentemente cose come previdenza e bilancio e di garantire una vita decente ai propri cittadini. Purtroppo per entrambe i ruoli si prospettano tempi bui, dal momento che alla abolizione del denaro contante, obiettivo imprescindibile della agenda oligarchica (v. correlati), finiranno per abbinarsi sistemi informatici di tracciamento e tassazione telematici che renderanno obsolete entrambe le figure professionali. Toccherà darsi alla agricoltura.

Giornalisti.
Da un vecchio post (link).
Da molto tempo ormai la maggioranza dei redattori, reporter, editorialisti, direttori hanno rinunciato a fare valere i rispettivi punti di vista, le rispettive idee, le rispettive coscienze, così che le loro funzioni sono andate via via scolorendo, e le loro voci hanno finito per fondersi nella pedissequa ripetizione di comunicati stampa rilasciati da governi, lobby e multinazionali.
Ma ad ogni scelta corrisponde un prezzo, e ho idea che entro breve la categoria dei giornalisti dovrà pagare il conto. Detta in parole povere, tale scriteriato processo di spersonalizzazione ha finito per  menomare tali professioni dei loro tratti essenziali, in assenza dei quali viene automaticamente meno anche la loro ragion d'essere, la loro utilità sociale. In assenza di oggettività ed indipendenza la figura del reporter perde ogni utilità, diventa solo uno strumento di diffusione non diverso da un megafono o un volantino. Qualcosa di molto simile ad una macchina persuasiva.
Tempo fa è circolata la notizia (link) che una coppia di brillanti professori statunitensi, specializzati nello sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale, ha approntato un software chiamato Stats Monkey, capace di redigere autonomamente interi articoli sportivi basandosi sui dati che reperisce e seleziona in rete.

Quanto tempo passerà prima che un editore sceglierà di sostituire gli anti-economici giornalisti robotici con dei veri e propri robot giornalisti? Con un software che  - man mano che la tecnologia andrà affinandosi - fornirà un servizio pressoché identico rispetto al concorrente umano, lavorando instancabilmente 24 ore al giorno, e senza pretendere un'euro di compensoQuel giorno la gente non noterà la differenza.

Avvocati, magistrati, notai.
Alla luce della interpretazione 'estensiva' applicata dalle autorità odierne al concetto di 'pubblica sicurezza', con strumenti di monitoraggio, raccolta ed elaborazione dei dati disseminati in ogni dove, non è assurdo ipotizzare che in un futuro non lontanissimo commettere azioni in violazione degli imperativi legali e farla franca sarà pressoché impossibile. Il giorno in cui ogni cittadino fosse obbligato ad indossare o impiantare una interfaccia calibrata sui suoi personali dati biometrici, un chip (v. correlati) che sia indispensabile - ad esempio - per potersi spostare liberamente e/o per effettuare e ricevere pagamenti, o semplicemente per non essere additato come un terrorista sovversivo o anarchico terrorista, o sovversivo anarchico, quel giorno segnerebbe la fine della avvocatura, della magistratura e del notariato. Ogni atto legalmente rilevante - infatti - sarebbe registrato, regolato e ufficializzato in tempo reale per via telematica e - ove necessario - rilevato in flagranza, condannato e perseguito, oppure tassato (v. correlati).

Operatori delle Forze dell'Ordine.
Come detto, il giorno in cui fosse standardizzato l'uso di un microchip identificativo, gran parte della illegalità sparirebbe fisiologicamente. Tutto ciò comporterebbe una forte riduzione delle unità impiegate nella tutela del cosiddetto 'ordine pubblico'. I sistemi di dissuasione a distanza come l'Active Denial System (v. correlati) stanno facendo passi da gigante. Droni e robot diventano ogni giorno più autonomi. Inoltre il Potere sembra remare nella direzione di piccoli eserciti di mercenari molto ben equipaggiati, tutelati, supportati, addestrati e in taluni casi, modificati.

Dal sito ForzeArmate.org:
"Roma, 24 apr 2013 
L’Arma dei carabinieri, in osservanza del trattato di Velsen procede a tappe forzate al proprio smantellamento con la chiusura di numerosi reparti, sino all’inevitabile scioglimento dell’Arma. 
La legge n.84 del 12 giugno 2010 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa ultimadegradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, l’art.4 della medesima legge introduce i compiti dell’Eurogendfor." (link).
L'Eurogendfor è descritta in questo post (link).

Come si vede, le grandi manovre di ristrutturazione del settore sono già incominciate, con buona pace della Arma dei Carabinieri. In definitiva, la categoria dell'operatore delle forze dell'ordine non si estinguerà, ma subirà una rivoluzione da cui uscirà completamente modificata, sia dal punto di vista pratico che da quello etico.

Dipendenti pubblici, bancari e assicurativi.
Anche qui è solo questione di tempo prima che ogni funzione assolta da lavoratori subordinati e agenti siano completamente sostituibili dalla intelligenza artificiale. Per ora solo i più lungimiranti hanno scorto lo spettro della automazione sotto forma di informatizzazione degli sportelli municipali, email certificate, polizze online e web banking. Ma il giorno in cui il contante fosse bandito, automaticamente partirebbe il conto alla rovescia verso lo smantellamento di queste tre categorie professionali, sostituite con nuove figure, estremamente più esigue di numero, che con l'ausilio della tecnologia saranno in grado di svolgere autonomamente la mole di lavoro che oggi impegna decine di individui.
Industriali, petrolieri.
Chi crede di poter continuare a fare camionate di soldi a discapito dell'ambiente, presto dovrà ricredersi. E' ormai risaputa la vocazione ultra-ambientalistica del Vero Potere; l'Agenda 21 è una realtà, così come diventa sempre più chiaro che l'attuale inquinamento ambientale sia stato tollerato dal sistema solo in funzione della agenda di depopolamento e sterilizzazione globale. Non appena questo obiettivo sarà raggiunto, molti brevetti occultati in un secolo di reticenza saranno resi pubblici. Probabilmente si procederà alla conversione delle fonti energetiche da inquinanti in non inquinanti, l'energia diventerà libera e gratuita, ed il Potere si darà ad esercitare il proprio dominio in modi rinnovati o nuovi, ad esempio con il controllo della tecnologia (mass media, debito e valuta elettronica) e delle risorse idriche ed alimentari. Il libero mercato diventerà un ricordo. Spiacenti: il Sogno Americano non è più disponibile; subordinarsi, grazie. Il nuovo centralismo sarà di marca esplicitamente lobbistica, e il nuovo mercato globale sarà amministrato da pochi colossi industriali con centinaia di milioni di dipendenti a libro paga.
Tra i settori industriali che iniziano a scricchiolare sotto il peso del 'cambiamento' sembrano esserci l'edilizia, l'agricoltura e - udite udite - la farmaceutica.

Big Pharma.
Cosa accadrebbe se la Sanità fosse privatizzata? Semplice: le spese per la salute pubblica cesserebbero di essere coperte dallo Stato e ricadrebbero sulle finanze dei cittadini. Ciò comporterebbe in tutta probabilità l'introduzione delle polizze assicurative sanitarie obbligatorie, in modo analogo a ciò che avviene oggi con la responsabilità civile delle auto. Se così non fosse, si prospetterebbe una situazione  in cui ai cittadini sprovvisti di copertura assicurativa o congrue risorse personali, le terapie costose sarebbero semplicemente negate.

In entrambe i casi le compagnie assicurative registrerebbero un forte incremento di portafoglio ed assumerebbero un ruolo centrale nel settore sanitario. Giusto? Ciò detto, qual'è la cosa che le compagnie assicurative detestano fare? Esatto: liquidare un sinistro.

E dato che il settore assicurativo sembra essere destinato all'assorbimento da parte di quello bancario, e che la lobby farmaceutica per quanto potente è subordinata a quella bancaria / assicurativa, e che i suoi interessi tendono a confliggere con i nuovi equilibri, in che termini potrebbe incidere un simile drastico riassetto del settore sanitario, sulla comunicazione di massa?

Finché le spese sanitarie dei cittadini gravavano sul bilancio pubblico, era possibile, consigliabile, regalare vagonate di quattrini ai medici e alle case farmaceutiche. Ma nel momento in cui tali spese fossero addebitate al settore bancario assicurativo, c'è da scommettere che la cultura dominante cesserebbe di propagandare il ricorso ai farmaci e alle cure mediche. I media inizierebbero a descriverlo come un rimedio da estremissima ratio. Qualche esempio? Hiv ed Aids diventerebbero ciò che molti specialisti, tra cui premi Nobel, predicano da decenni, cioè: due cose distinte, non collegate da alcun rapporto diretto (v. correlati). Qualche vip decanterebbe i vantaggi di farsi menomare di seni, ovaie, prostate ed altri organi, solo come forma preventiva, in assenza di una diagnosi di malattia; moda che se prendesse piede sarebbe molto conveniente per le casse della previdenza privata. Proprio come nel caso delle energie alternative, nuove tecnologie mediche non farmacologiche, olistiche ed auto-curative occultate per decenni assurgerebbero all'onore delle cronache, ad esempio le terapie a base di cellule staminali o di erbe medicinali e cannabinoidi. I fidi media appena possibile denuncerebbero i casi di malasanità. L'informazione alternativa contribuirebbe, proponendo nuovi stili di vita e suggerendo terapie non convenzionali, non assicurabili. La comunicazione di massa cesserebbe di proporre talk show e fiction a sfondo medico. Probabilmente la stessa comunità scientifica farebbe in modo di risollevare le asticelle di valori diagnostici (trigliceridi, glucosio, colesterolo ...) che sotto l'influenza di Big Pharma sono stati via via abbassati per 'creare' malati da dare in pasto al business (v. correlati). Tutto ciò per far si che la nuova fonte di lucro conquistata dalle banche renda sempre di più, e costi sempre di meno. Ogni soldo risparmiato è un soldo guadagnato - come ripeteva una vecchia pubblicità.
Quanto ipotizzato, da un lato comporterebbe un vantaggio anche per il cittadino, che imparerebbe a rapportarsi alle proprie patologie con un atteggiamento più sveglio e critico nei confronti della industria farmaceutica e la medicina affaristica. D'altro canto giungerebbero tempi bui per tutti coloro i quali non seguissero un regime di vita salutistico; si inasprirebbe la colpevolizzazione dei regimi di vita insalubri, ed in tutta probabilità le abitudini 'sbagliate' sarebbero penalizzate anche dal punto di vista della copertura assicurativa, grazie al monitoraggio delle abitudini di vita reso possibile dalla tracciabilità della valuta elettronica (v. correlati).

Un'ultima osservazione. Tempo fa pubblicammo un articolo di debunking in merito al noto film documentario Thrive (v. correlati). Tra le altre cose, l'articolo faceva notare che questa opera dal taglio eversivo, finalizzata a denunciare i misfatti delle banche e del sistema, fosse stata prodotta e interpretata da Foster Gamble, membro della famiglia proprietaria del colosso farmaceutico Procter and Gamble. Come si spiega - si chiedeva l'articolo - che un personaggio integrato come Gamble si sia messo a dire peste e corna del sistema? Doveva esserci l'inghippo. Ma forse in quel film non ci sono inghippi. Forse Thrive è solo ciò che succede quando uno dei dieci piccoli indiani prende coscienza (troppo tardi) che sta per giungere il suo turno...

Conclusione.
Ipotesi come quelle prospettate, allo stato attuale possono suonare abbastanza improbabili. Occhio, però, perché lo stato attuale va liquefacendosi alla velocità della luce. La guerra per il controllo globale infuria da sempre, tuttavia oggi lo sviluppo tecnologico sta  fungendo da catalizzatore di un processo sempre più accelerato ed evidente in cui la lobby bancario-finanziaria ha preso il sopravvento e sta puntando a carte scoperte verso l'instaurazione di una dittatura usuraio-tecnologica. In assenza di un evento fuori programma che scombini le carte in tavola, una volta soggiogate le forze concorrenti, il gioco della torre potrebbe proseguire all'interno della stessa lobby bancaria fino a quando un gruppo molto ristretto di individui non ottenesse il controllo del debito globale. Tutto ciò secondo il progettino di chi tira i fili del mondo. Ho idea che il fallimento di questa agenda dipenderà in larga parte dalla presa di coscienza di categorie professionali come quelle elencate in questo post; in particolare dei loro esponenti più giovani che scorgano tra le pieghe della attualità l'embrione di un futuro molto minaccioso. Categorie un tempo intoccabili ed oggi minacciate dalla follia di chi sta costruendo un mondo fatto di schiavi dominati dal debito e dalla tecnologia. Gente che per il momento resta alla finestra (salvo lodevoli eccezioni), e si limita a commentare con tiepida indignazione le disgrazie sofferte dai ceti 'inferiori', ma in cuor proprio è ancora convinta di trovarsi in una botte di ferro. Quando il pericolo che incombe sulla società globalizzata sarà finalmente evidente anche a costoro, forse avranno luogo reazioni corporative di una certa rilevanza, che il Potere sarà chiamato a gestire con le buone o le meno buone. Quel giorno potrebbero decidersi le sorti della nostra storia.



Le mani invisibili del potere.

di Manlio Dinucci.

I «misteri della Repubblica» che Andreotti si è portato nella tomba non sono così misteriosi. Basta leggere il libro «La repubblica delle stragi impunite» del magistrato Ferdinando Imposimato, oggi presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione. Resta da vedere se quella dei «misteri» sia una pagina ormai chiusa della storia italiana. Imposimato, in base a documenti, mette sul banco degli imputati il gruppo Bilderberg. Nato nel 1954 per iniziativa di «eminenti cittadini» statunitensi ed europei, esso ha svolto un ruolo fondamentale nelle operazioni segrete in Europa durante e dopo la guerra fredda. «Il gruppo Bilderberg – conclude il magistrato – è uno dei responsabili della strategia della tensione e quindi anche delle stragi» a partire da quella di Piazza Fontana nel 1969. Di concerto con la Cia e i servizi segreti italiani, con Gladio e Stay Behind, con la P2 e le logge massoniche Usa nelle basi Nato, con i gruppi neofascisti e le gerarchie vaticane. In questo prestigioso club è stato ammesso Mario Monti che, cinque mesi dopo aver partecipato al meeting Bilderberg del giugno 2011, è stato nominato senatore a vita dal presidente della repubblica e incaricato di formare il governo. Nello stesso club esclusivo, che ha la regola del silenzio (gli atti degli incontri sono segreti), è stato ammesso Enrico Letta. Nel giugno 2012, dopo aver partecipato al meeting Bilderberg, ha confermato che «la discussione era a porte chiuse» (alla faccia della declamata «trasparenza») e che all’incontro c’erano «rappresentanti dell’opposizione siriana e russa». Per concordare che cosa è facilmente immaginabile. Monti e Letta sono stati chiamati anche nella Trilaterale, la commissione creata nel 1973 da Rockfeller e Brzezinski, che riunisce «esperti leader del settore privato» di Nordamerica, Europa e Asia su «questioni di interesse globale». Riunisce cioè le più potenti oligarchie economiche e finanziarie che, assieme a servizi segreti e capi militari,  concordano le strategie su scala globale: le grandi operazioni speculative per attaccare monete ed economie nazionali, le campagne mediatiche per demonizzare i nemici, le guerre aperte e segrete per disgregare interi paesi e impadronirsi delle loro risorse. Non a caso Mario Monti –  consulente del gruppo bancario Goldman Sachs, uno dei maggiori artefici della crisi finanziaria che dagli Usa ha investito l’Europa – è stato presidente europeo della Trilaterale. Ne fa parte anche Marta Dassù, prima consigliere del premier D’Alema durante la guerra alla Jugoslavia, poi viceministro degli esteri nei governi Monti e Letta, attiva nel gruppo intergovernativo «Amici della Siria» che arma i «ribelli». Quelli che – ha appurato la commissione Onu di Carla Del Ponte  – hanno usato anche armi chimiche. Enrico Letta ha detto alla Camera che il suo è «il linguaggio “sovversivo” della verità». Il termine «sovversivo», in realtà, è più appropriato (senza virgolette) per definire quanto sta accadendo alla democrazia italiana.


fonte: http://www.globalresearch.ca/le-mani-invisibili-del-potere/5335608

Vietato vietare.


di Marco Cedolin.

Se esiste un tratto saliente che contraddistingue gli ultimi decenni della civiltà occidentale, questo è caratterizzato dalla sempre più marcata bulimia di leggi e leggine che tentando di preservare un’immaginaria libertà collettiva ha di fatto reso obbligatorio tutto ciò che non è stato preventivamente vietato.

Nonostante fin dai tempi dell’antica Grecia si fosse realizzato come il miglior governo sia quello che riesce a mantenere l’ordine e la pace sociale attraverso il minor numero di leggi possibile, tutti coloro che hanno governato e governano le democrazie iper liberiste nelle quali viviamo, hanno deciso di procedere in senso diametralmente opposto rispetto a questa massima, calpestando in primo luogo il buon senso, prima ancora dei diritti dei cittadini…..

Chiunque abbia vissuto, come il sottoscritto, la propria gioventù a cavallo degli anni 70, percepisce con chiarezza il peso sempre crescente di una vera e propria jungla di leggi costruite con lo scopo dichiarato di preservare la libertà, mentre al contrario di fatto ne provocano l’eutanasia.

Possedere un’auto e circolare con essa è ormai diventato un sacrificio che rasenta l’autolesionismo. Fra tasse di circolazione, assicurazioni salasso, revisioni obbligatorie, controlli dei fumi, zone consentite o meno a seconda del mezzo (euro1-2-2-4-5), pedaggi per entrare nelle “città stato”, cinture di sicurezza, autovelox, telecamere, palloncini, parcheggi a ticket, quella che nell’immaginario collettivo era stata veicolata come un simbolo di libertà si è ormai trasformata in un mero esempio di coercizione all’ennesima potenza.

Ma sulla falsariga di quanto accaduto con l’auto ogni aspetto della nostra vita è stato è stato regolamentato da una marea di obblighi e divieti che orientano ogni nostra azione, rendendoci simili a tanti automi, deprivati del libero arbitrio e costretti a procedere su binari predefiniti che altri hanno tracciato per noi.

Vietato fumare, vietato vendere o consumare alcolici in orari o luoghi non consoni, vietato dare da mangiare ai piccioni, vietato sostare nei parchi la sera, portare gli zoccoli ai piedi, passeggiare a torso nudo, baciare la fidanzata, giocare a pallone in spiaggia e perfino fare i castelli di sabbia.

Obbligatorio tenere le luci dell’auto accese anche di giorno, vaccinare i bimbi, nonostante ci sia il rischio di farli ammalare gravemente, avere un conto in banca anche se non lo si vuole, compilare censimenti raccontando i fatti nostri e rendere conto a terzi del nostro tenore di vita, nonostante si tratti di un fatto privato.

Un divieto di qua, un obbligo di là, il nostro percorso è ormai simile ad un vero e proprio campo minato, dove il cittadino viene trattato alla stessa stregua di un “bambino scemo” da monitorare e controllare 24 ore su 24, affinché non compia l’errore di arrogarsi il diritto di prendere in proprio una qualche decisione.

Ma davvero l’uomo deprivato del libero arbitrio e della propria libertà, nel nome di una presunta libertà collettiva può aspirare a diventare un uomo migliore? E soprattutto può considerarsi ancora un uomo?



giovedì 30 maggio 2013

Il Lavoro è finito.


di Valerio Lo Monaco.

Se dovessimo scegliere un termine, un unico termine, per definire in modo generale tutti i dibattiti che si svolgono a ogni latitudine attorno al tema lavoro, sceglieremmo "anacronismo".

Proprio in queste settimane iniziano i valzer delle dichiarazioni in merito al rilancio dell'occupazione, in attesa dell'annunciato vertice europeo che dovrebbe organizzare Angela Merkel verso la fine di luglio. È inevitabile che nella congiuntura attuale di enorme crisi recessiva che stiamo vivendo e che si ripercuote, sebbene con ovvie differenze, da Est a Ovest, all'interno del nostro modello di sviluppo sia l'argomento principale attorno al quale ruotano tutte le (vacue) proposte di questo o quel governo.

Ciò che ci si scorda perennemente, però, è un dato di fatto inerente la logica stessa della deriva che ha preso il mondo che conosciamo: il lavoro è finito. O quasi.

Lo schema generale che regge tutta l'impalcatura delle varie ipotesi per invertire la rotta dell'inesorabile declino del cosiddetto Occidente è sempre lo stesso: lavoro, produzione, consumo. Di merci e servizi. La logica interna è che ci sarà sempre bisogno di nuove merci e di nuovi servizi in modo che attraverso il consumo la macchina potrà continuare a marciare. E a crescere. Sappiamo bene, soprattutto i nostri lettori lo sanno e certamente lo hanno interiorizzato se leggono questo giornale e gli studiosi e giornalisti che in un verso o in un altro fanno parte della stessa area, che il criterio unico è sempre quello: crescere. All'infinito. Siccome ciò non è possibile, come dovrebbe essere ovvio per semplici motivi fisici, è evidente che tale strada non possa che condurre al fallimento. Che stiamo puntualmente, infatti, vivendo.

A fronte di questa lapalissiana considerazione, i sedicenti economisti hanno optato e continuano a proporre due comportamenti. Da un lato, semplicemente, non rispondono: non potendo offrire argomenti logici e pertinenti, bollano il tutto come una provocazione e basta, roba da non prendere sul serio, insomma. Dall'altro lato puntano sul fatto che, crescendo la popolazione mondiale, si potranno sempre trovare nuovi mercati per nuove esigenze anche quando, ma questo è implicito sebbene non dichiarato, ciò dovesse significare imporre anche con le armi alle persone di adottare tale modello. Gli esempi recenti e contemporanei non mancano.

Senonché non solo la storia si è premurata di smentirli, sebbene la cosa non gli abbia impedito di continuare imperterriti a tessere le lodi e a pontificare i salmi della propria dottrina, ma anche alcuni fenomeni della loro stessa disciplina, chiamiamola così, si sono, e da anni, incaricati di confermare le tesi opposte. Quelle, cioè, dei cosiddetti pessimisti. Il fatto che l'economia si sia trasformata strada facendo da elemento materiale a fenomeno immateriale, conferma indirettamente proprio la domanda iniziale: siccome dal punto di vista fisico non è più possibile crescere, per ottenere ancora i grafici positivi, e con punte sempre maggiori, il tutto si è trasformato in una soluzione virtuale, quella finanziaria.

Se una volta i dati di crescita dipendevano dal ciclo che abbiamo detto (produzione e consumo a ritmi crescenti), verificato che questo non poteva più avvenire ai ritmi di prima e che anzi il gioco era inesorabilmente destinato a rallentare, a regredire e alla fine a rompersi, gli squali della speculazione hanno virato decisamente verso la finanza. La pesantezza e le difficoltà della materia, cioè l'industria, sono state lasciate andando decisamente verso i bit, verso la "matematica". La natura ha posto i limiti, e allora si è scelto l'innaturale. Il virtuale.

Ciò, inevitabilmente, ha avuto le ripercussioni che tutti conosciamo, invece, nell'economia reale. Del resto, se una società per azioni cresce in Borsa nel momento in cui l'azienda che ne è alla base comunica di aver risparmiato milioni di euro riducendo la propria forza lavoro e mandando a casa qualche migliaio di dipendenti, non è che servano ulteriori conferme o spiegazioni.

In questo macro quadro, dunque, torniamo all'anacronismo del parlare di "lavoro". Beninteso, le varie parti in campo, nel momento in cui non "leggono", o non vogliono leggere, la realtà, altro non possono fare che continuare ad affrontare l'argomento con i medesimi criteri di sempre. Che non sono più validi.

Per dirla alla de Benoist, "vanno avanti guardando nello specchietto retrovisore". La destinazione, pertanto, è facile da prevedere.

Ora, è chiaro che di una certa materialità ci sarà sempre bisogno. È certo che in qualche misura ci sarà sempre bisogno di persone che producono qualcosa di materiale, e che dunque il ritorno a una certa soglia di occupazione debba tornare. Che si tratti del lavoro come lo abbiamo concepito negli ultimi decenni oppure delle attività che facevano parte di un mondo certamente più sostenibile come era prima della rivoluzione industriale, la gente qualcosa tornerà a fare. Ma che ci si batta imperterriti per far tornare a produrre ai ritmi di una volta delle industrie che lavorano in ambiti merceologici di cui il mondo è ormai saturo, è operazione che porta dritti al fallimento e alla delusione.

Non va dimenticato, all'interno di un discorso generale sul "lavoro", che permangono in ogni caso sotto traccia, ma con incidenza crescente e non eludibile, i temi della crescita demografica e quelli dell'impoverimento delle risorse del pianeta nel quale viviamo. Come si vede, torniamo sempre alla materia, alla natura, a elementi misurabili e quantificabili. Reali e non virtuali: la popolazione mondiale non può continuare a crescere all'infinito e non possiamo continuare a depredare la terra così come abbiamo fatto sino a ora e a inquinarla con questi ritmi. Bazzecole, per i guru dell'economia e della crescita. Falsi allarmi, per chi punta unicamente sul ritorno al lavoro per come era negli anni anticrisi.

La realtà, ancora una volta, si premunirà di rimettere le cose a posto, nel senso che renderà evidente ancora una volta come in questo mondo fisico nel quale viviamo sia indispensabile tornare a fare i conti con la materia, e non con l'immateriale, per trovare una strada di convivenza tra gli uomini e tra questi e il luogo nel quale vivono.

Discorso differente è quello relativo ai servizi, alla crescita non materiale. Pensiamo a tutto il settore culturale. Invece di produrre oggetti, creare cultura. Conoscenza. Arte. E renderla disponibile a tutti. Lì il campo si può espandere moltissimo. E in pieno rispetto dei limiti fisici della terra. Posto che la produzione industriale debba necessariamente arrestarsi, se non addirittura regredire a ritmi e quantità più sostenibili, è negli altri ambiti che si può crescere. E creare occupazione. Lavorare fisicamente meno, dunque. Tutti, magari, ma solo per metà giornata. E il resto del tempo si possa passarlo a "consumare" cultura e arte. Si finisce di lavorare alle 13, e non per produrre nuove merci, magari per migliorare il funzionamento di quelle esistenti. Non per costruire nuovi palazzi, magari per restaurare quelli da ripristinare. E il pomeriggio si va ad ascoltare un concerto, una conferenza. O a vedere una esposizione. A 1 euro a biglietto. 

Una ipotesi, quest'ultima, che lasciamo volutamente abbozzata in modo superficiale. Ma che ha un criterio ben preciso: quello della sostenibilità. E una direzione parimenti auspicabile: quella della piena occupazione. Oltre, si sarà notato, una missione superiore ancora più piacevole: un mondo con meno merci, ma con più beni.

Non esiste altra strada perseguibile. Il resto sono chimere che hanno già dimostrato la loro fallacia.


La sintesi legata all'attualità è dunque semplice: chiunque, oggi, intenda affrontare le problematiche relative al lavoro, che si tratti di politici, di intellettuali, di sindacalisti o di industriali, ha due soli modi per operare: affrontare il tema alla luce dei punti cardine che abbiamo accennato oppure tacere. Tutte le altre saranno parole inutili, purtroppo, per tutte le persone che sono senza lavoro e che ne reclamano uno.


Letto e condiviso da www.comedonchisciotte.org che ha avuto in concessione la pubblicazione di questo pezzo.

L'Euro sostituito dal dollaro?


FONTE: COMIDAD.ORG 

L'anno diplomatico 2013 ha visto come primo significativo evento il comunicato congiunto di Washington e Bruxelles del 13 febbraio sul comune proposito di avviare dei negoziati per dar vita al TTIP, cioè ad una partnership per il commercio transatlantico e per gli investimenti. Si tratterebbe di una vera e propria unione finanziaria e commerciale delle due sponde dell'Atlantico. 

Il comunicato congiunto però non ha avuto alcuna risonanza sui media ufficiali, anzi sembrerebbe che ci sia stata una vera e propria congiura del silenzio.

Ha fatto parzialissima eccezione la testata online "Wall Street Italia"; ma il fatto davvero strano è che una testata specializzata in notizie economico-finanziarie per procurarsi del materiale a riguardo abbia dovuto far ricorso al rilancio di un articolo di Michel Collon, che era stato tradotto e pubblicato su un sito di opposizione, ComeDonChisciotte. 

L'articolo di Collon metteva in guardia contro la prospettiva di una "NATO economica" che comporterebbe la nascita di un governo mondiale svincolato da qualsiasi controllo. 
L'espressione "NATO economica" per definire questo partenariato commerciale-finanziario a livello transatlantico, non è affatto arbitraria, poiché è la stessa che viene usata nel dibattito interno al Consiglio Atlantico, l'organo supremo della NATO. 

Il 12 marzo scorso la Commissione europea ha deciso di chiedere luce verde agli Stati membri per condurre in porto le trattative con gli USA. In realtà le trattative erano state avviate da tempo, in quanto sul sito della stessa Commissione europea risulta già una dovizia di studi di fattibilità e di possibili protocolli di intesa. Allo scopo di rassicurare i possibili perplessi, la Commissione fa anche sapere che il contenzioso attuale tra Europa ed USA non riguarda più del 2% del totale degli scambi commerciali. 

Sempre dal sito dell'Unione Europea, si viene inoltre a sapere che un Consiglio economico transatlantico, incaricato di porre le condizioni di un vero partenariato, era già stato costituito nel 2007, cioè ben un anno prima dello scoppio della bolla speculativa che ha aperto la strada alla crisi finanziaria ed all'attuale depressione economica. Le firme in calce al documento costitutivo, che porta la data del 30 aprile 2007, sono quelle dell'allora presidente USA, George W. Bush, dell'allora presidente del Consiglio europeo, Angela Merkel, e del presidente della Commissione europea, Manuel Barroso. 

Non si può quindi inquadrare la "NATO economica" come una risposta della presidenza Obama all'attuale crisi economico-finanziaria. Visti i tempi lunghi che hanno preparato il TTIP, sembrerebbe infatti che la prospettiva di un'unione commerciale e finanziaria tra le due sponde dell'Atlantico, in realtà sia lo sbocco preordinato di un'emergenza economica artificiosa. Infatti soltanto una gravissima depressione economica potrebbe essere in grado di giustificare un passaggio epocale di questa portata, e di superare le resistenze sociali a quella che si configura sfacciatamente come una totale annessione coloniale dell'Europa ai dettami commerciali e finanziari di Washington.
Alla luce di questo documento del 2007, anche l'ormai proverbiale ottusità della Merkel e di Barroso potrebbe essere riletta come pedissequa obbedienza alle direttive di Washington. Quindi, anche questo trascinare oltre i limiti di ogni buon senso l'ormai irreversibile crisi dell'euro, potrebbe trovare come provvidenziale soluzione tutt'altro che un ritorno alle valute nazionali, bensì un'adozione del dollaro come moneta unica europea.

A riconferma del nuovo ruolo imperialistico che svolgono le fondazioni private, sul sito del Consiglio Atlantico si sottolinea il contributo fornito nell'operazione TTIP da una fondazione privata come la Bertelsmann Foundation. Che il Consiglio Atlantico e la Bertelsmann Foundation agiscano in un rapporto pressoché alla pari è una cosa che dovrebbe far riflettere. 

Le notizie ufficiali su questa fondazione privata ce la presentano come una creatura dell'editore tedesco Reinhard Mohn; manco a dirlo, uno di quelli entrati varie volte nella lista degli uomini più ricchi del mondo. La fondazione agisce su un piano internazionale, con sedi a Berlino, Bruxelles e Washington. Il Dizionario di Economia e Finanzadell'Enciclopedia Treccani si sofferma sul ruolo della fondazione nei progetti di politica estera. 

L'azione svolta dalla Bertelsmann Foundation a favore della conservazione della moneta unica europea, conferma che il calice dell'euro debba essere bevuto sino alla feccia, in modo da consentire un aggravarsi dell'emergenza economica, tale da giustificare soluzioni drastiche che oggi potrebbero apparire del tutto impensabili per l'opinione pubblica. Sul sito della stessa fondazione si trovano le notizie su questa sua opera di "persuasione"

La Bertelsmann Foundation ci fa sapere anche di aver ottenuto nel 2010 un generoso finanziamento (definito, con incredibile faccia tosta, una "borsa di studio"!) dalla Rockefeller Foundation per attuare i propri progetti di politica internazionale. 

Questa informazione è utile sia per sapere chi ci sia davvero dietro la Bertelsmann Foundation e dietro il TTIP , sia per capire che fine facciano le grandi quantità di denaro maneggiate da queste fondazioni no profit. 

Il "mercato" è soltanto uno slogan, il "capitalismo" è un'astrazione analitica, mentre il crimine affaristico è un dato di fatto. In nome dell'assistenzialismo per ricchi, le fondazioni private infatti si finanziano l'una con l'altra, attuando così riciclaggi finanziari e investimenti che sono del tutto esenti da tasse. Rockefeller ha finanziato la fondazione della famiglia Mohn; ma, dato che chi è generoso viene premiato, un'altra delle fondazioni di Rockefeller, la Philanthropy Advisors, ha ricevuto a sua volta un ricco premio in denaro dalla Bill & Melinda Gates Foundation, come riconoscimento per un suo progetto. 

Le fondazioni private assorbono così molte delle funzioni affaristiche del sistema bancario, sotto l'ombrello di nuovi privilegi. Un articolo del "Washington Post" dell'aprile del 2005 avvertiva che il no profit stava diventando la nuova frontiera dell'evasione fiscale. L'articolo riferiva di un'allarmata lettera del capo dell'Agenzia delle Entrate statunitense di allora, Mark W. Everson, che invocava dal governo misure per contrastare la gigantesca evasione fiscale che si verificava, già a quei tempi, all'ombra del no profit delle fondazioni private. 

Non risulta che queste misure invocate da Everson siano mai arrivate; anzi, a distanza di otto anni, non si vede quale funzionario governativo possa essere in grado di alzare la voce contro fondazioni private che gestiscono più potere e denaro di un ministero. 

Alla fiaba del dittatore pazzo, corrisponde la fiaba del miliardario filantropo, alibi mitologico di un potere sovranazionale del tutto incontrollato.

Mentre i dittatori pazzi come Assad, Ahmadinejad e Kim Jong-un minacciano il mondo, i miliardari filantropi alla Rockefeller, alla Soros ed alla Gates lo proteggono, come Batman. 


mercoledì 29 maggio 2013

L’Istat annuncia la fine del mondo: 80 anni di austerità.


Non è uno scherzo o un tentativo maldestro di mettere in piedi una trama di fantapolitica. Sapevamo che la tragica approvazione, tramite Pd-Pdl, del fiscal compact e del pareggio di bilancio in costituzione avrebbe provocato danni permanenti a questo paese. Danni dei quali non si ha ancora chiara l'effettiva portata. Pensando magari che "la crescita" arriva davvero "risanando" parte dello stato del paese. L'Istat, che non è una casa editrice di fantascienza ma l'istituto nazionale di statistica, mette invece in guardia su quanto sta realmente accadendo in questo paese. Ha infatti pubblicato una simulazione su quanti anni occorrono a due paesi dell'eurozona, praticando l'austerità, per raggiungere i parametri fissati dal fiscal compact, e dal pareggio di bilancio in costituzione, grazie alla guida del Six e del Two Pack (gli accordi tra stati dell'eurozona che prevedono rigidità di bilancio e sorveglianza ferrea di Bruxelles).
Per quanto riguarda un paese della taglia della Germania gli anni di austerità da percorrere, per arrivare alla situazione di bilancio definita ottimale dai vari accordi nell'eurozona, sono sette. Non è comunque poco per un paese che deve far fronte a una situazione interna dove sono emerse nuove povertà. Il problema è che, secondo le simulazioni Istat, l'Italia per rispettare il fiscal compact, secondo le regole che si è data l'eurozona, dovrebbe impiegare almeno 80 (!) dei propri anni in politiche di austerità. In una sorta di liturgia perpetua dei sacrifici da tramandarsi di generazione in generazione. E' però impensabile che un quadro così fallimentare, non di una congiuntura economica ma di un modello di sviluppo, non abbia effetti sulla politica istituzionale.
Si guardi al dibattito sulla riforma elettorale. Dopo la sentenza della corte di cassazione, che contesta la costituzionalità del premio di maggioranza nell'attuale legge elettorale, si discute su "poche modifiche" delle legge in vigore. L'effetto però sarebbe di ottenere una legge quasi proporzionale. In sè non sarebbe un problema ma guardiamo all'effetto politico: renderebbe obbligatoria, alle élite di questo paese, una alleanza organica Pd-Pdl. O, se si preferisce, la stabilizzazione di quella attualmente al governo che altro non è che la prosecuzione dell'alleanza Monti. Tutto per salvare le esigenze dell'oligarchia al potere in Italia, che vampirizza le risorse del paese garantendo l'austerità per l'"Europa", e non dover rimettere in discussione un assetto politico-economico che fa bene solo alla finanza globale.
Poi, per far sembrare che tutto, più o meno, sia come sempre ci sono le solite strategie di banalizzazione. Repubblica, Corriere e telegiornali lavorano in questo senso. Resta solo da capire però a chi scoppierà in faccia, e quando, questa situazione.

Oltre Sparta.


di Wu-Ming.
Avevamo detto che sarebbe stata la battaglia delle Termopili e invece si è trasformata in quella di Platea. I trecento spartani sono stati raggiunti da cinquantamila liberi “greci” e insieme hanno battuto Serse. Cinquantamila bolognesi hanno votato per l’abolizione del finanziamento comunale alle scuole d’infanzia paritarie private, contro i trentacinquemila che hanno votato invece per il mantenimento dello status quo.
Ora i “persiani” sminuiscono il risultato referendario, dicendo che in fondo in battaglia è scesa poca gente, appena il 28,7 per cento dell’elettorato bolognese, quindi si è trattato solo di una scaramuccia alla periferia del loro traballante impero.
Qualcuno si spinge perfino a dire che chi non è andato a votare lo ha fatto perché appoggia la politica scolastica dell’amministrazione (vedi Edoardo Patriarca del Pd). Un curioso modo di ragionare, tenendo conto che l’amministrazione bolognese, insieme alla più estesa ed eclettica alleanza di apparati politico-economici mai vista, ha fatto una sfegatata propaganda per il voto, non per l’astensione. Gran parte dell’armata persiana ha disertato la battaglia e questa sarebbe una vittoria di Serse?
La logica distorta si commenta da sé.
Pd, Pdl, Lega nord, Scelta civica, Cei, Curia, Cisl, Ascom, Confindustria, Cna, con gli endorsement di Prodi, Renzi, Lupi, Gasparri, Casini, hanno chiamato al voto per l’opzione B (continuare a finanziare le scuole paritarie private), e hanno mobilitato meno gente di un piccolo comitato di volontari, che invece ha incassato una vittoria 59 per cento a 41. L’opzione A (dare quei soldi alle scuole pubbliche comunali e statali) ha vinto in tutti i seggi eccetto quelli pedecollinari, che raccolgono il voto dei bolognesi più abbienti e tradizionalmente di destra. Significa che gran parte dell’elettorato del Pd si è astenuto oppure ha votato A, perfino nei quartieri dove il partitone ha più tesserati. Di fronte a questa evidenza verrebbe da dire “a buon intenditor poche parole”, se non fosse che gli intenditori si sono estinti da un pezzo in favore dei navigatori a vista, per giunta mezzi ciechi o ubriachi.
Ottantacinquemila votanti su duecentonovantamila aventi diritto. In sostanza, meno di un elettore bolognese su tre è andato alle urne. Potevano essere di più? Senz’altro. Se i seggi fossero stati quelli delle amministrative, vicino a casa, dove la gente è abituata ad andare a votare; se i dipendenti comunali ai seggi fossero stati dotati di uno stradario per indirizzare gli elettori disorientati alle sezioni giuste; se il sito del comune non fosse andato in tilt e le linee telefoniche non fossero state intasate; se alcuni seggi non fossero stati a casa del diavolo, come si suol dire (guarda caso quelli dove l’affluenza è stata più bassa); o semplicemente se i seggi fossero stati più numerosi e si fosse votato in due giorni anziché in uno solo.
Ma il motivo di fondo della bassa affluenza non è l’imbarazzante negligenza organizzativa del comune di Bologna. La verità è che una vasta fetta di popolazione ha sottovalutato la valenza politica del quesito referendario, magari perché non ha figli in età scolare o non lavora nel settore dell’istruzione, o semplicemente perché è talmente sfiduciata nella possibilità che la propria espressione venga tenuta in conto da non avere più nemmeno voglia di mettersi in fila a un seggio. Lo hanno dimostrato, in contemporanea, le elezioni amministrative in varie città italiane. Non c’è chiamata di correo che tenga, sono in tanti ormai a non crederci più.
Ecco perché i cinquantamila di Bologna sono tanto più importanti. Ecco perché quella di Bologna non è stata una semplice scaramuccia, ma una battaglia campale condotta senza risparmio di energie da entrambe le parti, sotto i riflettori nazionali. Si è risolta in una vittoria dei referendari, prodotta dal basso, con l’appoggio nominale di una sfilza di intellettuali e artisti famosi, che però non sono venuti a Bologna a metterci la faccia (ad eccezione di Moni Ovadia e Paolo Flores D’Arcais). Una vittoria ottenuta con le proprie sole forze, se si tiene conto che nemmeno gli unici due partiti presenti in consiglio comunale che appoggiavano l’opzione A, cioè Sel e M5s, hanno dato un contributo determinante alla campagna referendaria. Insomma è innanzitutto una vittoria contro la depressione e la frustrazione dilaganti. La dimostrazione che “si può fare”, anche in pochi contro tanti e contro ogni pronostico.
E adesso? Secondo il regolamento la risposta del comune rispetto al risultato della consultazione dovrà arrivare entro novanta giorni. Più verosimilmente entro le vacanze estive. Intanto dal sito del comune di Bologna il referendum è già sparito. Come non fosse mai successo. Le dichiarazioni del sindaco Merola – lo stesso che ha mandato una lettera a casa dei bolognesi invitandoli a votare B; quello che ha ceduto al comitato per la B i propri spazi elettorali; colui che ha lanciato la riscossa del Pd nazionale a partire dal referendum bolognese – cercano di nascondere la débâcle politica dietro la scarsa affluenza e in buona sostanza annunciano che non cambierà nulla. Il sistema integrato non si tocca, tutt’al più si potranno fare due cose: “migliorare” la convenzione con le scuole private, per esempio con maggiori controlli, e chiedere tutti insieme appassionatamente, pro-A e pro-B, che lo stato sganci più soldi per le scuole d’infanzia.
La seconda eventualità sembra la più improbabile nell’epoca del governo ircocervo. Tuttavia, il ministro dell’istruzione Carrozza, che ha sostenuto la B e i finanziamenti alle scuole private paritarie, adesso dichiara che il referendum bolognese “apre un dibattito e stimola una riflessione sul ruolo del servizio pubblico in rapporto alle scuole parificate che vale la pena di approfondire anche a livello nazionale […]. Il rapporto tra il sistema pubblico e quello paritario non cambia nell’immediato, ma il voto di Bologna porta a fare una riflessione anche su scala nazionale, in stretto rapporto con gli enti locali, su quello che dovrà essere il sistema a lungo termine […]. Noi sappiamo che la scuola pubblica ha bisogno di investimenti, soprattutto per quanto riguarda l’edilizia scolastica ed è su questo che ragioneremo guardando anche a ciò che succede a Bologna”.
Insomma, pare che a dispetto delle minimizzazioni fatte dai generali persiani sconfitti, a Bologna qualcosa sia in effetti successo. Un punto a favore della riaffermazione del diritto alla scuola pubblica è stato messo a segno, se non altro nella percezione degli osservatori e con buona pace di chi vorrebbe scordare in fretta che una battaglia sia mai avvenuta.
Quanto al “miglioramento” della convenzione con le scuole paritarie private, bisognerà innanzitutto capire cosa significa. Il fronte della A ha sostenuto fin dall’inizio che se ne potrebbe fare a meno, senza lasciare a casa manco un bambino. Probabile che si tratti di mettersi intorno a un tavolo con una calcolatrice e dimostrare a chi di dovere che le scelte riguardano assai più il campo della volontà politica che quello dell’ineluttabile destino.
Infine si tratterà di capire se altre realtà locali seguiranno l’esempio di Bologna e se questo potrà mai alludere a un eventuale movimento nazionale che metta in discussione la sussidiarietà e immagini una sorte diversa per la scuola italiana.
Più che probabile che la riscossa non sia dietro l’angolo (nessun Alessandro Magno in vista, tanto per proseguire sulla stessa metafora…). Ma intanto oggi, a Bologna, i reduci vittoriosi della battaglia camminano a testa alta. E guardano avanti.


Se Beppe Grillo fosse Mario Monti.


DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
sergiodicorimodiglianji.blogspot.it

Che paroloni, uuh!

Nello strombazzare un esito elettorale presentandolo come una campana a morto del M5s.

Titola il quotidiano la repubblica: "La vendetta del PD: crolla Grillo", con annessi editoriali vari a dimostrazione -secondo loro- che la portata storica della presenza nell'agone politico del M5s si è esaurita e quindi conclusa. E' esattamente il contrario. Vediamo il perchè.

Se Beppe Grillo fosse Mario Monti, oggi avrebbe applicato la consueta logica da ragioniere (il ragionier vanesio) e avrebbe comunicato ai cronisti la propria assoluta soddisfazione nel "sottolineare l'incredibile successo ottenuto nella città di Roma dove il M5s ha aumentato i propri consensi nell'ordine del 625%, passando alla Storia come il più grande aumento elettorale in percentuale nella vita della Repubblica: nel 2008 avevamo ottenuto il 2,2%, in questa tornata, invece, il 16,4%". E qualcuno della massa mediatica si sarebbe inchinato dinanzi all'impietosa, fredda, quanto implacabile verità oggettiva delle cifre e non avrebbe potuto far altro che prendere atto di tale "illuminante" dato statistico (peraltro inoppugnabile) spiegando quindi al pubblico come e perchè era maturata tale vittoria. Ma per fortuna di noi italiani Beppe Grillo non ha una logica da ragioniere, quindi si è ben guardato dal coprirsi di ridicolo sostenendo tale ipotesi. Tutti noi, infatti, l'avremmo giudicata capziosa, infantile, priva di aderenza al quadro reale.

Tanto per ricordare in che mani siamo (l'Alzheimer sociale è sempre in agguato, ed è bene combatterlo senza sosta) vorrei sottolineare che tale "piatta logica dei numeri" è il cavallo di battaglia di Monti-Letta ed è quella applicata nel 2012, grazie alla quale è stato accelerato il processo di disintegrazione della società italiana, approfondendo in maniera tragica la crisi economica. 

Nel marzo del 2012, infatti, presentando il bilancio dello stato, erano state immesse nella sezione "entrate" diverse cifre: a) introito di 14 miliardi di euro entro il 31 dicembre relative alla tassazione dovuta dalle concessionarie di videoslot; b) introito di 6 miliardi di euro relativo alla tassazione del 4% per ogni stipula di rogito nella compravendita di immobili con conseguente introito di 2 miliardi di euro di tasse pagate dalle società di intermediazione immobiliare; c) introito di ulteriori 6 miliardi di euro attraverso il 21% di Iva pagato dalla piccola e media impresa; d) grazie alla poderosa attività della guardia di finanza, un introito di "almeno" 3 miliardi di euro relativo alla tassazione suppletiva sui beni di largo consumo dovuto alla nuova tassazione in vigore. Il tutto, rubricato come un 31 miliardi di euro dati per sicuro, che avrebbe portato il pil italiano dal preoccupante -1,4% del 2 marzo 2012 all'ammaliante +0,8% del quarto trimestre, dato che (dichiarazione ufficiale di Mario Monti) "vedo già la luce in fondo al tunnel, perchè tutti i trend sono concordi nel prevedere la ripresa economica entro la fine dell'anno, grazie alla buona governance dell'attuale governo". Risultato reale: a) quasi neanche un euro incassato dalle concessionarie del gioco d'azzardo; b) quasi neppure un euro incassato dalle tasse immobiliari perchè il mercato è crollato con un arretramento del -52% nella compravendita di immobili e conseguente fallimento e chiusura del 28% di agenzie immobiliari; c) quasi neppure un euro incassato dall'Iva sulle piccole imprese perchè ne sono fallite circa 150.000, e sono state chiuse ben 270.000 partite iva non essendo le persone in grado di sostenerne l'onere; d) quasi neppure un euro incassato dal mercato interno perchè le manovre del governo hanno comportato un abbattimento del consumo interno nazionale contraendo la spesa nazionale e riportando il dato del consumo interno (indice di salute economica di una nazione) a quello del 1992.

Risultato reale al 31 dicembre 2012: 32 miliardi di euro di debito in più "non previsto" con il record storico di debito pubblico e il pil a -3,2% invece che +0,8%. Non solo. Un anno dopo, in conseguenza di questo disastro annunciato, Mario Monti ha perso le elezioni, ma è andato al governo piazzando i suoi uomini in posti chiave.

Questa è la logica dei numeri.

Così funziona il sistema politico "reale" nella Repubblica Italiana.

Ma siccome Beppe Grillo non è Mario Monti, e io non sono un amante dell'interpretazione ragionieristica dell'esistenza e della politica, mi rifiuto di applicare tale logica ridicola perchè ciò che per me conta consiste nel "dato esistenziale reale di un risultato elettorale, e il suo impatto politico".

Qui iniziano i dolori. Ma essere maturi e consapevoli (come ben insegna la medicina olistica) vuol dire interpretare ciò che non va, ovvero i sintomi, come un'occasione d'oro per avviare un processo di "salutificazione" del proprio corpo.

Crollo, tradimento, tramonto, debacle, sconfitta: questi sono i termini usati oggi dalla cupola mediatica.

Si approfitta di questo risultato per spingere la popolazione a osservare la punta dell'indice ferito e sanguinante, sviando l'attenzione dalla necessità di osservare la luna, per poterla riconoscere, prendendo atto della sua esistenza. Sarebbe stato un crollo se in un qualunque comune dove si è votato, avesse clamorosamente perso il sindaco uscente M5s, la giunta uscente M5s, travolta da scandali e ruberie. Delle importanti città italiane, l'unica verifica seria sarà l'elezione amministrativa del comune di Parma , perchè a quel punto gli elettori saranno chiamati a giudicare l'operato di Pizzarotti.

 Il risultato negativo, che è reale, se rapportato alle attese preventive, sta tutto nel livello davvero basso del sistema di comunicazione di M5s, che va riconsiderato, carato, modificato, migliorato, evoluto. Sono fortemente in disaccordo con tutti coloro che oggi accusano i media di essere i responsabili del calo elettorale: è come se un bolscevico nel 1916 accusasse i giornalisti zaristi di scrivere bugie su Lenin; o, più recentemente, è come se nel 1960 i sindacalisti italiani avessero accusato, piagnucolando, la famiglia Agnelli di non avere aiutato i loro candidati nella battaglia per la conquista del comune di Torino. Ridicolo. Sono, inoltre, fortemente in disaccordo con tutti coloro che, oggi, reclamano il diritto di esponenti, attivisti, militanti del M5s di andare subito nei talk show televisivi per esprimere il proprio punto di vista. Il problema è ben altro.

Nel mio immaginario quotidiano surreale (da oggi dotato anche di televisione surreale con una specie di CNN h24) la notizia sarebbe stata data in maniera molto diversa. Tipo: "A Roma, il PD costretto a far buon viso a cattivo gioco, incassa la vittoria di un grande sostenitore di Rodotà, la vittoria di un furibondo contestatore dell'attuale dirigenza; incassa la vittoria di un suo esponente che al Senato ha votato NO alla fiducia al governo; incassa la vittoria di un candidato poco incline alla logica burocratica dei capi-bastone". Grazie alla televisione surreale, avremmo avuto anche la video-intervista al candidato perdente Marcello De Vito il quale, raggiante, avrebbe detto: "Come cittadino romano non posso nascondere di essere fortemente deluso per l'esito della mia lista, abbiamo perso il 4% rispetto al dato del 25 febbraio alle regionali (il confronto con altre amministrative è più sensato) ma come esponente politico del M5s sono entusiasta e davvero felice. Questo risultato è la conferma del meraviglioso lavoro svolto dal M5s in Italia, della sua forza dirompente, della sua necessità, perchè a Roma viene battuta la politica familista di Alemanno che ha devastato la città; vince un politico che, come molti altri iscritti e dirigenti PD romani, aveva sostenuto fortemente Rodotà che era anche il nostro candidato; non appena ha saputo di aver vinto, il Dottor Ignazio Marino ha chiarito subito -consapevole che noi gli stiamo sul collo- che ha deciso di far suo il programma di M5s, convinto che la trasparenza, la pratica del bilancio sociale, il taglio immediato dei costi della politica romana, e una immediata apertura nei confronti delle esigenze della cittadinanza a scapito della burocrazia partitica, siano gli elementi di punta del suo progetto. Consapevoli dell'attuale stato di cose, ci dichiariamo delusi dai nostri numeri ma commossi e raggianti nel toccare con mano che, a Roma, si vince solo e soltanto se vengono portate avanti le istanze del M5s: perchè il nostro programma è ciò che vuole la gente".

Questo avrei dichiarato io, se fossi stato Marcello De Vito.

Perchè penso che corrisponda alla verità tutta politica dei fatti. 

Se il governo sta valutando l'ipotesi di derubricare il finanziamento pubblico ai partiti, è perchè ci sono in parlamento 163 parlamentari che non danno loro requie;

Se il parlamento non ha ancora dato mandato al ministro della difesa Mauro di inviare subito almeno 5.000 soldati italiani nel Mali, è perchè il M5s ha piazzato un vice-presidente e un segretario alla commissione esteri, che si stanno impegnando tutti i giorni proprio su questo punto;

Se il parlamento non ha emesso un immediato decreto legge che autorizza il Tesoro a chiedere alla BCE un prestituccio di 10 miliardi di euro da girare subito alle banche strozzine affamate, è perchè tale dispositivo è stato bloccato dai parlamentari del M5s che stanno in commissione bilancio;

Se i media hanno bisogno di attaccare frontalmente il M5s e far credere che è già finito, dipende dal fatto che i "163 rompicoglioni" hanno rubricato e formalmente chiesto alla presidenza della Camera e del Senato di eliminare il sovvenzionamento dello Stato a giornali, settimanali, mensili, radio, televisioni, case editrici, per un risparmio valutato intorno a 2 miliardi di euro l'anno, da destinare immediatamente a un fondo di sussidio per imprese sull'orlo del fallimento in quanto creditrici  dello Stato.

Ha torto chi vuole adesso andare ai talk show.

Ha torto chi insiste a tenere quella posizione, ormai puramente teorica, che identifica la rete come un medium da santificare che esclude l'intervento in carne e ossa nella realtà, scavalcando la virtualità.

Ha funzionato a meraviglia l'idea di Grillo/Casaleggio di lanciare lo slogan "1 vale 1". E' stato fondamentale per introdurre la necessità di abbattere il rischio di clientele, personalismi, capi-bastone. Ma va aggiornato. La scelta dei candidati in rete non è più sostenibile seguendo delle modalità che non favoriscono la creazione di una dirigenza politica composta dai migliori e dai più meritevoli tra tutti i sostenitori attivisti del M5s. E, in questa fase, da combattenti e guerrieri ben equipaggiati e saggiamente formati.

Ci siamo forse dimenticati che questa è una guerra?

Pensavate fosse una passeggiata? Un picnic virtuale? Una narcisata?

La sola presenza del M5s mette in fibrillazione l'intero sistema politico italiano, che seguita a essere composto, nei posti cruciali, da individui dediti all'uso della cosa pubblica per interesse personale, di gruppo e/o del partito di aderenza.

E' un lungo cammino. Il fine consiste nell'abbattere gli oligarchi e trasformare l'Italia da pantano a società dinamica.

Ne sa qualcosa Gianni Alemanno.
Se non fosse stato per l'esistenza del M5s, probabilmente il PD non avrebbe mai accettato la candidatura del Dottor Marino; se non fosse stato per l'esistenza del M5s, a destra nessuno sarebbe andato a chiedere ragguagli in comune grazie alle notizie, informazioni, dati e date fornite dagli attivisti romani.

Mettiamola così:

Il M5s affossa Alemanno e la sua giunta.
Ignazio Marino ringrazia, e incassa il premio.
Vedremo la seconda fase come si coniugherà. 

Tranquilli, quindi, sui paroloni.

Il nostro futuro è nelle nostre mani.
Dobbiamo semplicemente seguitare a rimboccarci le maniche, correggere gli errori, e proseguire.
Non è mica un facile lavoro convincere i milioni di italiani foraggiati, mantenuti, finanziati, sovvenzionati, dai partiti che danno a loro i soldi rubati dalle nostre tasse.
Per questo i partiti li adorano. Tanto più esisteranno parassiti, tanto più i partiti sopravviveranno.
La strada è davvero lunga.
Ma ciò che conta è il primo passo.
Quello è stato già compiuto.



Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/05/se-beppe-grillo-fosse-mario-monti-ecco.html

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