venerdì 29 marzo 2013

Lo stupro dell'Iraq.


DI PEPE ESCOBAR 

Asia Times 

L'invasione dell'Iraq dieci anni dopo

Come prima cosa, liberiamoci (più o meno legalmente) di tutti i mitografi: la violenza carnale subita dall'Iraq è il più grande disastro umanitario dei nostri tempi causato dall'uomo. E' essenziale tenere a mente che tale violenza è diretta conseguenza della distruzione del diritto internazionale messa in atto da Washington; dopo l'Iraq, chiunque può servirsi della guerra preventiva citando come precedente le campagne di Bush e Cheney nel 2003. 

Ancora oggi, a 10 anni dallo "Shock and Awe" (campagna "shock e terrore", n.d.t.), persino i cosiddetti liberali stanno ancora tentando di legittimare anche solo in parte le vicende del "progetto Iraq". 

Non c'è mai stato un vero e proprio "progetto", solo un intrico contorto di menzogne, incluse le giustificazioni a posteriori per il bombardamento del Grande Medio Oriente in nome della "democrazia". 

Recentemente ho pensato al Catalyst. Il Catalyst era il carro armato con cui ogni volta ero costretto a negoziare i miei faticosi andirivieni da o verso la zona rossa, durante la prima settimana di occupazione statunitense a Baghdad. I marines provenivano in prevalenza da Texas e New Mexico. Solitamente si chiacchierava. Essi erano convinti di aver colpito Baghdad perché "i terroristi ci hanno attaccato l'11 settembre". 

A distanza di anni, la maggior parte degli americani crede ancora alla Colossale Menzogna. Il che è la prova che gli arroganti ed ignoranti cosmici neocons hanno fatto almeno una cosa giusta. La connessione tra Saddam Hussein ed al-Qaeda potrà non essere una delle tessere del "puzzle" del "progetto" iniziale di invasione e ricostruzione da zero dell'Iraq (c'erano anche le inesistenti armi di distruzione di massa), ma è stata incredibilmente efficace per il lavaggio dei cervelli e per farsi strada. 

Quando nel 2004 fu reso pubblico l'indecente spettacolo delle torture di Abu Ghraib (io stavo guidando attraverso il Texas per un lavoro, e tutti virtualmente consideravano questo show una cosa "normale") la Colossale Menzogna regnava ancora sovrana. A dieci anni di distanza, dopo Abu Ghraib, la distruzione di Fallujah, il diffuso "dead-checking" (pratica per cui si uccidevano gli iracheni feriti, anziché soccorrerli, n.d.t.), i "fuochi di rotazione a 360 gradi" (esercizi di tiro al bersaglio a punti sui civili iracheni), attacchi aerei sui civili, senza menzionare l' "uccisione di tutti gli uomini appartenenti alle fasce di età in cui si può prestare servizio militare"; dopo aver speso 3 mila miliardi di dollari, se bastano (ricordiamo che i neocons avevano promesso una guerra rapida e semplice che non sarebbe dovuta costare più di 60 miliardi di dollari), e dopo l'uccisione diretta o indiretta di 1 milione di cittadini in seguito all'invasione e occupazione, le menzogne ci avvinghiano ancora, come una gigantesca Medusa. 

Si, la CIA, vincitrice dell'Oscar e calata nel personaggio, continua a coprire tutto. 

Più veloce, controguerriglia, uccidete, uccidete 

L'Anno Zero in Iraq è durato circa 10 giorni. Ho osservato la nascita ufficiale della resistenza; un rally di massa a Baghdad, che iniziando in Adhamiya, univa sunniti e sciiti. Poi fu il momento degli sfruttamenti della cosiddetta Coalition Provisional Authority (CPA), una spalla centrale, guidata dall'agghiacciante Paul Bremer, infallibile nel dimostrare un'ignoranza cosmica sulla cultura della Mesopotamia. Seguì un'interminabile offensiva "search and destroy" (tattica militare nota in Vietnam, letteralmente "cerca e distruggi", n.d.t.), una "tattica" mascherata da controguerriglia. Non stupisce quindi il fatto che si sia rapidamente trasformato in un sabbioso Vietnam. 

La resistenza sunnita ha fatto letteralmente impazzire il Pentagono. Così appariva il "triangolo della morte" nell'estate del 2004. Così rispose il Pentagono quattro mesi dopo, mettendo in atto quella che io chiamo "democrazia di precisione." 

Alla fine ha vinto il triangolo della morte, o quasi. Passiamo ora oltre, verso la "Surge" di G.W. Bush (Escalation delle truppe in Iraq del 2007, ndt). In merito a questo, milioni di ingenui negli Stati Uniti ancora credono ai racconti dell'arrapato generale David Petraeus. Io ero là quando la "surge" è iniziata, nell'estate del 2007. L'orrenda guerra civile condotta dagli USA, ricordiamo che il motto è sempre "divide et impera", andava già avanti da sola perché i commando sciiti, l'Organizzazione Badr e l'esercito del Madhi, avevano messo in atto una devastante pulizia etnica dei sunniti nelle aree in cui precedentemente convivevano le due etnie. Baghdad, che prima era una città con una leggera predominanza sunnita, è ora prevalentemente sciita. Questo non ha niente a che vedere con Petraeus. 

Per quanto riguarda gli "Awakening Councils" (i Consigli per il Risveglio), erano essenzialmente milizie sunnite (con più di 80.000 uomini) organizzate in gruppi e stanche delle sanguinose tattiche di al-Qaeda in Iraq, principalmente proprio nel triangolo della morte comprendente Fallujah e Ramadi. Petraeus li ha pagati con valige di contanti. Prima di questi avvenimenti, quando ad esempio difendevano Fallujah nel novembre 2004, essi venivano etichettati come "terroristi". Ora sono diventati dei "lottatori per la libertà" stile Ronald Reagan. 

Io ho incontrato qualcuno di questi sceicchi. Il loro era un piano subdolo e a lungo termine, invece di combattere gli americani prendiamo i loro soldi, stiamo buoni per un po' di tempo, ci liberiamo di quei fanatici di al-Qaeda e poi attacchiamo i nostri veri nemici, gli sciiti al potere a Baghdad. 

Questo è esattamente il passo successivo per l'Iraq, dove sta già lentamente fermentando un'altra guerra civile. Tra l'altro alcuni di questi ex "terroristi", con grande esperienza sul campo di battaglia, sono oggi i comandanti chiave di quell’insieme di unità "ribelli" che combattono il regime di Assad in Siria. Si, sono ancora considerati "lottatori per la libertà". 

Balcanizzare o lasciare 

Gli americani ovviamente non ricordano che, quando era ancora al senato, Joe Biden, spingeva impazientemente per la balcanizzazione dell'Iraq in tre zone. Considerando che ora è l'uomo di punta dell'amministrazione Obama per l'evoluzione in Siria, potrebbe anche finire per portare a termine il suo progetto. 

E' vero che l'Iraq è stato il primo paese arabo ad avere un governo sciita da quando nel 1171 Saladino si liberò dei Fatimidi in Egitto, ma è anche vero che questo paese va nella direzione di una frammentazione totale. 

La Zona Verde, prima americana, potrebbe ora essere sciita. Persino il più importante leader religioso sciita, Grand Ayatollah Sistani, che spaccò letteralmente la schiena ai neocons e al CPA a Najaf nel 2004, è disgustato dallo scompiglio orchestrato dal Primo Ministro Nouri al-Maliki. Anche Teheran è in una situazione difficile. Contrariamente al think tank del governo federale (ma queste persone non ne azzeccano mai una?) l'Iran non manipola le politiche dell'Iraq. Ciò che principalmente teme Teheran è una guerra civile in Iraq, piuttosto simile a ciò che sta accadendo in Siria. 

Il report di Patrick Cockburn sull'Iraq nei 10 anni passati come corrispondente estero è senza pari. Questa è la sua valutazione attuale. 

Un fatto importante è che l'influente Muqtada al-Sadr (vi ricordate di quando veniva descritto come l'uomo più pericoloso dell'Iraq su tutte le prime pagine dei giornali americani?) non vuole cambiare il regime, nonostante abbia criticato Maliki per la sua propensione all'egemonia sciita. Gli sciiti hanno i numeri, quindi anche in un Iraq unito c'è la possibilità di un governo di maggioranza sciita in ogni caso. 

Il sud, di forte prevalenza sciita, continua ad essere molto povero. L'unica fonte di lavoro possibile sono i lavori nella pubblica amministrazione. Ovunque le strutture sono ridotte in brandelli, conseguenza diretta delle sanzioni ONU e USA, seguite dall'invasione e dall'occupazione. 

Ma poi c'è un’isola felice, il Kurdistan iracheno, una specie di distorto sviluppo di "Pipelineistan". 

Le "Big Oil" non hanno mai avuto l'occasione di realizzare il loro sogno del 2003 di abbassare i prezzi nuovamente a 20 dollari (al barile), in linea con il pensiero di Rupert Murdoch. Ma c'è gran fermento ovunque. Greg Muttitt non ha rivali come osservatore del nuovo boom del petrolio in Iraq. 

In nessun altro posto la situazione è più intricata che nel Governo Regionale del Kurdistan (KRG), dove sono in campo fino a 60 compagnie petrolifere, dalla ExxonMobil alla Chevron, Total e Gazprom. 

Il sancta sanctorum è un nuovo condotto che unisce il Kurdistan iracheno alla Turchia, che rappresenta il passaporto curdo per esportare petrolio bypassando Baghdad. Nessuno può sapere se questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso per l'Iraq, dal momento che i Kurdi iracheni si stanno sempre più avvicinando ad Ankara e allontanando da Baghdad. La palla è sicuramente nelle mani del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, dal momento che i kurdi hanno una rarissima possibilità di poter giocare con gli interessi di Ankara, Baghdad e Teheran e magari chiudere la partita con la costituzione di un Kurdistan indipendente ed economicamente autosufficiente. 

Quindi è certo, ci sono numerosi segni di balcanizzazione all'orizzonte. Ma cos'hanno imparato gli USA dopo il più grande disastro di politica estera della storia? Niente. Nada. Dovremo aspettare che nei prossimi anni Nick Turse pubblichi un'egregia opera sull'Iraq come quella che scrisse sul Vietnam Kill Anything That Moves (Uccidete qualsiasi cosa si muova, n.d.t.). Gli orrori commessi in Iraq sono ancor peggio del Vietnam, perché sono l'inevitabile risultato delle politiche ufficiali del Pentagono unite a quelle della Casa Bianca. 

Questa straziante spirale di sofferenze in Iraq sarà mai riconosciuta? Si potrebbe sempre cominciare da qui, ovvero dal caso annunciato da Hans Sponeck, ex coordinatore umanitario delle Nazioni Unite. 

Oppure, con una vena pop, un produttore che sia indipendente da Hollywood e dalla CIA potrebbe investire in un film "made in Iraq", distribuito in tutto il mondo, il cui finale vede Dubya (W. Bush), Dick, Rummy, Wolfie e il restante gruppo di cialtroni della ciurma di Douglas Feith, spediti senza possibilità di ritorno in una Guantanamo fedelmente ricostruita proprio nel triangolo della morte. Come colonna sonora "Masters of War" di Bob Dylan. Sarebbe una morte catartica. 

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007) e Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge. Il suo nuovo libro s'intitola Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Il suo indirizzo è pepeasia@yahoo.com 






Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA REYMONDET FOCHIRA

giovedì 28 marzo 2013

Come uscirne (senza danni) per non farsi rapinare dall'Europa.


Di Claudio Perlini.


Intervista al Professor Alberto Bagnai

Quanto avvenuto a Cipro dovrebbe insegnarci molto. Innanzitutto che esistono diversi modi di vivere in Europa e nell’Unione, ma anche che il dibattito su tale permanenza non può essere condotto in modo astratto. La sovranità nazionale passa troppo spesso in secondo piano, tutto in nome dell’Europa, delle regole impostaci e di misure che, pur sembrando spesso impopolari, mantengono il Paese ancorato a una politica comunitaria che ci fa sentire protetti. Il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman, nel suo ultimo editoriale pubblicato sul New York Times, ha affermato chiaramente che Cipro dovrebbe uscire dall’euro il prima possibile, prima di andare incontro a una “depressione incredibilmente severa che andrà avanti per anni”. Secondo Alberto Bagnai, professore associato di Politica economica presso l’Università G. D'Annunzio di Pescara, contattato da ilsussidiario.net, la dichiarazione di Krugman è «alquanto discutibile». Non perché Cipro non debba uscire dall’euro, ma perché avrebbe dovuto farlo molto prima. 

Professore, come mai l’uscita dall’eurozona sarebbe dovuta avvenire tempo fa?

Perché Cipro, proprio per restare nell'euro, ha subìto tutte quelle sciagure che si dice subirebbe un Paese che dovesse abbandonare la moneta unica, vale a dire controlli dei movimenti di capitali, panico bancario e una ingente distruzione di ricchezza e di reddito. Ecco perché credo che l’affermazione di Krugman sia errata: Cipro sarebbe dovuta uscire dall’euro prima che tutto questo accadesse.

Come può dirlo con certezza?

La mia affermazione è supportata da un’ingente letteratura scientifica. Sulla base di studi condotti dal Fondo monetario internazionale, infatti, sappiamo bene che i costi di un default per un Paese che si trova nelle condizioni di Cipro sono assolutamente sopportabili, a patto che questo possa svalutare la sua moneta. Il problema di Cipro, invece, è che non può farlo. Per questo dovrà necessariamente farlo a valle, ma solo dopo aver sbriciolato la propria economia. Vorrei poi aggiungere una notazione tecnica.

Quale?

Il fatto che a Cipro siano stati imposti controlli di capitali rappresenta una enorme violazione di quelle regole che l’Eurozona, nata per facilitare la circolazione di capitali, in qualche modo si era data. Questo ha essenzialmente due implicazioni: da una parte mette in evidenza che Cipro è di fatto già fuori dall’euro, semplicemente perché al momento la sua moneta, pur essendo ancora quella unica, si può spendere solo sull’isola.

La seconda? 

La seconda implicazione è più teorica, ma altrettanto importante: è stata proprio la libertà di movimenti di capitali indiscriminata a creare di fatto il problema. Affinché un Paese come Cipro possa avere delle banche che sono otto volte il suo Pil, infatti, ci deve necessariamente essere stata una libertà indiscriminata di afflusso di capitali. Ancora una volta, quindi, questo tipo di movimenti si rivela estremamente distruttivo, ed è proprio per questo che l’euro deve essere tolto di mezzo. 

Tralasciando per il momento il caso Cipro, ci sono altre ragioni che portano a pensare che l’euro non sia più una moneta sostenibile? 

Arrivati a questo punto non credo si possa più ragionare in termini di paesi che devono lasciare la moneta unica, ma semplicemente far capire che l’euro è una moneta ormai insostenibile per la zona che l’ha applicata. I motivi sono tanti, ma ormai è chiaro che il prossimo problema è puramente politico e riguarda la gestione di come superare questo errore.

Superare l’errore significa tornare indietro?

Non necessariamente, ma senza dubbio superare gli errori è sempre una cosa positiva. Qualcuno immagina addirittura un recesso della Germania che, a detta di tutti i massimi economisti mondiali, finora ha tratto solamente benefici da questa vicenda. Adesso, però, potrebbe cominciare a vedere con sospetto il fatto che i suoi mercati di sbocco nel sud d’Europa stiano tutti crollando, rischiando quindi di trascinarla a fondo con loro. Gli scenari sono molteplici, ma è una situazione che deve essere risolta al più presto. 

Lei ha detto che le ragioni di tale insostenibilità dell’euro sono molteplici. Quali sono le maggiori?

I motivi sono essenzialmente due e sono complementari. Quando si blocca il cambio accadono essenzialmente due cose: nei paesi periferici della eurozona, quelli solitamente più arretrati in termini economici, normalmente la competitività peggiora. Il fatto di avere il cambio fisso, inoltre, significa che il cambio non può essere aggiustato alle variazioni dei prezzi, quindi è ovvio che piano piano la competitività di prezzo di tali Paesi cali notevolmente. Detto in parole semplici, agli abitanti di questi Paesi è stata data una moneta che è troppo forte rispetto alla loro economia, e questo li incita a vivere al di sopra dei loro mezzi comprando molti beni all’estero. Ai paesi del centro Europa questo ovviamente fa comodo, perché con tali spese dei Paesi di periferia sostengono la propria industria.

Il secondo motivo complementare?

Quando il cambio è bloccato, i prestiti da un Paese a un altro non scontano il rischio di cambio e quindi può accadere una cosa sola: il nord Europa presta ai paesi del sud, con estrema larghezza, somme che vengono utilizzate per acquistare i beni del nord. I Paesi del nord traggono dunque due vantaggi: uno in termini di profitti industriali e uno in termini di profitti finanziari. Questo gioco si è purtroppo inceppato per due motivi.

Quali? 

E’ molto difficile dirlo. Personalmente ho analizzato ogni scenario riferibile a un’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro, ma non so nemmeno se siano quelli più probabili o più auspicabili. Quello che però i cittadini devono sapere è che esistono numerosi precedenti storici e che gli squilibri che si sono accumulati per colpa della moneta unica, anche se in questo momento sono molto dolorosi da sostenere, per l’Italia non sarebbero così drammatici.

Come mai?

Perché i fondamentali dell’economia italiana sono sostanzialmente buoni, il debito pubblico italiano non è a rischio e il popolo italiano è ancora risparmiatore, quindi ha tutto il vantaggio di tirarsi fuori da questa trappola prima che la propria ricchezza, gli immobili e i risparmi in banca vengano aggrediti dall’Europa per ricapitalizzare quelle banche del nord che hanno sbagliato. 

Cosa risponde a tutti coloro che si dicono convinti che un’eventuale uscita dall’euro rappresenterebbe un vero e proprio disastro per l’Italia?

Rispondo che sono poco documentati. Disponiamo di tantissimi studi che testimoniano il fatto che non avremmo svalutazioni catastrofiche, ma dell’ordine di quelle già sperimentate con la lira nel 1992 o con l’euro tra il 1999 e il 2001. Rispondo inoltre che non avremmo necessariamente un default del debito pubblico, come per altro non c’è stato nel ’92, ma che anzi, riacquistando la nostra sovranità monetaria saremmo in grado di finanziare il debito pubblico a tassi più bassi. Rispondo poi che abbiamo una quantità di esempi sterminati nei quali si è potuto dimostrare che, adottando un tasso di cambio più allineato con i fondamentali, invece di trovarci di fronte a imprese che chiudono in continuazione avremmo un’economia che finalmente gira. Probabilmente avremmo anche un moderato aumento dei prezzi, ma è una conseguenza con cui si può assolutamente convivere.

Come mai allora in molti sostengono esattamente il contrario? 

L'informazione che proviene è “terroristica” perché, come è ovvio, si tratta di un bene costoso, quindi viene manipolata da chi ha i soldi, come i grandi gruppi finanziari. Questo accade però anche perché tanti operatori del mondo dell’informazione, magari anche in buona fede, si adeguano o semplicemente rilanciano le informazioni che trovano in organi che credono essere autorevoli. Organi, però, che molto spesso sono “catturati” dagli interessi economici che in questo momento stanno traendo ancora vantaggi, vale a dire le banche che prima sbagliano e che poi, quando le cose vanno male, si rifanno a spese dei depositanti. 

Crede si debba tornare alla lira o ci sono altre soluzioni? 

Si esce dall’euro fondamentalmente per sganciarsi dall’eurozona e per avere una valuta che possa essere liberamente quotata sul mercato secondo il grado di forza dell’economia. Come questa valuta debba o possa chiamarsi non è così rilevante, però sono convinto che tornare indietro, per l'Italia, significherebbe solamente adottare il suo standard monetario, lasciando però poi che sia il mercato a determinarne il valore. 

Perché questo aspetto è così importante?

Perché il tasso di cambio è semplicemente un prezzo, determinato sul mercato delle valute, e francamente continuo a non capire come mai persone che si professano liberiste hanno così tanta paura che sia il mercato a determinare questo prezzo. Dietro tale atteggiamento, quindi, potrebbero esserci essenzialmente due spiegazioni: o una profonda incoerenza logica, al limite della dissonanza cognitiva, o una malafede che rivela dei conflitti d’interesse, in particolare con quei poteri finanziari che da questa situazione hanno tratto solamente vantaggi.



"Cipro lasci l'euro: ora!"


di Paul Krugman, da krugman.blogs.nytimes.com
Un corrispondente che stimo mi ha (gentilmente) sfidato a dire chiaramente quello che penso dovrebbe fare Cipro – lasciando da parte tutte le domande relative realismo politico. E ha ragione: mentre io penso che sia OK passare la maggior parte del mio tempo su questo blog entro i limiti del politicamente possibile, e basandosi su una combinazione di ragionamenti e ironia per spingere quei limiti nel corso del tempo, una volta ogni tanto dovrei solo affermare categoricamente che cosa avrei fatto se ne avessi la possibilità.
Per cui, ecco: sì, Cipro dovrebbe lasciare l’euro. Ora.
Il motivo è semplice: stare nell’euro significa una depressione incredibilmente grave, che durerà per molti anni, mentre Cipro cerca di costruire un nuovo settore delle esportazioni. Lasciando l’euro, e lasciando cadere fortemente [il tasso di cambio della] nuova moneta, tale ricostruzione accelererebbe notevolmente.
Se si guarda al profilo degli scambi commerciali con Cipro, si vede quanto danno il paese è in procinto di sostenere. Si tratta di un’economia molto aperta con solo due principali esportazioni, i servizi bancari e il turismo – e uno di loro è appena scomparso. Ciò da solo porterebbe ad una crisi grave. Oltre a questo, la troika sta chiedendo maggiore austerità, anche se il paese ha apparentemente un bilancio primario (senza interessi) all’incirca in pareggio. Non sarei sorpreso di vedere un calo del 20 per cento del PIL reale.
Qual è il percorso da seguire? Cipro deve avere un boom turistico, oltre a una rapida crescita delle altre esportazioni – la mia ipotesi sarebbe l’agricoltura come settore trainante, anche se non so molto su questo. Il modo più ovvio per arrivarci è attraverso una grossa svalutazione; sì, alla fine, questo probabilmente porta a offerte vantaggiose che attirano un sacco di pacchetti turistici britannici.
Arrivare allo stesso punto tagliando i salari nominali richiederebbe molto più tempo e infliggerebbe molti più danni umani ed economici.
Ma è possibile lasciare l’euro? La tesi di Eichengreen – che anche solo una ipotizzata uscita potrebbe causare fuga di capitali da panico e assalti agli sportelli – è ora opinabile: le banche sono chiuse, e il capitale è controllato. Quindi, se fossi un dittatore, semplicemente prolungherei  la chiusura delle banche abbastanza a lungo per preparare la nuova moneta.
OK, e per quanto riguarda le banconote? Io non sono un esperto in materia, ma conosco ipotesi sulla possibilità di ricorrere alle carte di debito in circolazione, in modo che le imprese possano riprendere senza dover aspettare che qualcuno comandi la stampante [delle banconote]. Il governo potrebbe anche essere in grado di emettere scritture temporanee, dei “pagherò” (IOU) che non sembrano banconote vere e proprie, quale misura transitoria.
Sì, sembra qualcosa di disperato e improvvisato. Ma la disperazione è appropriata! In caso contrario, stiamo parlando un livello di austerità alla greca o peggio in un’economia i cui fondamentali, grazie alla implosione del sistema bancario off-shore, sono molto peggiori di quanto quelli della Grecia siano mai stati.
La mia ipotesi è che niente di tutto questo accadrà, almeno non subito, che la leadership del paese tema il salto nel buio che verrebbe dall’uscita dall’euro, nonostante l’orrore evidente di cercare di rimanere dentro; ma, come ho detto, penso che l’uscita dall’euro sia ora la cosa giusta da fare.

martedì 26 marzo 2013

Europa: sta nascendo una dittatura. Fuggite sciocchi!


Trovo questo bel post sul blog di Alberto Bagnai, ad opera di Ale Guerani, che così riflette:


L’unica cosa amaramente buona di questa crisi è che ho capito come nascono le dittature, che SI, è proprio vero, più che da una violenza dei padroni derivano dalla tentazione dei servi, dall’ignoranza dalla mediocrità e dall’ignavia della gente (…); e a cosa dovrebbe servire la cultura umanistica: ad insegnarti con chi hai a che fare affinché tu possa fare/ripetere meno errori possibili. Infatti è per questo che l’hanno piano piano distrutta.
Evidentemente stiamo riflettendo un po’ tutti sulla stessa cosa: sta nascendo una dittatura, inEuropa? A volte, mentre sento le notizie, ho dei flash di voci future “Ma noi non sapevamo, ma noi non volevamo!”, chissà se è la sindrome di Cassandra, o soltanto memorie di un passato ancora recente.
Lo stesso concetto di dittatura non è antico: nessuno si sognava di chiamare “dittatori” il re Sole, il Papa o l’imperatore di turno. E’ un concetto nuovo.

Fatto sta che l’abbiamo introiettato molto bene, al punto che 
vediamo dittatori dovunque, persino in leader democraticamente eletti (vedi Chavez o Ahmadinejad) o addirittura in comici col blog. Ma quando si tratta di noi, ehh: la dittatura è l’elefante nella stanza. Nessuno riesce ad accorgersene.
Forse perché si tratta di una declinazione di dittatura finora inedita. Nell’immaginario, il dittatore ha una faccia cattiva, impone le sue idee al popolo con gli eserciti, e sbatte i dissidenti in gabbia o alle torture. Ora sembra che non ce ne sia più alcun bisogno: il dittatore non ha un nome e cognome, anzi si nasconde in una massa amorfa di oscuri burocrati. L’esercito di cui si serve?Stampa, media e politici compiacenti o corrotti. L’arma principale? La shock economy, eventi che terrorizzano i cittadini e li rendono consenzienti a qualsiasi nefasto provvedimento passi per indispensabile. I dissidenti? Nessun problema: li si lascia a sbraitare nel recinto di Internet, che danno vuoi che facciano. Una dittatura il cui scopo è l’impoverimento generalizzato e il controllo da esso derivante, non ha bisogno di sparare un colpo: stiamo consegnando tutto senza fiatare.
Qualcuno obietterà che non è vero, che tanti si stanno accorgendo di ciò che accade. Ah si? Beh io non credo. Come scrive ancora Bagnai nel suo libro, quando i partigiani andarono in montagna non si preoccuparono dell’inflazione, della perdita di potere d’acquisto, del mutuo in euro. Quando c’è da combattere si combatte, costi quel che costi. Noi non siamo ancora pronti. Siamo ancora come quelle famiglie ebree che nel ’36 consegnavano l’oro, consegnavano i pianoforti, pensando che presto sarebbe finita e peggio di così non poteva andare. E invece, si è visto com’è andata.
Noi stiamo consegnando oro e pianoforti per paura dei finti mostri che ci hanno dipinto, e 
alla fineperderemo tutto senza avere più nulla per cui combattere. Vogliamo davvero ridurci così?
L’Europa è una dittatura, bisogna uscirne il prima possibile. Senza chiedersi cosa sarà della bolletta della luce o della rata del mutuo, perché non ci lasceranno né luce né casa. Siamo in mano a dei pazzi furiosi e l’unica è svignarsela, le difficoltà successive le affronteremo poi, ci penseremo dopo come si sono detti i partigiani scalando la montagna. Ora il pensiero è uno, e uno solo, e questo dobbiamo chiedere con forza a chi ci rappresenta:Fuggite, sciocchi!


fonte: Crisis

lunedì 25 marzo 2013

Onestamente sparlando.


Ci sono attimi in cui non posso non scrivere. Che altro farei? Con chi parlerei?
In questo cianciare scostante del mondo, a volte, sempre più spesso, non c'è spazio per le tue parole, quelle che ti vengono dall'anima, quelle che consentono di dare un senso alla tua vita. E quanti, quanti! hanno creduto che la vita un senso non l'abbia, obnubilati dalle proprie superstizioni.

Ci sono attimi in cui non posso fare a meno di sconvolgere la purezza di un foglio con i segni della mia schizofrenia. Quell'ultimo, disperato tentativo, di sdoppiarmi, di fuggire, di correr via lontano, dove non mi prenda nessuno, nemmeno i fantasmi, nemmeno gli uccelli, nemmeno il vento.

E riverso su questo foglio immacolato le colate della mia anima disciolta, calda melassa, porpora.

E non posso fare altrimenti. Non posso esimermi.

Non è disperazione. Non lo è. Non capirete mai il senso del volo di un uccello concentrandovi solo sulle sue ali, ignorando il vento, che è la vera forza che dà loro un senso.

Non capirete mai il senso di meraviglia di fronte ad un gioco che prova un bambino, se non saprete cogliere che la sua gioia non è il gioco, ma è la grazia dell'averlo ricevuto in dono.
Non capirete mai il mio sproloquiare, se non sproloquiate anche voi.
La quiete non è una virtù. Il silenzio, solo poche volte lo è. L'incapacità di ascoltare, ascoltarsi, quella si che è una virtù. Dei morti.

Ci sono attimi che non posso non gioire del mio andar via, del mio diventare invisibile, chiudermi nel guscio protettivo delle mie parole e lasciarmi cullare. E parlarmi addosso, quanto è dolce!!Quanto vano. Quanto vano è tentare di far comprendere, agli altri, cosa vorresti dire davvero. Cosa vorresti che qualcuno ascoltasse davvero.

Butto questi quattro pensieri sgangherati su questo foglio e penso a quanto tempo è passato da quando ho cominciato. Quanto tempo sprecato! A fare niente! Perchè stare fermi davanti a un foglio è forse fare niente. Come è fare niente qualsiasi altra cosa a questo mondo. Si perchè la domanda vera, quella che tutti dovremmo porci è proprio questa: cosa cazzo facciamo?

Nella mia vanagloriosa visione del mio ego mi do una risposta e non me ne frega niente di sembrare arrogante. Perchè lo sono e me ne vanto. Perchè la mia arroganza è la spada con la quale mi difendo dall'arroganza di non voler ascoltare la mia risposta.

Cosa cazzo facciamo? Assolutamente niente.
Niente.
Il nulla.
Lo zero.
Niente, niente, niente, niente, niente.
Siamo il niente, in quello che facciamo.

Allora perchè dovrei vergognarmi di essere qui, davanti a questo foglio a scrivere le mie parole, che nessuno ascolterebbe, che nessuno leggerà? Sto facendo niente, come tutti gli altri, davanti a una tv, a un pc, o al bancone di un bar, a ripetersi parole ascoltate dove? A dirsi cosa? Niente? Forse. O forse no, o forse si, o forse boh.

E dovrei vergognarmi per questo tempo sprecato?

Cosa c'è di più vergognoso di sprecare il proprio tempo? Cosa, di più vigliacco del cavalcare un momento a discapito di quello di qualcun'altro? Ma io a chi sto rubando?
Rubo parole a me stesso e le metto su foglio. In realtà è chi legge che ruba le mie parole. O no?

Ma non è questo il punto. E allora qual'è?

Il punto è che il niente che facciamo è la nostra vita. Ma anche il niente è differente a sé stesso. Ed esiste niente e niente. C'è un niente fatto di aria. Un niente fatto di sogni. Un niente fatto di speranze. Amore. Colori. Suoni. Emozioni. E un niente fatto di ferro, metallo, plastica, grigiore. C'è un niente fatto di acqua di mare e un niente fatto di parole. E le parole hanno sempre un senso, anche quando non ce l'hanno. E il mare ha un colore anche quando non dovrebbe averne uno. Perchè il mondo è uno specchio. E nello specchiarci, non possiamo far finta di niente.

Allora, è niente quello che sto facendo?

E' niente dire quello che si pensa? O è niente non ascoltare quello che ci viene detto?
Non parlo di quello che sto scrivendo adesso, o le mille volte che l'ho fatto, straripando di concetti astrusi, inventati, rubati, raccolti per strada, come ciottoli da mettersi in tasca. 

Non parlo di questo.
Parlo di quello che siamo.
Allora perchè non ci riconosciamo?
Come facciamo a non amarci? Solo ad amarci?
Cosa significa l'odio? Da dove proviene? E' niente anche l'odio?

L'odio.
Una parola che ha una certa assonanza, in questa lingua farlocca che ci ha regalato quel burlone di fiorentino innamorato platonico, con la parola Oddio! Ci sarà un nesso?

Sono troppo ignorante per conoscerlo. Mi secca fare il saccente, andare su “google” e digitare “etimologia Oddio”, “etimologia odio”, e poi far finta di conoscerlo già da chissà quali antichi studi, ostentando una finta cultura che non ho. Quanti di voi l'hanno fatto? Tanti eh? Embeh? Cosa c'è da vergognarsi? E' niente. Niente. Perchè non avreste rubato nulla. Ma avreste semplicemente chiesto alla cultura di altri di venirvi in soccorso. Del resto dove avreste potuto studiare se non su altri libri, su cose scritte, dette e pensate da qualcun'altro? Ma davvero pensate che nella storia del pensiero dell'uomo esista qualcosa di originale? Non vi rendete conto che in realtà senza i pensatori precedenti, colui il quale a detta di tutti avrebbe “scoperto”, inventato, formulato, il pensiero più originale di un'epoca intera, sarebbe rimasto completamente muto, senza parole? Senza le parole di qualcuno prima di lui, senza quella prima sillaba pronunciata 180.000 anni fa da quella particolare conformazione della cavità orale di quell'uomo peloso vestito di pelli in quel di Cromagnon, non ci sarebbe stata nessuna Divina Commedia? E fanculo a Dante e alla sua Beatrice! (Ma dico, non potevate scopare? Mah!).

Non vi rendete conto di questo?
Ma, vabbè.... come posso essere convincente? Se si sono sprecati kilometri e kilometri e kilometri di carta stampata, tonnellate e tonnellate e tonnellate e tonnellate di Co2 trasformate in parole, per affermare il contrario!! L'unicità del pensiero individuale. La marginalità del pensiero collettivo.

Mah, pippe mentali!

Alla fine sto riempiendo questo foglio così, come mi viene e non so nemmeno io cosa stia dicendo.

Capite ora perchè vi dicevo prima che sarebbe complicato farsi ascoltare?
Chi vorrebbe ascoltarmi? Chi vorrebbe leggermi?

Eppure qualcuno sarà pur disposto a farlo, almeno se gliene fosse data l'opportunità.
Allora ecco un altro concetto, da buttare lì, come una pietra in un deserto e perderla di vista subito dopo il suo arrivo a terra. Le opportunità.

Uffffffffff, quante volte ho parlato di opportunità? Uffffffffffff quante volte? Opportunità sprecate. Opportunità tralasciate. Scartate. Vagliate. Colte. Sfruttate. (Dio quant'è brutta la parola sfruttare.... ti riporta sempre alla mente qualcosa che prima o poi si consuma e di essa non rimane niente.... andrebbe abolita dal vocabolario.... chissà forse un giorno con essa scomparirà lo sfruttamento di qualsiasi cosa). Opportunità.

Ma cosa cazzo devo dire di più delle opportunità, se non che ognuno di noi ha l'opportunità di mettersi lì e dire la sua? In qualsiasi modo voglia. Sotto qualsiasi espressione. Sotto qualsiasi spoglia. Dire la sua e basta.

Vi rendete conto che nella vita di tutti i giorni questa opportunità ci è costantemente negata da miliardi di piccoli impedimenti che fanno della nostra vita un muto parlare?
Dio!
Oddio!
Odio!

Ecco.... questo è odio! Odio vero. Non quello finto, che spinge ad uccidere per un piatto di fagioli (in forma di monete sonanti)... quello dettato da un'organizzazione sociale imprescindibile dalla rapina, qualsiasi forma essa possa assumere, a tutti i livelli.
L'odio vero è togliere la parola a qualcuno.

E quante forme conoscete per zittire qualcuno? Dai cazzo! Pensateci!!! Quante, quante forme conoscete, di ogni genere, maniera, tempi, tecnica. Quante?????? In ogni cosa che fate OGNI SANTISSIMO GIORNO DELLA VOSTRA VITA?

Ecco...... questo foglio è qui davanti a me, e impedisce a chiunque, di togliermi la possibilità, l'opportunità, di dire la mia. Almeno fin che mi sarà concesso. Perchè non sempre è stato così? Vero Dott. Magaldi? CODESTO scritto è concesso?

Eh, come siete furbi, furbastri e furbetti. Perchè si è vero, posso scrivere, imbrattare muri, gridare, riempire pagine di post nel mio blog (che parola di merda.... blog.... assomiglia a qualcosa di melmoso in cui cadi), ma in questo baillame della vita di tutti i giorni di sei miliardi di formiche urlanti, che corrono all'impazzata una dietro l'altra, chi, chi ha davvero il tempo di ascoltare?

Ci avete tolto la capacità di ascoltare. Non la parola. Non è vietato il diritto di parola, ma quello di ascolto. Ed è un divieto tacito. Anzi, un diritto al rovescio. Abbiamo il diritto di NON ascoltare e crediamo che questa sia libertà. La libertà di non ascoltare.

E chi se ne frega, se in questo casino, tra orologi che corrono, pubblicità e gente che va, c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire? E chi se ne frega se le parole di alcuni hanno più valore di quelle di altri?

Eh... Eh... cari miei... la posizione sociale... uhhhhhhhh il titolo.... uhhhhhhhhh gli studi......
ah ecco, di nuovo gli studi!!! Ma chi ha scritto i libri su cui questi soloni hanno studiato?
Ah si? Sempre qualcuno che aveva qualcosa da dire?

Oh, beh.... devo aggiungere altro?

Ahahahahahahahhahahaha Caro Magaldi, sono uno sgrammaticato.... lei ha sempre avuto ragione.

E grazie, grazie per avermi dato la libertà!
La libertà di parlare e la libertà agli altri di non ascoltarmi.

La nuova era di povertà alimentare fa pensare alle civiltà estinte.


DI LESTER R. BROWN 
ipsnews 

Il pianeta è in una fase di transizione, da un'era di abbondanza di cibo ad una di scarsità. Nell' ultimo decennio le riserve mondiali di cereali sono crollate di un terzo. A livello planetario i prezzi degli alimenti sono più che raddoppiati, innescando così una corsa alla terra ed inaugurando una nuova geopolitica del cibo. 

Il cibo è il nuovo petrolio, la terra è il nuovo oro. 

La nuova era è quella dell'innalzamento dei prezzi degli alimenti e del dilagare della fame. Dal lato della domanda, nell'equazione del cibo, la crescita della popolazione, l'aumento della ricchezza e la conversione degli alimenti in combustibile per auto stanno portando, messi tutti insieme, ad un innalzamento record dei consumi. 

Dal lato dell'offerta, invece, l'erosione estrema del suolo, la crescente scarsità di acqua e l'innalzamento della temperatura terrestre rendono difficile l'aumento della produzione. Se queste tendenze non vengono invertite i prezzi del cibo continueranno a salire e la fame a diffondersi, portando il nostro sistema al collasso. 

Siamo ancora in tempo per ribaltare la situazione? Oppure il cibo è il punto debole di questo inizio di ventunesimo secolo, più di quanto lo sia stato per molte altre civiltà che ci hanno preceduto e di cui ora studiamo i resti archeologici? 

La diminuzione delle scorte a livello mondiale è in netto contrasto con quanto accadeva nella seconda metà del Novecento, quando i problemi più gravi dell'agricoltura erano l'eccesso di produzione, gli enormi surplus di cereali e le conseguenti difficoltà nell'esportarli. A quell'epoca il pianeta aveva due riserve: le grandi scorte di cereali avanzati (ovvero ciò che rimaneva nei silo una volta iniziato il nuovo raccolto) e le vaste aree di terreni coltivabili resi inattivi dai programmi statunitensi di contenimento della produzione. 

Se il raccolto mondiale era buono, gli USA mettevano a riposo più terreni. Se era sotto la media li rimettevano in attività. Il contenimento dell'eccesso di produzione serviva a garantire stabilità al mercato dei cereali. Le grandi scorte facevano da cuscinetto in caso di deficit del prodotto mondiale. 

Quando ad esempio nel 1965 l'India fu colpita da un monsone, gli Stati Uniti inviarono un quinto del loro raccolto di grano per scongiurare una potenziale carestia di massa. E data l'abbondanza delle scorte ciò influì minimamente sul prezzo mondiale del cereale. 

Quando questo periodo di abbondanza ebbe inizio il pianeta contava 2,5 miliardi di abitanti. Ora sono sette miliardi. 

Dal 1950 al 2000 ci sono state delle impennate occasionali del prezzo del grano a causa di fattori legati al clima, come ad esempio una grave siccità in Russia o un'intensa ondata di calore nel Midwest degli Stati Uniti. Ma i loro effetti sul costo hanno avuto una durata limitata. 

Nel giro di un anno o poco più la situazione è tornata alla normalità. Le abbondanti riserve ed i terreni tenuti a basso regime hanno fatto sì che, dal punto di vista alimentare, questo fosse uno dei periodi di maggior sicurezza nella storia. 

Ma non poteva durare. A partire dal 1986 la richiesta mondiale di grano in costante ascesa ed i costi di produzione inaccettabilmente elevati hanno portato alla graduale eliminazione del programma statunitense di riposo del suolo coltivabile. 

Attualmente negli Usa il Programma per la Conservazione delle Riserve prevede che vi siano alcuni terreni inattivi, ma si tratta di un suolo facile a degradarsi. I giorni della terra fertile, pronta a rimettersi a produrre in caso di necessità sono finiti. 

Fin dalla nascita dell'agricoltura, le riserve di grano avanzate hanno rappresentato l'indicatore di base per valutare la sicurezza alimentare. Lo scopo dei coltivatori è ovunque quello di produrre grano sufficiente non solo a tirare avanti fino al raccolto successivo, ma a riuscirci con un buon margine. Dal 1986, quando abbiamo perso il cuscinetto rappresentato dai terreni inattivi, al 2001, l'avanzo annuale di grano nel mondo era sufficiente a coprire una media di 107 giorni di consumi. 

Ma neanche questo ammortizzatore era destinato a durare. Dopo il 2001 le scorte di grano subirono un brusco calo, proporzionale al fatto che a livello mondiale il consumo stava superando la produzione. Dal 2002 al 2011 le riserve sono state stimate in grado di coprire una media di 74 giorni, registrando quindi un crollo pari ad un terzo. L'epoca della sicurezza alimentare senza precedenti era finita. Nel giro di due decenni il mondo aveva perso entrambi i suoi cuscinetti di sicurezza. 

Negli ultimi anni le scorte di grano avanzato hanno superato di poco la soglia dei 70 giorni, che da vent'anni a questa parte è considerata il minimo auspicabile. Ora i livelli delle riserve devono fare i conti con l'effetto delle temperature più alte sui raccolti, con la siccità diffusa e con le ondate di calore più intense. 

Sebbene non sia facile quantificare il danno che queste minacce di natura climatica causano al raccolto, è chiaro che ognuna di esse concorre alla sua riduzione, creando potenzialmente caos nel mercato globale del grano. Per attutire un tale effetto bisognerebbe riportare le scorte di grano avanzato alla soglia dei 110 giorni di consumi, garantendo così alla sicurezza alimentare un più alto livello di affidabilità. 

Oggi il mondo vive anno dopo anno sperando sempre di produrre abbastanza per soddisfare la domanda in aumento. Ovunque gli agricoltori compiono enormi sforzi nel tentativo di tenere il passo con questa crescita, ma non è facile. 

La mancanza di cibo ha minato le prime civiltà. I Sumeri e i Maya sono due delle numerose civiltà primitive il cui declino è legato all'utilizzo di tecniche agricole non sostenibili a livello ambientale. 

A causa di un difetto nel loro sistema di irrigazione, per il resto molto ben progettato, i Sumeri innalzarono di troppo il livello di sale nel terreno, provocando così il crollo della catena alimentare e, di conseguenza, della loro razza. Per i Maya l'erosione del suolo fu una delle chiavi della disfatta, così come lo fu per molte altre civiltà primitive. 

Anche noi siamo su questa strada. Come i Sumeri hanno sofferto per l'innalzamento del livello del sale nel terreno, così noi soffriamo per l'aumento di anidride carbonica nell'atmosfera. E come i Maya, anche noi stiamo gestendo male la nostra terra e provocando perdite da record a causa dell'erosione. 

Mentre il declino delle civiltà primitive può essere ricondotto ad una o due cause di tipo ambientale, come ad esempio la deforestazione e l'erosione del terreno che hanno minato le loro scorte di cibo, il nostro è legato a molte di più. Oltre ad una tra le più gravi erosioni del suolo della storia, noi stiamo affrontando anche nuovi trend, come ad esempio l'esaurimento delle falde acquifere, la stabilizzazione del raccolto del grano nei paesi più avanzati dal punto di vista agricolo e l'aumento delle temperature. 

Di fronte a questo scenario non c'è da stupirsi se le Nazioni Unite riportano che oggi i prezzi sono raddoppiati rispetto al 2002-04. Per la maggior parte dei cittadini statunitensi, che per il cibo spendono in media un nono del loro reddito, è un dato di poco conto. Ma per i consumatori che investono il 50-70 percento delle loro entrate nell'alimentazione un raddoppio dei prezzi è una cosa seria. Spendere di più non è un metodo per avere del margine e compensare un simile rincaro. 

La diffusione della fame è strettamente collegata con il declino delle riserve di grano e con l'aumento dei prezzi del cibo. Negli ultimi decenni del secolo scorso il numero delle persone che pativano la fame stava diminuendo, con un calo fino a 792 milioni nel 1997. Dopo di che cominciò a risalire verso il miliardo. Purtroppo, se continuiamo con i nostri affari come abbiamo fatto finora, le file dei morti di fame continueranno ad ingrossarsi. 

La conclusione è che per gli agricoltori di tutto il mondo sta diventando sempre più difficile tenere il passo con la richiesta di grano in rapida crescita. Nell'ultimo decennio le riserve si sono ridotte e non siamo strati in grado di ricostruirle. Se non ce la faremo, dovremo prepararci al fatto che con il prossimo raccolto andato male i prezzi del cibo lieviteranno, la fame aumenterà e si diffonderà un senso di inquietudine legato al problema del cibo. 

Stiamo entrando in un'epoca di perenne scarsità di cibo, che porterà ad un'aspra competizione per il controllo delle risorse di acqua e di terra. Detto in parole povere, ad una nuova geopolitica del cibo. 


Traduzione per Comedonchewisciotte.org a cura di DONAC78

domenica 24 marzo 2013

Pulviscolo.




Parole sperse nell'aria
simili a pulviscolo atmosferico
invisibili
intangibili
ma severe
dipinte di tutti i colori dell'anima
che vagano
si schiudono e si ritraggono
rifuggono e si ripresentano
e la loro eco è carezza
il loro ricordo è dolcezza.
Com'è dolce il loro pensiero
e la loro consistenza 
eppur non le vedo
ma le avverto
e allora dille
continua a pronunciarle
riempi i miei polmoni delle tue parole.
Il tuo parlare è il mio respirare.
Il mio camminare è una danza
intorno alle tue parole.
Mi basta piegarmi e vederle
controluce.
Le tue parole.
Che sono le mie
con un suono diverso.


(Francesco Salistrari)

sabato 23 marzo 2013

USA: si prevede una guerra civile?


DI NIKOLAI MALISHEVSKI
strategic-culture.org

Alla fine del 2012, il New York Times ha pubblicato un articolo sensazionale chiamata "sopravvivere al collasso della società in Suburbia" . Ha detto che Obama aveva già adottato alcune misure per contrastare una massiccia guerra civile e la manifestazione in entrata del totalitarismo. In questi sforzi che si basano su una superagency - il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale che impiega oltre 160 mila persone, con un bilancio misurato in miliardi di dollari e la supervisione della Central Intelligence Agency, del Federal Bureau of Investigation, dei servizi fiscali e di altri organismi governativi.

E 'in grado di operare al di là dei confini degli Stati Uniti, e ha permesso di arrestare e neutralizzare persone fisiche, vanta un intero esercito di informatori e viene data una carta-bianca per seguire i passi e ostacolare le attività di coloro che sono coinvolti in attività sovversive e considerato i nemici del popolo da parte delle autorità degli Stati Uniti (1) 

Secondo James Rickards, Doug Hagmann, Gerald Celente, molti cittadini potrebbero essere considerate persone con legami terroristici organizzazioni. Rickards J, consulente per l'Ufficio statunitense del direttore della National Intelligence, fa riferimento a fonti del Pentagono nel suo libro intitolato Currency Wars: The Making of della prossima crisi globale, indicando che il problema è un vero problema per la sicurezza nazionale degli USA. G.Celente, il fondatore e direttore del Trends Research Institute, è diventato famoso nel prevedere il crollo dell'Unione Sovietica e le turbolenze del mercato azionario del 1987. Secondo lui, una guerra civile su larga scala è possibile negli Stati Uniti nei prossimi anni. Può essere preso cum grano salis come qualcosa di frivolo, se nonci fossero alcuni eventi epocali del 2012-2013 che si svolgono dopo che la previsione è stata resa pubblica. 

In primo luogo, due leggi sono entrate in vigore: la Difesa Nazionalee preparazione Risorse (NDPP) e il National Defense Authorization Act (NDAA) che rendono legale per i militari indagare i casi e interrogare coloro che sono sospettati di terrorismo e coinvolgimento in simili attività, così come mantenere quelle persone dietro le sbarre, senza limite di tempo (è sufficiente per le autorità direche la persona è un terrorista). Le leggi permettono al Presidente di controllare le principali funzioni governative in caso di emergenza, ad esempio, mantenere i cittadini nei campi di internamento di tipo gulag di Federal Emergency Management Agency (FEMA), sotto il controllo del DHS, una rete di questi campi è in diffusione in tutto il Stati Uniti continentali, il loro numero si è rapidamente aumentato di recente andando fino a 800. Ci sono più di 500.000 bare accatastate in ordine. 

In secondo luogo, la difesa nazionale e preparazione di Risorse con ordine esecutivo è stata pubblicata dal sito ufficiale del governo degli Stati Uniti il 16 marzo 2012. (3) Il presidente relega alle agenzie governative militari e di altro il diritto di espropriare e distribuire cibo, bestiame, attrezzature, risorse energetiche e idriche, mezzi di trasporto civili, comprese le navi e aeromobili, tutti i materiali, compresi quelli destinati alla realizzazione di opere. Si può fare ovunque. Il presidente ottiene il diritto di controllare tutti i mezzi civili di beni e fonti energetiche statali, tra cui petrolio e gas. 

In terzo luogo, il 31 ottobre-1 novembre, subito prima della rielezione di Obama, uno speciale esercizio di anti- terrorismo si è tenuto a San Diego. Orde di cadaveri animati, o gli americani, che erano diventati zombie, ha cercato di devastare tutto sul loro cammino. Per due settimane i loro attacchi erano circoscritti da oltre un migliaio di speciali operazioni militari, unità militari e forze di polizia. Una gestione degli incidenti federale è stato inserito nello scenario per renderlo più realistico. L'esercizio era stato preparato dalla CIA, i militari, HALO Security Corporation e Centri per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione (CDC). Il top management CDC ha chiesto al governo di essere preparati a respingere qualsiasi invasione indietro nel 2011 (secondo Brad Barker, uno zombie - apocalisse sarà un emergenza federale). 

In quarto luogo, i canali US, Fox News per esempio, già chiamano i cittadini che protestano contro la politica del governo economico "terroristi domestici". (4) Presumibilmente si uniscono più strutture delle milizie paramilitari che si scontrano con le autorità (ad esempio, in Texas) e comprendono eroi come Timothy McVeigh, il veterano di guerra del Golfo Persico, che ha fatto saltare in aria un edificio federale di Oklahoma City nel 1995, dove hanno portato alla morte oltre 160 persone. 

In quinto luogo, il DHS ha presentato una richiesta per la fornitura di 450 milioni di proiettili ad espansione. Un proiettile ad espansione è un proiettile progettato per espandere all’impatto, aumentando di diametro per limitare la penetrazione e / o produrre una ferita diametro maggiore. E 'noto informalmente come pallottola dum-dum. I due modelli tipici sono il proiettile a punta cava e la pallottola a punto morbido. L'agenzia ha anche fatto una acquisizione di 1,6 milioni di dollari di fucili di precisione e munizioni di penetrazione della parete, e di check-point e garitte e altri mezzi speciali da utilizzare nei conflitti interni a prova di proiettile e di fuoco. 

Interessante notare che le vendite di armi degli Stati Uniti sono aumentate del 40% dall'inizio della crisi. Si è verificato un aumento brusco dopo l'Obama rielezione. Secondo il Chicago Tribune, Brownells Inc., il più grande venditore di armi, ha venduto le munizioni per il fucile AR-15 tre volte di più di quanto non faccia di solito in tre anni! Secondo la società il presidente Pete Brownell, l'uccisione di massa di bambini in età scolare in Connecticut ha stimolato la domanda senza precedenti di munizioni. Ci sono stati più di 10 milioni di armi e più di un miliardo di munizioni acquistate negli Stati Uniti in 10 giorni! Secondo il sistema nazionale Criminal Background Check (NIC), le vendite di armi da fuoco ha raggiunto il picco nel mese di gennaio (secondo l'FBI, l'indicatore avrebbe potuto essere 10 volte di più se non fosse per i NIC, che controlla precedenti penali e la disponibilità di ragioni che vietano braccia di acquisizione). Secondo i primi dati di febbraio, un arma da fuoco viene acquistato ogni 1,5 secondi in tutto il paese ... 

Il National Defense Authorization Act (NDAA) per l'anno fiscale 2013 ha alcune caratteristiche importanti. La Camera dei Deputati ha approvato una spesa superiore a quello che l'amministrazione ha chiesto di $ 1,7 miliardi. La legge include gli stanziamenti per il ritiro delle truppe dall'Afghanistan che deve essere finita entro la fine del 2014. Per alcuni commentatori statunitensi i militari stanno per essere utilizzati per sedare disordini in casa. Il ritorno di molti veterani con disturbi mentali possono influenzare negativamente la stabilità sociale. Inoltre, nel 2009 il DHS ha inviato direttive per le unità di polizia sottolineando che l'intensificazione delle attività di estremisti di destra è stimolata dalla recessione economica, dall'elezione del presidente nero e dal ritorno di veterani dell'Iraq e di altri punti caldi. 




Traduzione e revisione a cura di SERVUS (dal forum di comredonchsiciotte)

1) O’Brien K. How to Survive Societal Collapse in Suburbia // New York Times, 18.11.2012 //www.nytimes.com/2012/11/18/magazine/how-to-survive-societal-collapse-in-suburbia.html?pagewanted=all&_r=0
2) Rickards J. Currency Wars: The Making of the Next Global Crisis. - New York: Penguin Group, 2011. – 304 p.

Followers

Google+ Followers