giovedì 31 gennaio 2013

Di cosa cazzo parliamo?


di Francesco Salistrari.

Elezioni, elezioni ed elezioni.
MPS, corruzione, politici, Movimento 5 Stelle e Grillo, le cazzate di Berlusconi, le puttanate di Monti, le minchiate di Bersani, la voglia di sssposarsssi di Vendola.
Di questo e non di altro si parla in Italia, sui giornali, nelle tv, nei bar.
Che poi ieri sera Israele abbia bombardato un centro di ricerca in Siria, a pochi km da Damasco, non interessa a nessuno. Come se fosse perfettamente normale, simile a un borseggio per strada, che un paese violi lo spazio aereo di uno Stato sovrano e bombardi un centro di ricerca che nei mesi precedenti i “ribelli” anti-Assad avevano tentato invano di conquistare e distruggere.
Precisiamo una cosa: non sono pro-Assad, né difendo la sua disumana dittatura. Il regime vigente in Siria è solo l’ennesimo scempio di diritti umani e civili delle nazioni mediorientali, per niente dissimile all’Arabia Saudita, per fare un esempio. Quello che non mi va giù è che essendo, gli altri, paesi “allineati” a Israele e Zio Sam, tutto va bene, anche se vengono regolarmente calpestati i diritti di milioni di uomini e donne.
In Siria, al contrario, cavalcando l’emergere di forze popolari di opposizione (armata) al regime di Assad che chiedevano riforme democratiche e costituzionali (o meglio la piena applicazione della Costituzione vigente ma mai applicata), i paesi canaglia (Israele in testa) si sono buttati nella mischia a piene mani per dare la spallata al governo filo-iraniano del despota Assad. E così i ribelli, in poco tempo, sono diventati i “ribelli”, pagati e armati dalle potenze occidentali e da Israele, addestrati in Turchia. E poi, vogliamo parlare del confine turco? Militarizzato da ormai due anni? Vogliamo parlare degli scempi reciproci che vengono commessi sui campi di battaglia ogni giorno in nome di non si sa bene più cosa? Vogliamo parlare della distruzione di città intrise di storia come Aleppo?
Israele, dunque, bombarda e nessuno sembra quasi accorgersene. Qualche parola in un telegiornale, qualche trafiletto sui giornali, notizia passata insieme alla cronaca nera, di fianco al furto di una busta di pasta in un supermarket, come se fosse perfettamente normale che succeda una cosa del genere.
Vorrei chiedere a tutti: ma se domani mattina, l’Iran sguinzagliasse i suoi caccia bombardieri e distruggesse una centrale elettrica israeliana, come reagiremmo? Come reagirebbero giornali, tv e politica? Pensateci bene.
In Medio Oriente si sta giocando una partita cruciale per i destini del mondo e nessuno sembra volersene interessare. La partita per il controllo delle risorse strategiche del pianeta, cominciata fin dal 1990 con la prima guerra in Iraq e continuata in Afghanistan con la scusa del terrorismo, è arrivata al suo snodo cruciale. Ora Siria, poi Iran. E Cina e Russia fino a quando resteranno ferme?
Il rischio è altissimo.
Il mondo balla sul precipizio di una conflagrazione mondiale e noi di cosa cazzo parliamo? Di Bersani che vuole “mangiarsi” i suoi avversari? Ahahahahahhahaha
Di Monti che dice che vuole abbassare le tasse? Questa fa addirittura ridere di più.
Di Vendola che vuole sposarsi? Questa purtroppo non fa ridere…
Di cosa? Di Ingroia e la Boccassini che si prendono a cornate, dimostrando che in fondo Berlusconi sulle “toghe rosse” non aveva poi tutti i torti?
Di cosa cazzo parliamo?
Mentre il nostro paese in mano questi criminali massoni viene trascinato nella recessione, nell’arretramento culturale e civile, smantellato nella sua industria, svenduto ai mercati, ridotto a paese “scorta” della Germania e dei paesi del Nord in nome della moneta unica e dei trattati europei, mentre vengono aumentate le spese militari e tagliati i servizi sociali, mentre succede tutto questo, Israele bombarda la Siria… e noi, non si sa cosa cazzo stiamo guardando.
Bah!
Mi sento come un cittadino tedesco del ’32.
In attesa che tutto precipiti, ma non so bene dove.
Forse rivedremo un ometto baffuto che alza il braccio e invoca le folle.
Forse.
Ma forse, questa, è solo un’altra storia.
Speriamo ci sia qualcuno capace un giorno di raccontare davvero com’è andata.


domenica 27 gennaio 2013

Gran Bretagna e UE:Cameron minaccia la ritirata.

di Flaminia Camilletti.
Si potrebbe dire che se ne parla da una settimana in realtà se ne parla da una vita. La Gran Bretagna è antieuropeista, non è una novità. Il Premier James Cameron aveva preparato un discorso per la settimana scorsa che però è stato rimandato al 23 Gennaio, per cause di forza maggiore. Ci si riferisce chiaramente al sequestro di ostaggi, fra cui numerosi cittadini britannici, in Algeria. Il discorso pronunciato da Cameron a Londra annuncia un referendum che faccia decidere ai cittadini se rimanere o no all’interno dell’Unione europea. Un referendum previsto entro il 2017 alla fine del mandato. Si tratterà di una domanda semplice dice Cameron: Europa sì, oppure Europa no. Avverte, anche, che se dovesse vincere il “No” dei conservatori, si tratterebbe di una decisione finale, di “un biglietto di sola andata”. Il Primo Ministro britannico ha continuato: “Abbiamo dato il nostro contributo nei momenti più bui, siamo sempre stati una potenza europea e sempre lo saremo. Però oggi – ha aggiunto – la delusione verso l’UE è ai livelli più alti di sempre. Per il futuro la Gran Bretagna vuole un’Europa attiva e impegnata.”
Cameron infatti sostiene che la sua volontà è quella di rimanere dentro un’Unione Europea competitiva e forte in grado di potersi imporre a livello globale. In questo momento però l’Europa è in crisi, e diciamocela tutta, al Regno Unito non frega nulla di rischiarsela. Anche perché anche uscendo dall’Europa sarebbero disposti a rimanere nel mercato comune, insomma, si prenderebbero solo i privilegi di questa unione. A quanto pare però la mossa di Cameron, va vista come una mossa di affari interni e non esteri. Infatti, queste dichiarazioni, potrebbero essere interpretate come la risposta al crescere del potenziale dello “United Kingdom Independence Party”, partito radicale ed euroscettico, che acquista punti percentuale in proporzione allo scontento dei cittadini. Gli ultimi sondaggi lo attesterebbero fino al 14%. Londra, oltretutto, ritiene che i costi dell’essere parte dell’Unione Europea siano superiori ai profitti e che quindi comunque vada non convenga rimanere all’interno dell’Europa senza almeno ritrattare la propria posizione. Questa è la dimostrazione che molti Paesi fra cui appunto la Gran Bretagna, vedono l’Europa come un investimento, una confederazione di stati unita solo dall’interesse finanziario – economico.
Seguendo questo ragionamento è chiaro che se una confederazione non conviene più, è giusto uscirne fuori. Anche negli accordi fra aziende quando c’è crisi, ognuno pensa a salvare la propria e i propri interessi. Ed è questo il punto: gli interessi non sono comuni. Fin quando l’Europa sarà vista come un’entità utile solo ed esclusivamente al profitto, non si avrà mai una vera potenza in grado di competere. Spesso si parla di Unione politica senza sapere bene che cosa si intenda con questo termine, la verità è che finché gli interessi europei non saranno interessi comuni di tutti, la crisi ci sarà sempre. Quello che manca a questa Europa è il senso di appartenenza, l’unione dei popoli. Mentre Cameron si chiede se convenga o meno rimanere in questa Europa che non da nulla, la Gran Bretagna tutta, fra cui più di qualche personaggio della City, dovrebbe chiedersi cosa ha dato, o non ha dato, all’Europa per far sì che si ritrovasse sull’orlo del declino.

giovedì 24 gennaio 2013

Presunzione.

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di Francesco Salistrari.

Il sentiero di noi poveri mortali è lastricato da pietre taglienti, a volte, da foglie morbide seppur giallastre, altre, da ispidi cespugli di spine seppur carichi di more, in alcuni casi, da profumati fiori di campagna ondeggianti agli aliti del vento, qualche volta.
E' la vita ad essere così tortuosa, come una strada di campagna. E' essa che ci deride guardandoci negli occhi.
Lasciamo molte cose a sé, senza curarcene e invece ad altre assegniamo estrema importanza, senza però saper bene ed essere sicuri che sia davvero così. E lo si vede negli innumerevoli giudizi che ognuno, singolarmente, dà delle cose del mondo degli uomini. Esistono gli accordi, le convergenze, le comunioni, ma in fin dei conti, siamo tutti soli nel giudicare la vita e le sue cose. Esistono le regole, i codici, le norme e le morali, ma son tante e così contrastanti l'un l'altra che è impossibile stabilire dove stia la verità e la certezza del giudizio.
Siamo caduchi. Com'è caduco il nostro tempo, che non è eterno, ma limitato. Qualcuno lo imbriglia nelle formule, nelle generalizzazioni storiche delle ere, dei periodi, in base a giudizi e categorizzazioni del tutto arbitrarie. E così abbiamo gli Evi, le Età e i Secoli. Tutti, giorno per giorno lo contiamo, il tempo, secondo dopo secondo, con i nostri imprecisi orologi, e contiamo i giorni, gli anni, i periodi della nostra vita, arbitrariamente definendoli. In fin dei conti contando, anche se non ce lo confesseremmo mai, il tempo che ci resta da vivere, soli, nella nostra solitudine interiore, in quell'urlo di paura che a tutti scappa via nel sonno e nei sogni.
E' un attimo che tutti assaporiamo, che ci lega alla nostra natura d'animali, seppur abili con le mani e con la mente. E ci lega proprio alla nostra natura finita, imperfetta, caduca, appunto, come il tempo.
Tutto ha un inizio e una fine. Scontato, certo, ma pur sempre vero. La Terra, il Sole, i Pianeti, l'Universo stesso hanno avuto un principio e avranno una fine e se esiste un Dio che tutto ciò ha reso possibile vorrà dire che finirà pure lui, che spirerà, mortale anch'egli, guardando lontano, con gli occhi persi nel nulla eterno che gli si spalanca davanti. Il Tutto non può esistere per sempre. Non esiste un sempre, come non esiste un mai. Esistere è già parola complicata, difficile, indecifrabile, insondabile. E quanti ci hanno provato a darle un senso, quanti armati d'ingegno e speranza, di illusioni e sogni, quanti di numeri e di strumenti, ma invano. Non si comprende, non si sa, non si vede aldilà delle cose semplici ed anche la più complicata delle elucubrazioni umane è niente di fronte al Tutto, all' Universo, a ciò che è lontano non solo nello spazio interstellare, ma vicino, prossimo al nostro naso nelle nostre stesse percezioni. Guardiamo il mondo con degli occhi, strumenti mirabili, ingegneria genetica naturale perfetta, direbbe qualcuno e sarebbe pronto a morire per dimostrare che è così. Ma pur sempre strumenti imperfetti di un corpo e di una materia imperfetta. Guardiamo e vediamo cose e altre non  vediamo, cose che magari un agnello o un falco o un lombrico una formica vedono e sentono e pensano e odono.
Cinque sensi, non diecimila. Come potrebbero essere precise le nostre deduzioni? Come, le nostre rappresentazioni?
Spettacolini, caricature. Niente più.
Ci magnifichiamo dell'arte e della nostra maestria, ma è pur così? Ci gloriamo guardandoci allo specchio, ecco tutto. Ma pur sempre di riflesso si tratta, di distorsione della luce.
Ecco, la nostra vita è una distorsione. Qualcosa di illusorio eppur reale. Perchè è reale la materia di cui siamo fatti e di cui ci nutriamo, sono reali i nostri istinti e le nostre voglie, i nostri appetiti e le nostre aspirazioni. Ma sono frutto di un inganno profondo, pienamente immateriale. E' questo il grande paradosso dell'umanità.
Crediamo di vedere, ma non vediamo. Crediamo di creare, mentre in realtà stiamo scimmiottando con noi stessi e le nostre aspirazioni. Siamo bambini che giocano con un cubetto di plastilina e crediamo di essere gli artefici del mondo.
Il risvolto della medaglia è proprio questo. Che in effetti lo siamo. Siamo artefici del nostro mondo, perchè vediamo ciò che vogliamo vedere, facciamo ciò che vogliamo fare, plasmiamo la nostra realtà a nostra immagine e somiglianza, perfino i nostri Dei sono dipinti, raffigurati, immaginati e venerati a immagine e somiglianza di noi stessi. Nella Bibbia è scritto che l'uomo fu creato da Dio a Sua immagine e somiglianza. Non vi sembra un tantino presuntuoso? Direi proprio di si... Addirittura lo vediamo incarnato in uomini, sì grandiosi e genuini, sì imperiosi segni della nostra grandezza, ma pur sempre uomini, lungi anni luce dall'essere Dei.
Non voglio offendere nessuno. Ma vedo in questa presuntuosa proiezione di sé, qualcosa di innaturale, di immaginario, di controproducente. Di mistificante.


La presunzione è magia. Magia umana. Chi riesce a sfruttarne i poteri fino in fondo è simile in amarezza solo ad una strega che ha stretto un patto indissolubile con Satana. Un potere tanto più potente e controproducente quanto ammaliante come una Sirena. Presumere qualcosa dà potere, seppur breve. Ma il potere a volte sazia anche a piccole dosi, come droga potente, di cui basta una misera quantità per raggiungere il climax dei propri sensi. Breve, ma intenso.
Presumere qualcosa è una sferzata di adrenalina spirituale, capace di trasformarsi in un tocco subliminante. E' sapere senza sapere. E' vedere senza guardare.
La presunzione di convincersi e voler convincere di aver capito qualcosa, senza nemmeno averle destinato il giusto tempo, è l'autostimolazione sessuale più antica nell'uomo. Non a caso nel gergo comune si può sentire talvolta espressioni del tipo “seghe mentali”, proprio per tradurre a parole una sensazione di autoorgasmo. Per altro il D'Annunzio, savio e grandioso, ce ne potrebbe parlare a lungo, e più compiutamente.
Presumere è sinonimo di potere, dunque. Un potere strano e ammaliante di cui ci dipingiamo il viso tutti i giorni, per sembrare più belli, per attrarre attenzione, per essere accettati, per dare l'impressione di essere superiori in qualcosa sebbene indefinibile.
Ma la presunzione, come tutti i vizi, ha la sua controindicazione. Come un farmaco porta dipendenza dopo un uso prolungato, così la presunzione assuefà i suoi consumatori, sicchè la spirale è sempre ascendente, fin'ancora alla morte. E così un uomo presuntuoso morirà presuntuoso.
La cosa singolare è che la presunzione marchia i suoi consumatori con un segno particolare e riconoscibilissimo. Un  segno che può modificare vieppiù l'espressione del viso. Le sopraccicglia che si muovono inconfondibilmente verso l'alto con un moto di sfida. Incredibilmente, anche da morto, il presuntuoso, rimane in rigor mortis con le sopraccicglia alzate. Cosicchè se vi capitasse di guardare un defunto presuntuoso, ne riconoscerete la natura trapassata grazie all'attenta osservazione dell'angolazione delle sopracciglia.
Ma c'è qualcosa di più di questo semplice sollazzo che insieme ci siamo concessi.
Siamo tutti presuntuosi. E' la natura umana ad esserlo.
Presumiamo di poter plasmare la materia come meglio crediamo e riusciamo. E ciò anche se le conseguenze del nostro intervento sembrano produrre effetti devastanti e controproducenti al nostro stesso interesse alla sopravvivenza. Interesse del resto completamente scalzato, in una immaginaria scala di valori, dall'interesse economico, che è presuntuoso nella sua essenza.
Presumiamo, appunto in tema di denaro, di poter comprare ogni cosa, finanche l'anima stessa di una persona. Sostituendoci, niente di meno e con una presunzione spropositata, allo stesso Satana. Compratore d'anime accanito e infallibile da tempi immemori. Ma presumiamo di sostituirci a Dio stesso, diventando giudici e vendicatori, applicando sanzioni e brandendo espulsioni. Si perchè la presunzione ci fa pur credere di poter creare una Morale Universale da applicare a tutti, dimenticando che altri uomini, per cultura storica, accettano e tollerano una morale che non è meno Universale di quella dei primi, se ad Universale diamo il giusto significato di Umana e dunque particolare. E qui subentra una  “guerra tra le morali” che sfocia ben presto in guerra tra gli uomini. Anch'io, adesso, sto facendo “della morale” e dal mio punto di vista prettamente personale, ammantandomi di qualcosa che non possiedo (vale a dire cultura) e utilizzando a mio favore una dialettica non poi così povera o poco convincente. Così assurgo a giudice delle umane vicende, con la presunzione, appunto, di poter discernere “la via di mezzo” per la pace interiore.
Niente di più lontano dalla verità. A mala pena riesco a convincere me stesso. Ma credo che ognuno, possa, in mezzo alla spiaggia delle proprie menzogne, spillare di tanto in tanto, qualche granello di verità.
Presumiamo tutti, dal primo all'ultimo. Pecchiamo tutti di presunzione.
La domanda è: chi ha stabilito che la presunzione sia un peccato?
Nel testo che state leggendo, io, senza dubbio. In moltissimi altri testi, moltissimi altri. Nella vita di tutti i giorni, tutti quanti.
Ce ne rendiamo conto, seppur inconsapevoli. Ci rendiamo conto che il più delle volte la nostra felicità è effimera, beffarda, con un risvolto non sempre piacevole. E proseguiamo per la nostra strada per raggiungere nuovamente e riprovare nuovamente quella sensazione effimera e intensa. E quelle uniche volte che riusciamo ad assaggiare un istante di Pura Felicità, immacolata da qualsiasi sozzura dei nostri desideri, tendiamo a ricordarla per tutta la vita, santificandola in Templi appositamente eretti nell'anima nostra.
La felicità diventa effimera, perchè effimera è la droga che l'ha generata. La presunzione, appunto.
Diventa sale, camuffato da zucchero.
Ci sentiamo felici per aver raggiunto un obiettivo. E raggiunto quest'ultimo ci sentiamo vieppiù insoddisfatti. Perchè? E perchè aspiriamo nuovamente ad un nuovo e più difficile obiettivo? Perchè abbiamo presunto, in modi inconsapevoli quanto reali, di poter raggiungere la pace interiore dando prova a noi stessi di essere capaci di qualcosa. Raggiungere un obiettivo significa accettare se stessi prima  ancora di ricevere riconoscenza dagli altri e ci gloriamo interiormente di questa vanità. In verità però raggiungere un obiettivo voluto dalla nostra presunzione ci lascia svuotati, seppur pochi istanti prima di raggiungerlo ci sentivamo pieni di forza vitale ed energia elettrica. Le vibrazioni della nostra anima parevano illuderci e invece ci lasciano sgomenti.
Così non ci fermiamo mai, e nella nostra presunzione, crediamo che sia possibile andare avanti all'infinito, sfidando in questo inconsapevolmente anche la Morte. Crediamo che tutto possa procedere per sempre, che l'Uomo sia eterno, come eterno il Tempo. E presumiamo, e qui il peccato diventa davvero universale, che qualcuno ci abbia assegnato un posto speciale nella storia dell'universo. Non rendendoci conto, però, che abbiamo si un posto di primo piano nei destini della Terra, ma limitato ad una piccola parentesi nei recessi del tempo.
Fingiamo di credere che la nostra economia possa svilupparsi all'infinito, che le nostre scoperte tecniche evolversi per sempre fino ad aprirci le porte del viaggio interstellare, che la nostra intelligenza sia qualcosa che cresca e si evolve con la nostra storia ed in questo senso siamo portati a ritenere, presumendo ancora qualcosa, che le epoche passate abbiano conosciuto un'Intelligenza umana inferiore, se non solo in pochi e geniali individui che ancora oggi ricordiamo. Ma per il resto crediamo che nelle antichità della nostra storia si siano mossi individui più rozzi, istintivi e meno intelligenti di quelli che vediamo oggi agire nel mondo.
Niente di più falso.
L'Uomo è sempre uguale a se stesso. A cambiare è solo il suo modo di rapportarsi alla materia che ci circonda, a cambiare è solo la sua fantasia nel cercare combinazioni diverse, a capire qualche meccanismo fino ad allora ignoto.
Ma conoscere le cause di una malattia, non vuol dire scongiurare l'umanità dalla morte. Comprendere i meccanismi delle maree non può permettere all'uomo di controllarle. Conoscere i segreti della chimica può si dare la possibilità di manipolare la materia come mai prima, ma non può permettere all'uomo, assolutamente, di conoscere il segreto della Vita.
Eppure c'è qualcuno che crede di aver carpito anche questo. Mettendo mano nel codice che rappresenta la Vita, appunto. Decifrando, ma chissà per quali vantaggi, il DNA. E ancora una volta, vedete, potente, subitanea, impassibile e spietata, la vanità della presunzione, che da all'uomo la capacità di illudersi di essere tanto intelligente da poter creare la Vita dal niente, di manipolarla, di modificarla secondo capriccio, di migliorarla, di mescolarla, di diventare artefici in breve della creazione stessa.
Come può essersi così stupidi, invece!
Scoprire un segreto della nostra intima natura, non vuol dire innanzitutto carpirne il significato, ma intravederne la forma. Capire il DNA umano non significa comprendere il significato della sua esistenza, né tantomeno riuscire a darvi un senso proprio. Del resto nelle poliedriche attività umane, continuamente, un senso seppur personale, viene continuamente smarrito e acquisito daccapo, senza peraltro riuscire a comprendere fino in fondo la natura di tali considerazioni. Qualcuno potrebbe anche dare un senso alla propria vita, e quasi tutti lo facciamo, ma è pura illusione. Anche il più nobile di questi, quello di allevare i propri figli, se da un punto di vista naturale sembrerebbe l'unico vero candidato a dare un senso alla nostra esistenza, vale a dire la perpetuazione della specie, viene ad essere rinchiuso negli schemi abietti della vita organizzata dell'uomo. Una organizzazione che snobilita l'uomo di fronte appunto alla Natura nel suo complesso e gli stessi figli, luce e speranza dei genitori, si fanno partecipi di questo equivoco, vivendo la propria vita stando alle regole e alle condotte che la società umana, ahimè, si è data.
Sembra assurdo affermare qualcosa di simile, come sembra assurdo non scorgere le innumerevoli qualità dell'uomo e della sua intelligenza. E sarebbe senz'altro assurdo condannare in toto tutte le attività umane, dalle più incredibili alle più semplici. Ma tant'è. L'uomo, nel suo vivere quotidiano, perde il senso di ciò che è, lasciando posto ad una visione del tutto innaturale ed incolore, tinta solo da passioni veniali e rischiarata di tanto in tanto dai lampi di genialità che pur le appartengono.
Anche in questo, come non si può vedere, la presunzione, tutta umana, di aver capito, compreso e assoggettato a se la Natura nel suo complesso, sentendosi l'assoluto monarca del pianeta, mentre in realtà resta schiavo di una materialità tutta fittizia e apparente che fa di tutti noi dei ciechi brancolanti nel buio.
A dare senso ci hanno provato e ci provano le religioni, con tutto il loro carico di cultura e spiritualità che purtroppo però, ancora una volta, viene piegato a fini del tutto lontani dal vero spirito e essenza della Vita. Del resto come potrebbe essere altrimenti se tutto, nella vita dell'uomo, che assume carattere di Potere, viene ad essere inesorabilmente piegato alle logiche di un profitto del tutto materiale? La religione, qualunque essa sia, storicamente è stata costretta a venire a patti con la malvagia propensione dell'uomo ad abbandonare le questioni spirituali per quelle più tangibili e immediate della materialità. E seppur risplendente di alti valori, la religione, è sempre apparsa come un manto con il quale nascondere la più abietta e brutale natura umana.
Del resto non può non essere così quando, a seguire un credo religioso, siano, anche se in maniere diverse, quasi tutti gli esseri umani che vivono e muoiono su questa terra e questo da sempre, fin dalla nostra comparsa come esseri pensanti.  Avere un numero così grande di proseliti, ha messo ogni religione di fronte ad un problema di Potere. E quando, nelle umane vicende, esiste questione di potere, ecco che a scomparire è tutto il resto e le migliori intenzioni fin da subito si trasformano in qualcosa di poco universale.
Perchè il potere è presunzione.
E se c'è un peccato davvero universale e che è destinato a condannarci come specie, è proprio la presunzione.
In questo scritto, anch'io, mio malgrado, mi sono macchiato dello stesso, identico, irresistibile, peccato.



lunedì 21 gennaio 2013

Pirati della strada.


di Francesco Salistrari.

Pirati della strada.
Quelli che fanno scempio del Codice della Strada, uccidono le persone e passano oltre, indifferenti, lasciando gli altri nella disperazione, nel dolore, nell’abbandono, nella solitudine sconfortante della perdita.
Pirati della strada. Questi politici corrotti. Questi personaggi che si fanno chiamare Ministri, Presidenti, Onorevoli, Deputati. Questa manica di criminali mascherati da brave persone che calpestano la dignità dei popoli a colpi di decreti. Questa pletora di subumani che assomma nelle proprie mani un potere che è perfettamente indegna di possedere, senza umanità, senza anima, barattoli confezionati esclusivamente per proteggere dalla decomposizione prodotti a cui diamo il nome di interessi di casta, di ceto, di privilegio, potere, ricchezza, acquisizione.
Un Governo formalmente nemmeno più in carica che firma decreti nel silenzio assordante di questo schifo di media asserviti. Decreti… che decretano. La miseria, la disperazione, l’umiliazione, la vessazione di un popolo intero. Decreti, che decretano la messa al bando della dignità di intere nazioni. Come il Mali. La cui incomprensibile guerra vedrà anche la partecipazione attiva del nostro esercito. E fanculo ancora una volta alla nostra Costituzione e ai principi per i quali sono stati versati fiumi di sangue e lacrime. Fanculo ancora una volta alla sovranità di un popolo che ripudia la guerra in quanto tale. Fanculo ancora una volta alla volontà collettiva che vede nello sperpero militare una sottrazione di preziose risorse al lavoro, alla sanità, alla scuola, alla salvaguardia dell’ambiente, allo sviluppo di un paese che in mano a questa gente, lentamente, ma inesorabilmente, scivola nel baratro e nella barbarie di questo mondo dominato dal denaro e dagli interessi di una banda di criminali che hanno completamente dimenticato la propria umanità. Svestita come un abito vecchio. Consunta come una camicia sgualcita. Umiliata come una donna colpita da un pugno.
C’è solo una parola che posso aggiungere, oltre a queste cariche di disgusto e di profonda ripugnanza: VERGOGNA!
Vergognatevi.
Le vostre scelte riecheggeranno negli anni sulla carne viva dei popoli.
Di questo, prima o poi, dovrete rendere conto. Statene certi.

venerdì 18 gennaio 2013

Ho un sogno, ma si badi solo un sogno. Bruciarli vivi.


DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info


Al processo contro la gerarchia nazista tenutosi a Norimberga dal 1945 al ’46, il Procuratore Generale Benjamin Ferencz sancì che “la guerra d’aggressione contro una nazione sovrana sarà da ora considerato il crimine supremo”.

Giratevi a Est per favore. A due passi da noi c’è l’olocausto di un popolo distrutto da una guerra d’aggressione. E anche questa volta l’aggressore principale è tedesco. Le notizia che arrivano dalla Grecia sono di quelle che uno non ci può credere. Li hanno ricacciati al medioevo. I greci stanno disboscando i parchi, i campi e le colline per scaldarsi.


Buttano nel fuoco i libri di casa, i mobili, qualsiasi cosa bruci, con vernici e tutto. Ad Atene le malattie polmonari sono aumentate del 300% a causa dei fumi della legna arsa negli appartamenti. Ma vi rendete conto? Bruciano legna in casa, nel condominio, per non morire di freddo.

La Grecia dagli anni ’70 alla fine degli anni ’90 cresceva, aveva un reddito pro capite solo di poco inferiore al resto d’Europa, infatti importava una montagna di prodotti soprattutto dalla Germania. Usava i deficit di bilancio, come l’Italia, come il Giappone, come la Francia. Poi è arrivata l’Eurozona e a ruota la catastrofe finanziaria globale. Ma peggio: arrivano i terroristi del debito pubblico, quelli che NON ti dicono che il problema NON è il debito troppo alto, ma un debito alto DENOMINATO IN UNA MONETA NON TUA, che devi prendere in prestito dalle banche internazionali, cioè l’euro. Quella è la catastrofe, ma non te lo dicono. E arrivano le ricette dei criminali tecnocrati europei per la Grecia. Arriva anche lì il golpe finanziario che installa il Monti greco (Papademos) eccetra, eccetra. La tecnocrazia e gli speculatori internazionali hanno aggredito la Grecia per letteralmente spolparla viva. E’ una guerra d’aggressione, con i morti, sì, coi morti. Centinaia di morti per mancanza di farmaci negli ospedali, i suicidi, e poi quei tre bambini arsi vivi a Dicembre proprio perché si bruciava legna in casa per il freddo. Poi tutto il resto dell’orripilante corredo che viene con l’estrema povertà.
I criminali non hanno limiti nella perfidia. Di fronte a questo olocausto, la Troika di Commissione UE, BCE e Fondo Monetario ha preteso ieri dal governo greco un ulteriore aumento delle tasse e soprattutto dell’elettricità. La spirale verso l’inferno della Grecia non ha sosta, i numeri non mentono: gli stessi criminali, mentre contemplano ottusi lo sfacelo delle loro ricette, ammettono che la Grecia il prossimo anno crescerà in negativo di nuovo: -4,5%. Ma…
… lui, uno dei tanti che dovrebbero essere trascinati a Norimberga domani mattina, cioè Mr Daniel Loeb, gestore del Hedge Fund americano Third Point, ha fatto una barca di centinaia di milioni di euro sfruttando la disperazione delle finanza greche, e la conseguente devastazione delle famiglie greche. Quando la Grecia ristrutturò il suo debito fra marzo e agosto, Mr Loeb si comprò un bel pacchetto di titoli greci per 17 centesimi di euro per ogni euro di valore teorico. Poi ha aspettato che le successive Austerità ‘naziste’ ridessero fiducia ai mercati alzando il valore dei titoli greci, ma STRAZIANDO LA GENTE sempre più, e Loeb a quel punto li ha rivenduti incassando una incredibile fortuna. Capite come funziona? Un bel gioco fatto su un pc a Manhattan che ti rende soldi se l’olocausto economico di un popolo va come vuoi tu, e incassi miliardi. E li incassano anche quelli che oggi comprano beni pubblici greci a prezzi da discout market, quelli che trovano manodopera greca a 400 euro al mese, quelli che… gli speculatori.
Mi chiamo Paolo Barnard, nel rispetto delle leggi e nel mio inequivocabile ripudio della violenza, io faccio un sogno, che, sottolineo, è solo un sogno: che il prossimo team della Troika che visita Atene venga preso a furore di popolo e arso vivo in uno di quegli appartamenti dove si ardono i mobili di casa per non morire di freddo. Perché lo so che le parole di Benjamin Frenecz oggi valgono come una cicca di sigaretta su un marciapiede. Norimberga non ci serve a nulla in questo olocausto.



Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=546

martedì 15 gennaio 2013

Animaevento.




Giocoforza il mio destino... ma in fondo cos'è il destino, se non una lunga sequenza di fatti che ti portano dove sei ora? Adesso. Non domani. Non ieri. Ora.
E alle 14.18... io so di amarti.
Non c'è destino che possa spiegare l'attimo attuale. Non c'è storia che possa giustificare il senso di smarrimento di fronte a due occhi che ti guardano penetrandoti la carne, arrivando a sondarti dentro, in profondità, nei recessi di te stesso, laddove non entravi nemmeno tu, per paura di sporcare, di mettere disordine, per paura di macchiare di realtà il tuo mondo nascosto.
Non c'è parola che possa descrivere il senso di abbandono totale, di resa, che si prova nel trovarsi, ora, davanti ad un angelo che ti guarda, ti tocca, vive con te. Puoi far finta di niente e cominciare a ridere sguaiatamente, chi se ne frega? Tanto quegli occhi sapranno sempre quando mentirai, ti vedranno piangere mentre stai ridendo, ti vedranno cadere mentre vuoi convincerti di volare.
Il mondo è un cesto di contraddizioni. La più grande delle quali siamo noi stessi che tentiamo di giustificarle, senza renderci conto, attraverso altre contraddizioni.
Allora cos'è questo senso di smarrimento? Cos'è questa felicità delirante che mi sento addosso? Cos'è questa polvere?
Alle 14.24... io ti amo.
E non mi interessa il perchè. Che senso ha chiedersi un perchè? Non c'è un perchè. La legge causa-effetto è  sopravvalutata. Noi, dentro, non funzioniamo così. Una causa, dentro noi stessi, può essere effetto e causa di sè stessa, può essere ragione e scopo, può essere fine e mezzo, chiaro e scuro, giorno e notte.
L'amore non è una causa. Non è un effetto.
E' ciò che è.
E non ha spiegazione.
Per quale motivo dovremmo darci una spiegazione dell'infinito se non siamo nemmeno in grado di pensarlo?
Che senso ha, cercare il senso di quello che non possiamo pensare?
Il destino. La vita. Il mondo.
Il vento. Le maree. Il desiderio.
Siamo punti interrogativi vaganti.
Ma sappiamo abbandonarci, senza un perchè, all'amore, con semplicità assoluta. Con naturalezza.
E amiamo, come lo stesso respirare... senza chiederci un perchè.
Perchè, dovrei chiedermi cosa è successo stanotte? Che senso avrebbe capire lo svanire del mondo, il fermarsi del tempo, il cristallizzarsi di un attimo? Che motivo avrei per voler sapere cosa mi succede quando cammino e ti trovo accanto a me, guardarmi?
Siamo anima e vento.
L'abbiamo detto mille volte.
In mille anni.
Da quando ci conosciamo.
Da sempre.
Da un giorno così lontano addietro nel tempo, da non ricordarlo.
Mi guardi.
E mi vedi.
Completamente nudo. Senza infingimenti. Senza veli.
Come nessuno mi ha mai visto.
Come non credevo potessero degli occhi guardarmi.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!”
Jack Kerouac – On the road

E allora è follia.
Tu mi prendi l'anima, lo sai, e me la sconvolgi. E mentre sto facendo “ohhhhh!”, il fuoco che ho dentro riscalda anche te.
Non ho legna da ardere. Pezzi vecchi da consumare. Paglia. Matite. Sedie. Scrivanie. Vestiti. Da bruciare.
Questo fuoco arde da sé. Scoppiettante. Venando di strani colori i miei occhi.
Cammino, vago, penso, sento, senza capire. Ma non mi importa.
Le tue labbra.
Dio, le tue labbra.
Abbiamo fatto l'amore, quante volte?
L'oblio dei ricordi e del male, avviene così. Ogni volta che baciandoci, facciamo l'amore. Ogni volta che, guardandoci, ci diamo del tu.
Crederai, che stia scrivendo, un altro “Le cose non dette”. Ma non è così.
Queste sono le cose che ho detto. Quelle che vorrei non smettessero di aleggiare come polvere intorno a me. Quelle a cui non smetterei di pensare con tenerezza neanche tra mille anni.
Ed è un muto dialogare con te che mi trascina in questi attimi. Secondo per secondo. E' un reciproco baciarsi, sentirsi, che mi accompagna. E' la tua mano quella che sento. E' il tuo respiro, ciò che mi culla, in questo vagare errante.
Quante, quante cose, dovrei fare. Adesso! Quanti, quanti, quanti, dannati pensieri dovrebbero attraversarmi la mente adesso! Quanti!
E invece, non esiste altro.
Il mondo non esiste.
Il mondo ci invidia.
Dovrei staccarmi da qui. Prendere una strada. Andare da qualche parte. Ma sto andando ovunque, in un tutto che sgocciola, che cola, lento, come il respiro calmo di un dormiente. Dovrei andare. Ma come fare a partire quando si è già in viaggio? Come fare a fermarsi e ritornare?
La partenza è un atto di inizio...e forse d'iniziazione. La sensazione di venir battezzato, il senso dell'ignoto, la stretta allo stomaco, il pulsare delle tempie. La partenza è un principio. E' l'avvio del succedersi di una serie di eventi.
Ed io, io, dovrei partire. Ma sono già in viaggio. Niente battesimo per me, niente rito d'iniziazione. Sono già in viaggio.
Con te.
Ore 14.48.... io ti amo.
Quel viso... è un ritratto. Quelle mani, una scultura. Quegli occhi... un'emozione.
Perchè dove, come, quando, non hanno più senso?
Eccomi ancora qua, a pormi perchè.... brutto vizio... causa-effetto, non esistono dentro me... non esistono dentro te...
Può anche esserci una ragione del vento... non certo delle sue parole.
Cosa, cosa, cosa faccio?
Perchè scrivo?
Mi hai detto: “scrivi, scrivi, scrivi, scrivi...”
Amore, è una vita che scrivo.
Non avevo mai trovato un senso nel farlo. Lo facevo e basta. Come scaricarsi la coscienza con un amico fidato, come liberarsi da un dolore, da un fastidio, per non stare male.
Ora so che non scrivo per questo.
Scrivo per il semplice fatto di esistere.
E sei stata tu, con una carezza, a farmelo scoprire.
Potrei sembrare presuntuoso, borioso, tronfio di me stesso. Ma non è così. Sento che è giusto scrivere, per imboccare parole a chi mi legge e riceverne in cambio amore, scrivo per dire le cose non dette di chi resta muto, scrivo per guardarmi e lasciarmi guardare, insegnando agli altri a fare altrettanto. Scrivo perchè esisto e voglio far esistere anche tutti gli altri... dentro di me. Fino a scoppiarne. Fino a morirne.
Non importa se le mie siano angosce. Paure. Vigliaccherie. Turpitudini. Pensieri molesti. Malsani.
Non importa questo.
Non vivo per scrivere, né scrivo per vivere.
Scrivo per poterti guardare senza vergogna.
Dall'altra parte dello specchio.
La mia immagine vacillava... infranta, nelle crepe di uno specchio sporco, che non pulivo per viltà da molto tempo... avevo smesso di guardami, per il semplice fatto che non volevo vedere le mie rughe, il mio morire, la mia paura, i miei occhi grigi. Grigi come il vetro dello specchio.
La mia immagine svaniva. Negli anfratti di un passato mediocre. Nelle pieghe dell'onda di un suono che si andava affievolendo. Effetto doppler, alla sua fase finale.
Non sentivo più la mia voce. Come spersa in corridoi capaci solo di rincorrersi, di porte chiuse, di luoghi spogli, freddi, sporchi, micragnosi, voraci.
Non sentivo parlarmi, ma solo giudicarmi in silenzio.
“Non misurarti mai. Quando lo fai, ti offendi. Quando ti giustifichi, ti violenti”.  Come sei pazza quando mi dici così. Come sei folle nel vedermi così.
Eppur adesso, guardando quello specchio, dall'altra parte, vedo te.
Ed è dolce scoprirmi così. Fuso in due dimensioni, in una delle quali siamo un essere unico.
Il tempo è ora.
Adesso.
E adesso, ti amo.
Il piacere di camminare con il viso rivolto al sole, senza paura di bruciarsi, me l'hai insegnato tu. Guardandomi dall'altra parte di quello specchio, ora lucente, cristallino, chiaro, trasparente, come acqua.
E tu sei l'acqua.
L'acqua che mi disseta, che mi lava, che mi carezza la pelle.
Non so, non so, non posso sapere, non cerco di capire. Non so, non credo, non voglio pensare.
Non muoio più un giorno alla volta. Non mi rimpicciolisco più,  un centimetro alla volta. Non mi rannicchio più, dove nessuno può vedermi.
Voglio farmi vedere. Splendente, della luce dei tuoi occhi.
Il pianto a volte lava il dolore. Sa farlo. E' un ottimo straccio per macchie ostinate.
Ma esiste qualcosa di più forte. Immensamente più potente.
Il riso.
Ed ora rido.
Rido con te. Di te, buffa, birichina e folle. Di me, pazzo, insensato, sciagurato e luminoso. Rido del mondo... che svanisce nel riso. Rido del male, inutile e inoffensivo, nel nostro riso bambino.
Quando si è bambini, si ride non per scacciare via qualcosa, ma perchè si ha voglia di farlo. Tutto il resto viene allontanato, come impaurito, da tanta impertinenza, anche la morte, ha paura dei bambini, a volte, che con il loro riso sincero, la fanno sentire una vecchia decrepita indaffarata in un piccolo, misero, buio, angolino dell'universo, la fanno sentire solo un passaggio, non una fine, la fanno sentire una partenza, non un arrivo.
E siamo tornati bambini. E tu, tu mi hai promesso di restarlo per sempre.
La mia bellissima bambina.
Quella che ride, con me, di me, di sé... e con questo fa invidia al mondo intero.
Ore 15,29. E' passata esattamente un'ora da quando ho cominciato a scrivere. E ti amo.
Guardo i tuoi occhi da gatto... e mi perdo nella loro espressione. Non è uno sguardo vacuo, vuoto, senza destinazione. Attraversa l'aria, la materia, le cose, ma non per perdersi, ma solo per posarsi laddove nessun'altro sguardo può farlo. Hai la capacità di guardare l'infinito, nutrirti di esso e non esser mai sazia. I tuoi occhi, non sono lo specchio dell'anima, sono lo specchio dell'universo. Sono le dita di un artista su una tela intonsa. Sono le mani di un pianista su tasti d'avorio. Sono lo scrigno palese di un segreto iscritto nella notte dei tempi.
Nessuna causa. Nessun effetto.
Nessun capogiro.
Solo naturalezza.
Quella di una gatta che allatta i suoi cuccioli.
Lisciami, lisciami questo viso stanco. Lisciami l'anima. Non smettere.
La comprensione non è una parola. E' un dono. E' l'elargizione preziosa di una voce senza suono.
Comprendersi, vuol dire amare, vivere, eliminare distanze inutili, annichilire i ricatti di un mondo che chiede solo sangue e vittime all'altare della sua alterigia.
Il denaro non è mai stato un elemento di felicità. Quale effimera felicità, il denaro! Quale tristezza! Quale abiura di sé stessi! Quale putridume! Quale pochezza! Quale mediocrità!
Quanto è mediocre il mondo che corre dietro al denaro! Che crede di sentirsi realizzato in un successo effimero fatto di vestiti eleganti e morti bianche. Che crede di trovare il senso di sé, nel dividere gli uomini in celle distinte.
Sesso, religione, razza, colore degli occhi, forma del naso, mansioni, lavori, attitudini, passioni, paure, debolezze, nazioni, confini, barriere, fucili, anatemi, teorie, minacce............................................................................................
Quanta mediocrità nel pensarlo!
Questa è follia.
L'amore è follia?
Non credo. L'amore è solo la forma più alta, sublime, incolore e inodore, imprevista, inspiegabile, miracolosa, di comprensione.
L'amore è LA forma. Quella che tutte contiene. Quella che tutte spiega. Quella che a tutte dà un senso.
Stanotte sei entrata in me ed io in te.
E ci siamo amati, ci siamo compresi, siamo diventati l'uno la forma dell'altra. In un abbraccio miracoloso e sincero, come il pianto di una mamma che vede il suo bambino andare a scuola.
Animaevento.
Ore 15,48.
Potrei trascinare queste parole per sempre.
Perchè, ti amo.
E non mi interessa domani.
In realtà il domani, per me non è mai stato un problema. Ho vissuto sempre un attimo alla volta. Affrontandolo quando mi si presentava dinnanzi. Non ho mai fatto, né mai farò progetti a lunga scadenza. Già la parola: lunga scadenza. Sembra un prodotto alimentare destinato a marcire.
Sono sempre stato orripilato da quelle persone che progettano la propria vita fin nei minimi dettagli, o almeno ci provano. Perchè sono quelle che resteranno più deluse di tutte, se il loro progetto, simile ad una nave carica di buone intenzioni, naufragherà o affonderà, nelle acque di questo porco mondo in cui i progetti degli altri, sono quasi sempre per natura, rivali dei tuoi.
La concorrenza.
Per cosa si concorre in realtà?
Il problema è che si concorre NON per, ma CONTRO. A detrimento. A danno. A svantaggio. A discapito. Degli altri.
E conta qualcosa se per nutrire i tuoi figli, uccidi quelli di un altro? E conta qualcosa se per amare le persone a te  care, devi odiare quelle che non conosci? E conta qualcosa se per poter vivere i tuoi sogni, sei costretto a svegliare qualcuno dai suoi? E conta qualcosa pensare di essere giusto, quando la giustizia, così, non è che una vana parola orlata di buone intenzioni?

La strada dell'inferno è lastricata sempre da buone intenzioni!” (K.Marx)
Potea, non volle, or che vorrìa, non puote. (Luigi Fiacchi).

Capisci amore mio?
E lo scrivo per comprenderlo, con te. Perchè è qui, dentro me. Che parlo con la tua voce, che mi risuona nei pensieri, come un'arpa, melodia di un tempo sereno, balletto di un mondo ancestrale, didascalia del silenzio.
Ancora una volta comprensione.
Che non è un atto individuale. Non lo è mai! Quanto piccoli siamo da individui. Quanto miseri!
Cumprehendere.
Cum, insieme.
Prehendere, prendere, afferrare, capire, respirare, accettare, amare.
Cumprehendere.
Individui. Puntini. Atomi in movimento. Nulla.
Da soli, siamo un nulla che blatera.
Da soli, siamo una cicala straziante.
Da soli, siamo il significato di nessuna spiegazione.
Comprendere te. Dentro di me. Ed io in te.
Amore mio.
Porta fuori ciò che sei, non aver mai paura ad essere ciò che sei. Prendi a pugni il mondo se necessario, le tue nocche sono forti. Abbandona l'insicurezza. Metti parte ogni cosa e sii te stessa.
Stanotte, toccarti, sentirti, amarti, desiderarti, berti, mangiarti, gustarti, prenderti, comprenderti, è stata l'esperienza più sconvolgente della mia vita.
Perchè finalmente ho compreso.
Sono un insieme.
Non più un luogo senza ampiezza.

(Francesco Salistrari)






mercoledì 9 gennaio 2013

La Truffa del Petrolio.


DI NAFEEZ MOSADDEQ AHMED 
Ceasefire.co.uk 

Una nuova ondata di report ufficiali delle società di energia prevede un futuro roseo per la crescita economica basata sull’abbondanza del petrolio a buon mercato. Tuttavia, come dimostra Nafeez Mosaddeq Ahmed, le prove scientifiche, ampiamente ignorate dai media dominanti, confermano che, nonostante ci sia petrolio a sufficienza per giungere alla catastrofe climatica, l’era dell’abbondanza di petrolio a basso costo è soltanto una leggenda. 

I titoli di quest’anno del World Energy Outlook (WEO) (Prospettive Energetiche Mondiali, n.d.t.) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), uscito a metà novembre, vi farebbero pensare che stiamo letteralmente sguazzando nel petrolio. 

Tali report preannunciano che entro il 2017 gli USA supereranno l’Arabia Saudita come maggiori produttori mondiali di petrolio, diventando “quasi autosufficienti, parlando al netto” in termini di produzione dell’energia- tema riportato quasi pedestremente dalle agenzie di comunicazione in tutto il mondo dalla BBC News a Bloomberg . Damian Carrington, capo di Environmental al Guardian, si espone anche oltre e titola il suo blog” IEA report reminds us peakoil idea has gone up in flames“ (il report dell’AIE ci ricorda che l’idea del picco del petrolio è andata in fumo, n.d.t.) (3). 

Le conclusioni generali del rapporto dell’AIE sono state confermate da molti altri report quest’anno. Il rapporto della Exxon Mobil preannuncia che la domanda di petrolio crescerà del 65% entro il 2040, con il 20% della produzione mondiale proveniente dal Nord America, prevalentemente da fonti non convenzionali. Conclude dicendo che la rivoluzione dello shale gas (gas di scisto) farà sì che gli USA possano diventare un esportatore netto entro il 2025. Lo US National Intelligence Council (Consiglio Americano dell’Intelligence, n.d.t.) preannuncia l’indipendenza degli USA entro il 2030. 

L’estate scorsa si è susseguito un coro di titoli simili a quelli citati in seguito al rilascio del report ufficiale dell’Università di Harvard, scritto da Leonardo Maugeri, ex dirigente dell'Eni, la più importante società petrolifera italiana.
We were wrong on peakoil (Ci sbagliavamo in merito al picco del petrolio”, n.d.t.), titola la testata del Guardian dell’ambientalista George Monbiot. “Ce n’è a sufficienza per friggere tutti noi”. Monbiot fa eco ad una serie di titoli analoghi. Nei mesi precedenti la BBC si chiedeva Shortages: Is ‘PeakOil’ Idea Dead? (“Carenza di scorte: l’idea del ‘Peak Oil’ è superata?”, n.d.t.) . Il Wall Street Journal riflette: Has Peak Oil Peaked? (“Il picco del petrolio ha raggiunto il culmine?”, n.d.t.) mentre il più importante opinionista ambientalista del New York Times Andrew Revkin “took A Fresh Look At Oil’s Long Goodbye” (osserva sotto “una nuova luce il lungo addio al petrolio”, n.d.t.). 

Quanto sopra esposto si basa sull’idea che il picco del petrolio non sia altro che un’irrilevante credenza diffusa, che non trova riscontro nei dati, e che viene fortemente smentita dall’attuale abbondanza di gas e petrolio alternativi a buon mercato. 

Bruciando i ponti 

Da un lato, è vero: ci sono combustibili fossili a sufficienza nel sottosuolo per sostenere una corsa sfrenata verso i più tragici scenari di una catastrofe climatica.

Il crescente passaggio dai comuni gas e petrolio alle loro forme chiamate “unconventional” (quindi non convenzionali, n.d.t.) – sabbie bituminose, olio di scisto, shale gas(gas di scisto, gas naturale non convenzionale, n.d.t.), preannuncia un inquietante aumento delle emissioni di carbonio, anziché la diminuzione che avevano promesso i promotori dello shale oil come ponte verso l’utilizzo di energie rinnovabili. 
Secondo il CO2 Scorecard Group, al contrario di quanto sostengono i rappresentanti delle grandi industrie, allo shale gas non può essere riconosciuto il merito della riduzione di emissioni negli ultimi 5 anni. Circa il 90% della riduzione è “attribuibile al calo nell’uso di petrolio, al dislocamento del carbone” con finalità “non-price diverse da gas naturali non convenzionali, e l’impiego di energie rinnovabili derivanti dallo sfruttamento del vento e delle risorse idriche o altro, al posto del carbone”. E come se non bastasse, se il gas naturale ha risparmiato 50 milioni di tonnellate di carbone sostituendolo nella produzione di energia in quanto meno caro, ne ha generati lateralmente 66 milioni nel settore commerciale, edilizio ed industriale.

Ci sono infatti studi che dimostrano come le fuoriuscite di metano si fondano con le emissioni di CO2 derivanti dallo shale gas, e come i gas naturali superino il carbone in termini di impatto sull’ambiente. Per quanto riguarda invece le sabbie bituminose e lo shale oil, le emissioni sono da 1,2 a 1,75 volte maggiori del petrolio cosiddetto “convenzionale”. Non sorprende quindi che Fatih Birol (14), capo economista dell’ AIE abbia sottolineato pessimisticamente che “il mondo sta andando nella direzione sbagliata in termini di cambiamento climatico”.

Ma se le nuove prove quasi screditano gli scenari catastrofici di cui parlano i pessimisti(15) devoti all’idea del picco del petrolio, il discorso sull’energia globale è molto più complicato di tutto ciò.

Verso il picco 

Esaminando più a fondo i dati disponibili è chiaro che, nonostante la possibilità di innescare un pericoloso riscaldamento globale, siamo già nel pieno vortice della transizione energetica in cui l’età del petrolio a basso costo è già in realtà superata. Per un gruppo di studiosi più affidabili, il picco del petrolio, che non indica il momento in cui il mondo rimarrà senza petrolio, si riferisce invece semplicemente al punto in cui, a causa di una combinazione di fattori geologici sotterranei, e di altri fattori economici in superficie, il petrolio diverrà irreversibilmente sempre più caro e difficile da produrre.

Quel momento è già arrivato. I dati dello US Energy Information Administration (EIA), (sistema USA per l’informazione energetica, n.d.t.), confermano che, sebbene gli Stati Uniti producano un totale di 10 milioni di barili al giorno (un incremento di 2.1 milioni di barili al giorno da gennaio 2005), la produzione mondiale di greggio e condensato (gas naturali liquefatti, n.d.t.) – prodotti convenzionali- continua ad essere allo stesso punto, con una produzione stabile o oscillante, in cui è stata da quando smise di crescere di circa 74 milioni di barili al giorno ogni anno.

Secondo John Hofmeister, ex presidente della Shell Oil, “il mancato aumento della produzione” soprattutto negli ultimi 10 anni coincide con i tassi di diminuzione annui dei giacimenti esistenti pari a “4-5 milioni di barili al giorno”. E continua dicendo che quanto sopra, unito all’ “aumento costante della domanda”, in particolare da parte della Cina e dei mercati dei paesi emergenti, porterà ad una crescita dei prezzi per il prossimo futuro. 

Il World Energy Outlook dell’AIE conferma quanto sopra descritto- ma l’aspetto demoniaco sta in alcuni dettagli molto spesso trascurati. In primis, la ragione principale per cui gli Stati Uniti supereranno l’Arabia Saudita e la Russia è che le estrazioni di queste ultime andranno diminuendo e non aumentando come previsto in precedenza. E così, mentre le estrazioni USA saliranno furtivamente da 10 a 11 milioni di barili al giorno, quelle dell’Arabia Saudita del post-peak scenderanno a 10,6 e la Russia a 9,5 milioni di barili al giorno. 

In secondo luogo, il rapporto sulla previsione dell’aumento della “produzione del petrolio” da 84 milioni di barili al giorno nel 2011 a 97 milioni nel 2035, non si basa sul petrolio comune ma è “totalmente basato sui gas liquidi naturali e risorse non convenzionali” (e metà di esso su gas non convenzionali come lo shale gas)– mentre l’estrazione del petrolio convenzionale grezzo (ad eccezione del tight oil, o olio confinato, n.d.t.) oscilla tra i 65 e 69 milioni di barili al giorno, senza mai raggiungere i picchi storici di 70 milioni di barili nel 2008 e crollando ad un certo punto nel 2012 a 65 milioni. L’AIE non prevede inoltre un ribasso del petrolio come negli anni d’oro che hanno preceduto il 2000, bensì una costante crescita dei prezzi fino a circa 120 dollari americani al barile nel 2035. 

Terzo, il prezzo del petrolio sarebbe molto più alto se i governi non fornissero un forte supporto finanziario per i combustibili fossili. Il WEO ha affermato che i sussidi per i combustibili fossili sono aumentati del 30 % per un totale di 523 miliardi di dollari nel 2011, facendo quindi passare inosservata la minaccia dell’aumento dei prezzi. 

Di conseguenza, la produzione mondiale di petrolio convenzionale ha già un andamento fluttuante e siamo sempre più dipendenti da risorse non convenzionali più costose. L’età del petrolio a basso costo è già giunta a termine. 

Dati falsati 

Ci sono altri motivi per cui preoccuparsi. Quanto sono affidabili i dati dell’AIE? In una serie di indagini per il Guardian e Le Monde, nel 2009 Lionel Badal dimostrò come i dati chiave fossero deliberatamente compromessi dall’AIE sotto la pressione degli Stati Uniti per gonfiare artificialmente le cifre ufficiali riguardanti le scorte. E non solo, Badal ha in seguito scoperto che già nel 1998, una grande quantità di ipotesi formulate con dati alla mano relative all’ “intensa crescita economica e un basso tasso di disoccupazione”, erano state sistematicamente censurate per ragioni politiche, come testimoniano molti informatori.

Essendo il dipartimento di ricerca dell’AIE sotto un così attento esame politico e oggetto di interferenze da parte degli USA da 12 anni, le sue scoperte non si dovrebbero prendere per oro colato.

Lo stesso vale, e ancor di più, per il premiato report di Harvard di Maugeri. Con ogni probabilità, questa è difficilmente stata un’analisi indipendente sui dati relativi al settore petrolifero. Finanziata da due potenze in campo petrolifero quali Eni e la British Petroleum (BP) la ricerca non è stata revisionata da esperti e conteneva una lunga serie di errori elementari. Tali sono questi errori che il Dott. Roger Bentley, esperto dello UK Energy Research Centre (centro per la ricerca sull’energia britannico, n.d.t.), ha detto all’ex giornalista finanziario della BBC David Strahan: “Il report del Sig. Maugeri non presenta propriamente i tassi di diminuzione di cui parlano i più importanti studi, contiene evidenti errori matematici.. sono sorpreso che Harvard lo abbia pubblicato”. 

Cosa dice la comunità scientifica 

Contrariamente al report di Maugeri che ha scatenato una forte attenzione da parte dei media, tre studi, revisionati dagli esperti, pubblicati da riviste scientifiche con una buona credibilità da gennaio a giugno di quest’anno mostrano una prospettiva meno esaltante. Un documento di Sir David King, ex capo ricercatore del governo britannico, pubblicato da Nature mostra che nonostante si parli di crescita delle riserve di petrolio, la produzione di sabbie bituminose, gas naturale e shale gas tramite il fracking(abbreviazione di “hydraulic fracturing” cioè fratturazione idraulica, n.d.t.) e lo svuotamento dei giacimenti esistenti aumenta dal 4,5 al 6,7 per cento ogni anno. Hanno respinto con forza le ipotesi per cui un boom dello shale gas potesse evitare una crisi energetica, sottolineando che la produzione dei relativi pozzi crolli dal 60 al 90% nel primo anno di sfruttamento. 

Questo documento ha ricevuto pochissima, se ne ha ricevuta, attenzione da parte dei media. 

A marzo, il team di Sir King della Smith School of Enterprise & the Environment della Oxford University pubblica un altro lavoro, anch’esso revisionato dagli esperti, suEnergy Policy, che in conclusione sosteneva che il settore petrolifero aveva sovrastimato le riserve per un terzo. Le stime dovrebbero essere abbassate da 1150-1350 miliardi di barili a 850-900 miliardi. Di conseguenza l’autore afferma: “Sebbene ci siano sicuramente grandi riserve di combustibili fossili nel sottosuolo, la quantità di petrolio che potrà essere commercialmente sfruttata ai costi abituali dell’economia globale comincerà presto ad esaurirsi.” Lo studio è stato quasi taciuto dai media – fatta eccezione per un report solitario del Telegraph, diamogliene atto.

A giugno – stesso mese dell’impreciso studio di Maugeri- Energy ha pubblicato un’analisi approfondita di Gaiv Tveberg sui dati del settore petrolifero, il quale ha scoperto che dal 2005 “le scorte di petrolio (convenzionali) mondiali non sono aumentate”, il che è “la causa prima della recessione del 2009”, e che “l’effetto a cui porterà la riduzione delle scorte” è “il possibile peggioramento della crisi finanziaria”. Ma tutta l’attenzione dei media era rivolta allo studio del report dell’uomo del petrolio finanziato dal petrolio stesso- lo studio di Tveberg, rivisto dagli esperti e pubblicato in una valida rivista di divulgazione scientifica, con questo messaggio così pessimistico, fu totalmente ignorato. 

Cosa succederà quando il boom dello shale… farà il botto? 

Questi studi scientifici non sono l’unica prova che qualcosa stia andando storto, si considerino le prospettive dell’AIE per la produzione di shale gas e la prosperità economica che da essa deriverebbe.

Infatti il Business Insider sostiene che il settore dello shale gas, tutt’altro che redditizio, stia affrontando molti ostacoli finanziari. “L’economia del fracking è terrificante”, osserva il giornalista finanziario americano Wolf Richter. “La produzione crolla a picco dal primo giorno e continua così approssimativamente per un anno fino a livellarsi a circa il 10 per cento della produzione iniziale”. Ne risulta che “la trivellazione distrugge capitali ad un livello sconcertante e i trivellatori restano con una montagna di debiti non appena i tassi di declino iniziano a creare scompiglio. Per evitare che tale riduzione rovini la loro situazione economica, le compagnie sono costrette a trivellare sempre di più, con nuovi pozzi che bilancino le perdite di produzione dei vecchi. Ma ahimè, questo sistema si è scontrato con il muro della realtà. 

Solo quattro mesi fa, Rex Tillerson, amministratore delegato della Exxon, si lamentava perché il crollo dei costi conseguente al surplus di gas naturale degli USA, sebbene abbia favorito la riduzione dei costi dell’energia per i consumatori, ha portato anche al crollo dei prezzi e quindi ad un drammatico calo dei profitti. Questa problematica è generata principalmente dal crollo repentino della produzione dei giacimenti di shale gas, che inizialmente è abbondante ma crolla rapidamente. 

Sebbene durante le assemblee degli azionisti e in quelle annuali la Exxon abbia ufficialmente insistito sul fatto che non stava perdendo denaro con il gas, Tillerson disse onestamente in un’assemblea del Consiglio per le Relazioni Internazionali: “Stiamo tutti rimanendo in braghe di tela. Non stiamo facendo profitti. E’ tutto in rosso”. 

Il settore petrolifero ha attivamente e deliberatamente cercato di oscurare le sfide che stava affrontando la produzione di shale gas. Una ricerca molto influente del New York Times lo scorso anno ha riscontrato che, a prescindere dall’atteggiamento pubblico estremamente ottimistico, il settore petrolifero americano è “in privato scettico sulloshale gas”. Secondo il Times, il gas “potrebbe non essere estraibile dai giacimenti in profondità nel sottosuolo in modo economico e semplice come sostengono le aziende, secondo centinaia di e-mail e documenti interni del settore e stando all’analisi dei dati provenienti da migliaia di pozzi.” Tali e-mail rivelano che amministratori delegati, avvocati, geologi statali e analisti di mercato esprimono il loro “scetticismo in merito alle elevate aspettative” e si domandano “se le aziende stiano intenzionalmente, e quindi illegalmente, gonfiando la produttività dei loro pozzi e l’ammontare delle loro riserve.” Sebbene sostenute da studi indipendenti, ad un anno di distanza tali rivelazioni sono state ampiamente ignorate da giornalisti e politici. 

Ma li ignoriamo a nostro rischio. Arthur Berman, geologo del petrolio con 32 anni di esperienza che ha lavorato per l’Amoco (prima della sua fusione con la BP), lo stesso giorno in cui è uscito il rapporto annuale della AIE del 2012 disse a Oil Price che il calo tendenziale che stanno sperimentando i giacimenti di shale... è incredibilmente elevato”. 

Parlando di Eagleford (pozzo non convenzionale di scisti bituminosi, n.d.t.)- “la madre di tutte le commedie sullo shale oil”, sottolinea che “il calo tendenziale annuo supera il 42%.”. Solo per mantenere costante la produzione, dovrebbero trivellare “circa 1000 pozzi a Eagleford, ogni anno… stiamo parlando di 10 o 12 miliardi di dollari solo per sostituire gli approvvigionamenti. Sommando tutto possiamo arrivare alla somma necessaria per il settore bancario. Da dove arrivano questi soldi?” 

Chesapeake Energy si è di recente trovata in questa stessa situazione, che ha forzato per vendere azioni e riuscire ad adempiere al proprio dovere. “Schiacciata da grandi debiti”, scrive il Washington Post, Chesapeake disse che “avrebbe venduto 6,9 miliardi di dollari di pozzi e gasdotti - altro passo verso il tracollo della società che, grazie al suo imprudente amministratore delegato, era diventata l’azienda leader nella rivoluzione dello shale gas del paese.” La vendita si rese obbligatoria a causa “dell’abbassamento dei prezzi del gas naturale e dalla richiesta eccessiva di prestiti”. 

Lo scenario peggiore che si potrebbe presentare è quello in cui molte grosse compagnie petrolifere si trovino a dover affrontare simultaneamente una crisi finanziaria. Se questo succedesse, secondo Berman, “si potrebbero verificare delle grosse insolvenze o acquisizioni e una corsa al ritiro, i soldi evaporerebbero e tutti i capitali sarebbero in uscita. Questo è lo scenario peggiore possibile. E ancora peggio, Berman ha mostrato in conclusione come, l’esagerazione del settore su EURs (Estimated Ultimate Recovery, stima sulla ripresa) dei pozzi di scisti usando modelli industriali viziati che, alla fine, hanno alimentato le previsioni sul futuro dell’AIE. Berman non è solo- Ruud Weijermars e Crispian McCredie consulenti energetici americani, su Petroleum Review, sostengono che ci sono “basi forti per ragionevoli dubbi in merito all’affidabilità e alla durata delle riserve di shale gas” gonfiate sulla base delle disposizioni della nuova Security & Exchange Commission

Le conseguenze finali dell’attuale surplus di gas, in altre parole, sono molto più probabilmente una insostenibile bolla fatta di shale che collasserà sotto il suo stesso peso, che precipiterà in un crollo delle forniture e in un’impennata dei prezzi. Anziché una prosperità di carburante, la rivoluzione dello shale porterà invece ad una ripresa temporanea che nasconde profonde instabilità strutturali. 

Inevitabilmente tali instabilità entreranno in collisione, lasciandoci con un disordine finanziario ancor maggiore, su una strada sempre più rapida verso una costosa distruzione ambientale. 

Quando arriveremo quindi al punto critico? Secondo uno studio della New Economics Foundation uscito il mese scorso, il picco del petrolio – quando cioè il costo delle forniture “supererà il prezzo che le economie sono in grado di pagare senza distruggere le attività economiche stesse”- sarà nel 2014/15. Sembrerebbe che l’oro nero non sia la risposta ai nostri problemi. 

Nafeez Mosaddeq Ahmed è amministratore delegato dell’Institute for Policy Research& Development e capo ricercatore della Unitas Communications Ltd dove si occupa di rischi geopolitici. Il suo ultimo libro A User’s Guide to the Crisis of Civilization: And How to Save It 2010, ( Una guida per la crisi della civiltà: e come evitarla , n.d.t.) che ha ispirato il premiato film documentario, The Crisis of Civilization 2011 (La crisi della civiltà, n.d.t.). 

Fonte: http://ceasefiremagazine.co.uk 
20.12.2012

Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA REYMONDET FOCHIRA

NB

I numerosi link dell'articolo sono presenti nella versione originale

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