lunedì 26 dicembre 2011

Lama da taglio.*





Mi sento strano.

Sono due persone.

Non sono più solo. Parlo con qualcuno che a volte decide per me. Qualcuno che come me fa muovere muscoli, sforna pensieri e considerazioni, agisce, parla, decide. Sento il suo respiro nella mia testa e mi accorgo che è il mio anche quando sto trattenendo il fiato. Non credo di essere mai stato posseduto, ma posso dire che questa volta sia successo. Sono posseduto.

Mi sveglio in luoghi e non so come ci sono arrivato, trovo cose spostate che non ricordo di aver toccato, trovo scritte sui muri che non ho mai tracciato, ascolto parole dal nulla che non sono io a pronunciare. Non so chi sia entrato nel mio corpo, ma non è uno spirito buono.

Sto pensando di scendere a patti con lui. Penso di essere in grado di farlo. Penso anche di essere capace di trovare un’intesa ragionevole. Non mi sembra impossibile pensare di dividere il corpo con lui.

Non voglio esorcismi. Non amo i preti e i loro riti, le loro superstizioni, le loro fantasie deviate. Non è il demonio ad essersi impossessato di me, ma qualcun altro.

Sono convinto che si tratta di un assassino.

Un assassino condannato a morte e che sta cercando la sua vendetta attraverso il mio braccio.

E’ assolutamente incredibile quello che mi succede. Ma sono convinto che non è un caso che sia successo.

Sono la lama da taglio di Jack lo Squartatore.

The Ripper.

Si, devo scendere a patti con lui. Non mi dispiacciono i suoi pensieri. Non mi dispiacciono le sue scritte raccapriccianti, le sue visioni sanguinose. Non mi dispiace la puzza di morte che si porta dietro.

Sarà un gioco da ragazzi parlare e trovare un accordo con lui.


(Francesco Salistrari, 2010)


*Tratto da “The Mind”

mercoledì 21 dicembre 2011

La trincea.


La situazione è grave.

Se ancora ci fosse qualcuno che non se ne fosse accorto, è ora che lo faccia.

E dobbiamo farlo, tutti, fino in fondo.

Senza lasciarci travisare da propagande governative o dichiarazioni parlamentari di finta opposizione.

Lo scollamento esistente ormai tra società da una parte, e istituzioni/politica dall'altra, è ormai un fatto dimostrato scientificamente.

Il paese, la popolazione, i precari, i disoccupati, gli studenti, i lavoratori, i dipendenti, le famiglie, i bambini, gli immigrati, i senza tetto, hanno bisogno di risposte urgenti ai problemi che affrontano ogni giorno. Problemi derivanti da una delle crisi più profonde del capitalismo degli ultimi trent'anni e nel caso italiano dall'assommarsi ad essa di una gestione della cosa pubblica e del potere mafioso/affaristico/personale che trova in Berlusconi solo l'ultima incarnazione in ordine temporale di apparizione. E che ha portato il paese sull'orlo del collasso economico.

Il paese NON è diviso tra berlusconiani e anti-berlusconiani. E' diviso da chi riesce ancora a campare (e ad arricchirsi) e chi a stento tira avanti (o si impoverisce progressivamente). E' diviso tra chi detiene il potere di vita e di morte della gente e chi subisce gli affari di questa gentaglia.

La divisione è di classe. E le trincee sono belle che pronte da decenni e decenni.

Non si può essere contro i manifestanti dei cortei degli ultimi mesi, contro le loro ragioni, e condannare la violenza oscurando il dibattito sulle ragioni della protesta. Non si può essere contro la polizia che carica e picchia i manifestanti, ignorando il fatto che si tratta di operai con la divisa a cui il potere ha impartito degli ordini.

La divisione creata ad hoc da questo potere, dalla politica, dagli interessi, dalle manfrine politico-affaristiche, è tra chi reclama i propri diritti e chi quei diritti dovrebbe difenderli. Perchè è ormai chiaro che questa classe politica, il blocco sociale al potere in Italia (fatto di alta borghesia, industriali, mafiosi e banchieri), NON ha risposte da dare né agli studenti, né ai poliziotti, né ai disoccupati e ai terremotati, né agli insegnanti né ai pensionati, né alle piccole imprese, né ai malati e agli ospedali. E allora crea divisioni inesistenti all'interno del blocco sociale avverso (cittadini, dipendenti, lavoratori, disoccupati, studenti, forze dell'ordine).

E questa divisione si acuisce ad arte utilizzando le forze dell'ordine come grimaldello sulla rabbia di una protesta sacrosanta e inascoltata da anni.

La verità è che la politica, questa classe politica, NON ha risposte ai problemi del paese e dell'economia. E non ha altro metodo che trincerarsi nei palazzi, nelle votazioni parlamentari e usare gli organi di informazione per delegittimare il malcontento montante di questo paese.

Quello che deve essere chiaro a tutti, è che il rinnovamento della classe politica è diventato un elemento imprescindibile della salvezza dell'Italia dalla catastrofe economica e sociale (sfociante dritta dritta in stato di polizia).

Il rischio è la tenuta delle istituzioni democratiche. Il rischio è una nuova stagione di violenza e di repressione.

La classe dominante in questo preciso periodo storico, in Italia, non è in grado di tenere unite le componenti sociali e risolvere i problemi strutturali del paese e della sua economia. E come sempre succede creare divisioni e scontro è l'unica opzione praticabile.

E' il classico destabilizzare per stabilizzare. Il mantra politico/repressivo dei Fields Manuals degli anni '70. Direttamente dalla CIA, applicato alle realtà europee e sudamericane e che ha visto in Moro la vittima più illustre.

La strategia è sempre uguale.

Quella che deve essere diversa OGGI è la risposta della società.

Bisogna rendersi conto da che parte stare.

Non si può essere contro gli studenti e contro la polizia. Non esiste questa divisione. Si deve essere contro chi da gli ordini a quei poliziotti. Contro chi siede su morbide poltrone e difende il privilegio e gli sprechi.

Non si può essere a favore dei precari e a favore della legge 30.

A favore dei magistrati e a favore di senatori condannati per mafia protetti dall'immunità.

Non si può essere a favore dei disoccupati e a favore dei colletti bianchi che si riempiono le tasche di dividendi e stock option (il re Magio Marchionne per esempio).

Non si può essere a favore dei lavoratori e a favore delle ditte infiltrate dalla mafia e/o che vincono appalti truccati.

A favore degli immigrati e a favore delle ditte che li assumono a nero.

Contro gli operai licenziati e in cassa integrazione e contro gli industriali che smantellano le fabbriche in Italia e vanno in Polonia o Sud America.

A favore di chi perde la casa e a favore delle banche.

A favore dei giornalisti che fanno il proprio mestiere e a favore dei giornalisti-puttana.

Contro chi si impegna giornalmente per fare qualcosa per gli altri e contro i politici di professione.

Contro i militari italiani all'estero e contro le guerre volute da interessi economici (risorse energetiche, oppio).

A favore degli insegnanti docenti e precari dell'istruzione e a favore di chi ha ridotto la nostra istruzione a un colabrodo.

Bisogna rendersi conto che esiste una sola divisione accettabile.

I giusti, dai disonesti.

Scegliamo da che parte stare.

Ma almeno, diciamocelo in faccia chi siamo.


(Francesco Salistrari, 2011)

martedì 8 novembre 2011

Perché men paia il mal futuro.





La crisi del sistema economico nel quale viviamo, è ormai non solo evidente, ma cruciale.

Questa crisi, mostra, nella maniera più inequivocabile, tutti i limiti e le distorsioni mostruose che questo sistema è capace di generare. In questa crisi, che non nasce, come tutti sostengono, nel 2008, ma ha radici ben più profonde, il capitalismo moderno (“postindustriale”) palesa incontrovertibilmente il suo carattere distruttivo (ambiente, diritti, relazioni).

In questa crisi, a differenza di come molti potrebbero credere, non si concretizza il rischio di un crollo del sistema economico vigente, bensì quello di una sua mutazione, di un cambiamento radicale (epocale) che porterebbe questo sistema a diventare ancora più oppressivo e meno inclusivo.

Questo cambiamento radicale (strutturale), potrebbe anche produrre un cambiamento sostanziale a livello politico, attraverso l'abbandono delle forme fin'ora conosciute di organizzazione democratica delle società. Da questo punto di vista, probabilmente, la direzione è quella della caduta definitiva delle sovranità nazionali, dei modelli statali fin'ora conosciuti, con un accentramento ancora più marcato di “sovranità” in organismi sovranazionali a carattere tecnocratico.

La caduta definitiva del concetto di economia keynesiana e della democrazia parlamentare fin'ora conosciuta, aprirà lo scenario ad un nuovo sistema in cui la stratificazione sociale subirà un irrigidimento definitivo.

La compressione dei diritti democratici sarà una costante degli anni prossimi a venire in tutte quelle che oggi, ancora, conosciamo come “democrazie occidentali”. L'apparato sociale verrà via via irregimentato e controllato in maniera più stringente, attraverso tutta una serie di strumenti a tutt'oggi già esistenti (internet, schedature, intercettazioni telefoniche e satellitari, utilizzo degli apparati di sicurezza, polizia ecc.).

La fine dell'era del nazionalismo, porterà alla creazione di una serie di strutture sovranazionali (che si occuperanno di: economia, legislazione ecc.) parallelamente a quella di una serie di governi a carattere regionale (che si occuperanno di: polizia, amministrazione, servizi) e che si installeranno su quelle già esistenti come l'FMI, l' Onu, il WTO, la Commissione Europea ecc. e ne potenzieranno gli strumenti e gli ambiti di intervento (le prime), e che si baseranno sulle divisioni ancora oggi rappresentate dai confini nazionali e linguistici (le seconde).

Il tutto sarà indirizzato al controllo e alla concentrazione in poche entità del potere di emissione monetaria, di emissione del credito, delle relazioni finanziarie, del mercato delle risorse, del mercato dei prodotti, degli apparati produttivi, del potere legislativo, di quello giudiziario (per le controversie di carattere internazionale).

Il cambiamento sarà radicale e ridisegnerà e rimodellerà in maniera definitiva la fisionomia del mondo così come l'abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Sarà anche di una tale portata che troverà di fronte ad esso delle formidabili (e in alcuni casi inaspettate) resistenze da parte di tutta una serie di gruppi sociali che renderanno il passaggio tutt'altro che indolore, determinando in alcuni casi anche sviluppi imprevedibili. In altre parole, il rischio di una conflagrazione mondiale in una guerra, sembrano essere abbastanza probabili, gli esiti imponderabili della quale potrebbero completamente stravolgere la realizzazione di queste previsioni. Più probabilmente però i conflitti si paleseranno su scala regionale, marginalizzando le aree coinvolte dai vari centri decisionali e di potere (e soprattutto di consumo), il tutto a vantaggio di quelle aree che da questi conflitti resteranno immuni, traendone forti benefici.

Sono sicuro che, se per una volta (e così sembra essere), i grandi potentati della terra riuscissero in qualche modo a mettersi d'accordo, le previsioni sin qui esposte non solo diventerebbero probabili, ma si approssimerebbero vieppiù alla certezza.

Con conseguenze devastanti per il benessere e libertà collettive.



(Francesco Salistrari, 2011)

lunedì 4 luglio 2011

Val di Susa: puzza di regime.


“Violenza eversiva”, “Intervenire con fermezza”, “Condanna unanime della violenza”.

Queste alcune delle frasi più ricorrenti lette ed ascoltate dopo gli scontri violenti di ieri e dei giorni scorsi in Val di Susa. Questa la solita reazione del mondo politico all'ennesima protesta a cui assistiamo in questi anni nel nostro paese.

La questione Tav è sul piatto da anni e gli abitanti del luogo strenuamente stanno lottando contro un obbrobrio di opera pubblica che causerà danni ambientali e alla salute, vedrà sprecare ben 22 miliardi di euro dei contribuenti (a fronte di una manovra finanziaria che si sta per varare di 43 miliardi) e soprattutto è perfettamente inutile.

E' facile intuire la puzza dell'imbroglio bipartisan nascosto dietro la vetrina del “corridoio ad alta velocità indispensabile per il rilancio dell'economia italiana” (come da depliant governativo e non). Una puzza che sa di appalti truccati, mazzette e interessi poco limpidi.

Sono anni che queste cose vengono denunciate dai Val Susini e sono anni che la politica e i vari governi fanno finta di non sentire, salvo poi militarizzare l'area, usare gas lacrimogeni dannosi alla salute e poi stupirsi della “violenza inaccettabile” della protesta.

Protesta che va detto fino al corteo pacifico organizzato dai sindaci e dai comitati locali, era stata del tutto tranquilla e aveva visto la partecipazione di migliaia e migliaia di persone. Poi i soliti tre o quattrocento violenti hanno dato il via alla scintilla che ha fatto divampare il fuoco. Un fuoco latente voluto e alimentato con l'occupazione militare del cantiere avvenuta nei giorni scorsi attraverso un uso criminoso delle forze dell'ordine. Di quella violenza nessuno si è crucciato. Nemmeno il Presidente della Repubblica che oggi, al contrario, chiede fermezza contro l'eversione.

La questione è molto semplice.

Gli interessi in gioco sono troppi e troppo vasti (vista anche la situazione economica da “vacche magre” del momento) e quindi chissenefrega della volontà di un intero territorio che verrà letteralmente sventrato e stuprato da quest'opera da mentecatti.

La verità è che della volontà popolare non ne tiene conto nessuno. Non ci stupisce affatto che siano proprio questi politici ad agire così.

La situazione è grave.

Se non ve ne foste accorti, la Val di Susa non è in Australia. E quello che stanno facendo oggi a questa gente, potrebbero farlo dovunque in Italia.

Sveglia!!!!

Non è possibile accettare il sopruso e la violenza di un regime che ha dimenticato di accostare alla propria definizione la parola democratico.

(Francesco Salistrari)

lunedì 20 giugno 2011

La misura è piena.


“La crisi è alle spalle”; “il peggio è passato”; “abbiamo tenuto in ordine i conti pubblici”; “la tenuta dei conti pubblici ci ha reso meno esposti agli effetti della crisi”.
Quante volte lo abbiamo sentito dire in questi anni?
E quando qualcosa la ripeti all'infinito, diventa vera. E' questa l'alchimia della nostra modernità.
Eppoi ti senti dire dopo una manovra da 20 miliardi appena varata, che ce n'è in arrivo un'altra da 40 miliardi tondi tondi. E a dirlo, con il beneplacito della Confindustria, è il ministro Tremonti nelle dichiarazioni degli ultimi giorni.
E chi pagherà questa ulteriore stangata?
I ceti medio-bassi italiani. Vale a dire la stragrande maggioranza degli italiani.
Che sia chiaro: dobbiamo essere pronti a scendere in piazza in massa. Questo governo deve cadere, in un modo o nell'altro.
E' arrivato il tempo di mandare a casa questa gente. E di mandare a casa con loro, anche le pretese di Confindustria, degli interessi finanziari, bancari. Di mandare a fanculo le politiche al massacro degli ultimi decenni e cambiare il paese con un governo che incida una volta per tutte sulla forbice di disparità sociale in questo paese. Non è possibile continuare a sostenere le “vacche grasse” del capitalismo italiano con il sangue e il sacrificio di milioni e milioni di italiani.
Basta!
La misura è piena!
Se davvero l'Italia vuole uscire dalla crisi che dia un cambio netto di rotta rispetto alle politiche economiche che si sono portate avanti fino a questo momento. E che sia il popolo italiano a stabilire quale sia la rotta da seguire.
Qualche idea su come fare, ce l'ha anche la stragrande maggioranza del popolo italiano, statene certi.
Basta chiedercelo.

PS: In Italia il 10% della popolazione detiene il 47% della ricchezza nazionale.

(Francesco Salistrari)

sabato 28 maggio 2011

Un altro mondo non è possibile. E' NECESSARIO!


In Italia, in Spagna, nel mondo arabo, nel Mediterraneo, stiamo assistendo ad un fenomeno molto particolare. Assistiamo alla nascita di movimenti spontanei di protesta sganciati completamente dai partiti.

Movimenti a-ideologici, a-partitici, a-politici. E tutti reclamano un futuro.

Il Movimento 5 Stelle, il Movimento 15M spagnolo, i giovani del marghreb, i giovani libici. Movimenti di precari, di senza lavoro, studenteschi.

C'è un filo comune?

Credo proprio di si.

E il filo comune non è tanto negli slogan, nelle proposte, nelle modalità della formazione del dissenso, nelle modalità organizzative. Il filo comune è rappresentato dal fatto che inconsapevolmente tutti questi movimenti mettano in discussione l'intero modello di sviluppo economico e sociale del mondo della globalizzazione e della finanza. Il mondo delle banche. Del credito e del debito degli stati. Delle monete uniche e del signoraggio monetario.

Tutti questi movimenti sono accomunati da una condizione comune. Che è quella della percezione, ancora non perfettamente esplicata, che qualcosa nel modello di sviluppo che ci è stato proposto si è irreparabilmente rotto.

In altre parole a questi movimenti manca la consapevolezza degli obiettivi che dovrebbero porsi.

Perchè parlare di precariato come condizione esistenziale, senza però legare a questo una proposta per un modello del mercato del lavoro completamente diverso, significa solo lamentarsi e basta. Ed un modello del mercato del lavoro diverso, presuppone anche un modello industriale-produttivo diverso. Ed un modello industriale-produttivo diverso, presuppone un modello di distribuzione della ricchezza diverso.

Allora il punto qual'è?

Il punto è che il liberismo come sistema economico ha completamente fallito.

Il capitalismo in crisi ha ampiamente dimostrato di non essere compatibile né con il benessere complessivo dell'umanità, né sostenibile da un punto di vista ecologico.

Il punto è che è necessaria una elaborazione alternativa di società e di modello economico. E questo per la semplice ragione che l'idea del capitalismo a crescita illimitata è sostanzialmente una stronzata. Non si può continuare a credere che un sistema possa crescere ad infinitum e su questo basare le economie e gli apparati produttivi degli stati. E' una bufala pazzesca. E' la rappresentazione di un malato mentale.

La mia idea è che tutti i movimenti sociali che in qualche modo mettono in discussione questo modello di sviluppo, anche da prospettive diverse, debbano assolutamente trovare il proprio trait d'union nella ricerca di una elaborazione comune per una proposta alternativa di società.

Continuare a lamentarsi delle proprie condizioni di vita e di lavoro, dello sfruttamento del lavoro o dei disastri ambientali, delle storture giudiziarie o degli inganni della finanza o delle banche, continuare a gridare contro qualcuno o qualcosa, serve veramente a poco. Che si abbandonino i propri pulpiti e si scenda in piazza insieme per una nuova stagione di consapevolezza e di proposta politica.

Quello che manca è la prospettiva.

La prospettiva di un mondo diverso. Alternativo.

E' questo di cui abbiamo bisogno.

Inconsapevolmente chiediamo tutti la stessa cosa, senza avere la pretesa di farlo sul serio.

(Francesco Salistrari)

mercoledì 25 maggio 2011

Un mondo marcio.





E' un sistema marcio.

Da folli.

Un sistema che sta trascinando popoli, ecosistema e pianeta sull'orlo del collasso.

Un collasso economico e sociale, ecologico, morale, politico.

Un mondo fatto di follia, di prevaricazione, di privilegi, di esclusione, di distruzione, egoismo.

Il bluff della democrazia, le balle sul potere al popolo sovrano, sulla scalata sociale, sul welfare, sul consumismo, sul rispetto dei diritti umani, sono una pietra tombale per questa umanità.

Bisogna prendere coscienza (e subito) che il rischio è quello della barbarie. Quando questo sistema arriverà al collasso (e lo farà in breve tempo), scoppierà la guerra tra poveri, dei forti contro i deboli. Ed il mondo si dividerà ulteriormente, tra “cittadelle” di privilegio, chiuse ed autoreferenziali, e zone di perdizione, di guerra, di morte, di disperazione.

Il mondo occidentale ha già organizzato la sua struttura per diventare questo. La società è già irregimentata. Le classi sociali sono già a compartimenti stagni da tempo.

Quando il mondo che conosciamo sarà finito, per noi poveri mortali sarà troppo tardi per fare qualcosa.

Dobbiamo IMPORRE ora e a tutto il mondo un diverso modello di produzione, consumo e distribuzione. Un nuovo modello energetico. Un nuovo modello dei trasporti. Un nuovo modello industriale e agricolo.

E mandare a cagare per sempre il denaro.

Il sistema del denaro, finanziario e tutto l'ambaradan ad essi legato, sono il cancro che sta rodendo dall'interno le prospettive del nostro vivere. Di tutta l'umanità.

Continuare a far finta di niente e “lottare” per avere un briciolo degli avanzi del pasto dei potenti non solo è da stupidi e ignoranti, ma soprattutto da SUDDITI.

SVEGLIATEVI CAZZO!

(Francesco Salistrari)

domenica 27 febbraio 2011

La rivoluzione della pancia.



Il vento di rivolta del Maghreb. Vento di democrazia. Un popolo giovane che si ribella a dittature sanguinarie ultradecennali, trovando nei nuovi mezzi di comunicazione il collante e la spinta alla unificazione, alla mobilitazione cosciente, alla presa della bastiglia.Un nuovo '89. Quello che succede oggi sull'altra sponda del Mediterraneo rappresenta una nuova pagina di riscatto sociale come quella che fece crollare i regimi comunisti dell'est europeo. Un mondo nuovo che viene alla ribalta e chiede dignità, giustizia, libertà.
Sono queste le parole e le frasi più usate in questi mesi da quando dalla rivolta Algerina (repressa nel sangue e che non ha conseguito nessun risultato politico evidente) il vento di rivolta ha invaso Egitto, Tunisia, Libia, Barhein e fermenta in altri paesi (Siria, Iran, Arabia Saudita). Le spiegazioni frettolose e incapaci di dare risposta da parte del mondo politico occidentale non ci hanno spiegato quali sono le ragioni REALI di questo moto rivoluzionario così prepotente, capace di spazzare via in brevissimo tempo regimi che erano al potere da decenni e decenni e che solo fino al novembre scorso sembravano molto solidi.
Delle due l'una. O il mondo occidentale non riesce davvero a comprendere cosa sta succedendo, dimostrando in questo una quasi totale cecità e incapacità analitica del mondo che ci circonda (e con il quale i rapporti economici, militari e politici sono molto stretti da sempre, per ovvie ragioni), o, ci nascondono qualcosa.
Delle due l'una.
Anche l'89 in Europa dell'est sarebbe potuto apparire come un vento improvviso di ribellione capace di spezzare le catene di 70 di socialismo reale. Ma il mondo occidentale sapeva benissimo e conosceva alla perfezione quali fossero le reali condizioni di stabilità del mondo sovietico. Il mondo occidentale lavorò per tutta la durata della “guerra fredda” alla caduta del socialismo reale, lo fece persino il Vaticano finanziando i movimenti di protesta. E le cause di quel crollo, gli osservatori più attenti, le trovarono non solo e semplicemente nella sete di libertà dei popoli (per quanto prepotente), ma le individuarono in precise ragioni economiche e strutturali del mondo sovietico.
Per il Maghreb oggi, la situazione non può essere troppo diversa. Perchè una rivoluzione politica sono le elites e le avanguardie che la portano avanti, la preparano e la guidano. Una rivolta di popolo, massiccia fin da subito come quella vista in atto in questi giorni in medio oriente e in nord africa, la porta avanti una cosa sola: la pancia.
La prima rivolta documentata in Algeria partì per l'enorme e insostenibile rincaro dei prezzi dei generi alimentari e di prima necessità (dinamica che colpirà anche i paesi industrializzati occidentali a breve). Quello che mi chiedo è il perchè di questi rincari. Quello che su cui mi voglio soffermare è il lato economico e sociale di questa rivolta così massiccia e incisiva. Quali sono le ragioni che stanno alla base di quello a cui assistiamo? Perchè nessuno ci parla delle condizioni reali di vita di queste popolazioni? Perchè nessun analista politico occidentale parla di questo? Nessun politico? Sarebbe impossibile spiegarsi anche l'enorme ondata di migrazioni che tutta Europa (e in particolare l'Italia) teme! Sarebbe impensabile dare motivazione ad un esodo massiccio, che già comincia, se le ragioni REALI, vere, aldilà delle motivazioni politiche, sono da ricercarsi semplicemente come viene affermato nelle prepotente voglia di libertà e democrazia delle popolazioni in questione. Se un paese si sta democratizzando, per quale ragione una pletora di disperati, dovrebbe scegliere di andarsene?
Interroghiamoci su questo amici. Perchè è su questo che si sta giocando il destino del mondo così come lo conosciamo.

(Francesco Salistrari)

venerdì 4 febbraio 2011

Un tempo esisteva il matriarcato.


*Tratto da "The Mind" di Francesco Salistrari.


"Voglio confessare quello che penso delle donne in generale. Questo felino sinuoso mascherato da essere umano.

Un essere complesso, multiforme, poliedrico. Un prisma di emozioni complicate, profonde, antagonisti, paradossali.

Se dovessi definire una donna ne parlerei come il più grande rompicapo dell'esistenza.

A noi uomini non fa paura il sesso, come molti hanno affermato per secoli. Non ci sentiamo minacciati dalla fragranza del richiamo sessuale. Non è quella la vera arma delle donne nei nostri confronti. La vera arma, quella che ci atterrisce, è la loro logica. E' inutile negarlo. Non ha senso mascherarsi con uno sterile maschilismo, controproducente, che non ha ragione di esistere. Le donne, nella media, posseggono una mente affilata. Un coltello da usare sotto forma di lingua e dialettica, capace di ribaltare i termini di una discussione in un attimo, capace di lasciarti senza parole quasi senza accorgertene. Sarebbe bugiardo negarlo. La donna intelligente fa paura, perchè è difficile competere con essa. E non ha rivali in questo. Da parte nostra siamo costretti a ricorrere alla forza, alla prepotenza verbale e alla deterrenza fisica. Un uomo che picchia la sua donna, in ultima analisi, non è altro che un uomo surclassato da quest'ultima sul piano dialettico. E' un uomo che non ha più parole, che non riesce a scalfire la logica delle argomentazioni della donna che si trova di fronte. Del resto è questo ciò che a noi uomini, ci ha permesso per millenni di dominare il mondo. Abbiamo giocato la nostra partita millenaria per il controllo del mondo, prima che tra popoli diversi, sulle proprie donne.

Tutto il medioevo è stato vissuto all'insegna di questa annosa battaglia, a colpi di roghi e scomuniche e la società matriarcale è stata completamente spazzata via quasi completamente da ogni luogo della terra. Abbiamo vinto la guerra quando abbiamo decisamente imbracciato le armi e messo da parte la diplomazia.

Non può esserci diplomazia con la donna. E' uno scontro ormonale, fisico, di cervello contro muscolo, di pensiero contro desiderio.

Il sesso in tutto questo c'entra, ma non come si è soliti pensare. Il sesso c'entra perchè la donna è la culla della razza umana. E' colei che riproduce la specie. E' colei che garantisce all'essere umano di sopravvivere. Il fatto di essere noi uomini solo un tramite per la vita, un elemento si fondamentale, ma passeggero, ci rende perennemente afflitti da un senso di inferiorità nei confronti della donna. Ci fa sentire come un attrezzo, una chiave che mette in moto una macchina meravigliosa che però funziona e si mette in moto nel ventre di una donna e ci lascia distanti, anche se partecipi, isolati anche se complici, inutili dopo l'uso.

Molti uomini si ammantano della loro virilità, nascondendo a se stessi che l'ostentazione del proprio io, altro non è se non il mascheramento di un senso di inferiorità inaccettabile, che ci vedrebbe, in un mondo diverso dominato dalle donne, sottomessi, orpelli sessuali di una casta di sacerdotesse.

Abbiamo vinto la guerra e siamo noi uomini a dominare il mondo. E questo, da uomo, mi rassicura, ma mi svilisce. E mi fa arrabbiare.

Vorrei non pensare queste cose, ma le penso. E inconsciamente, sono sicuro, le pensano tutti gli uomini. Quelli che davanti agli amici trattano male le proprie donne solo per dimostrare agli altri che non le subiscono, mentre in realtà ne sono succubi.

La donna è magnetica. E' una calamita che distorce la realtà. E noi siamo limatura di ferro.

E' questo il nostro problema.

Il fatto di essere di ferro, ci ha fatto forti.

E questa è la nostra fortuna".


(Francesco Salistrari, 2011)

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