martedì 30 marzo 2010

Poveri noi.






E' tanto tempo che non scrivo un post “politico”. E' tanto tempo ed è forse venuto il momento di qualche altra considerazione su questo nostro paesello da terzo mondo, almeno a livello morale e sociale.

Un paesello che si è dimostrato incapace di reagire al degrado istituzionale, infrastrutturale, lavorativo, sociale che lo investe ormai da decenni.

La situazione economica da collasso con il debito pubblico che si ingigantisce ogni minuto che passa (paghiamo 30 miliardi euro di interessi ogni mese) non smuove gli italiani dalle loro poltrone, dalla loro tranquilla vita da pensionati sulla via del tramonto, giovani compresi. Eppure i posti di lavoro si sgretolano, i disoccupati e i precari crescono ogni giorno, la situazione dell'immigrazione e dell'intolleranza arriva a livelli preoccupanti. Eppure l'unica risposta che il popolo italiano sa darsi è votare il centrodestra. Che di questi problemi non se ne occupa e quando lo fa, lo fa male. Ed è sotto gli occhi di tutto il mondo. Solo noi non riusciamo a vederlo. Chissà come mai.

Non voglio riparlare dell'informazione e dello stato comatoso in cui versa, né della libertà di espressione messa a serio rischio dagli ultimi anni di “regime” televisivo. Non voglio parlare della droga in parlamento, delle riforme ad personam, delle leggi ad culum (nel senso per parare il culo a qualcuno!). No, non voglio paralre di tutto questo, perchè sono stufo.

Voglio parlare di noi. E della nostra rabbia repressa.

La rabbia è un cancro che ci cresce dentro. E' la neoplasia dei buoni sentimenti. Ed è causata da agenti malsani, infingardi, subdoli, patogeni. Che si chiamano indifferenza, egoismo, menefreghismo, qualunquismo, avidità.

La rabbia ci corrode ogni giorno mentre guardiamo quelle facce di bronzo ai telegiornali che ci propinano le loro menzogne spudorate. Ci consuma il cuore mentre facciamo la fila per i nostri diritti. Ci uccide un poco alla volta quando apriamo il portafogli.

La rabbia ci scalfisce un centimetro al giorno mentre restiamo in coda all'interno delle nostre automobili.

Ci avvelena il sangue nel sapere che le persone di cui dovremmo fidarci, se ne fregano.

Ci lascia sgomenti nel vedere un bimbo malato per l'aria che respira. Che muore per latte avvelenato, per un medico incapace, perchè manca la corrente in una sala operatoria.

La rabbia ci umilia perchè non riusciamo a reagire e ingoiamo litri di fiele senza nemeno capire cos'è il bruciore allo stomaco. Siamo umiliati da donne che si umiliano, svendendo il proprio corpo per un pacchetto di chewingam, per un telefonino, per uno sgrassatore.

La rabbia ci prende per il culo ogni giorno, facendoci credere di essere vivi, mentre in realtà abbiamo spento i nostri occhi già da tempo. Con nelle orecchie la musica di Porta a Porta e Ballarò. Con negli occhi l'ultima immagine di un uomo sorridente che ci invita ad avere fiducia.

Non ce ne rendiamo conto, ma siamo cadaveri che bevono Coca-Cola e guardano il calcio. Arrabbiati per l'arbitro cornuto e corrotto che non ha dato il rigore, violenti fino ad ammazzarci sugli spalti, senza sapere veramente il perchè.

Siamo malati e non ce ne rendiamo conto. Ci prendono per il culo e ci azzanniamo per le cose più stupide.

La rabbia sarebbe positiva, se fosse consapevole. Ma non lo è. Perchè tutti ci sentiamo insoddisfatti, ma non capiamo che la nostra insoddisfazione è proprio quella di non travare una ragione alla nostra rabbia repressa.

Così diventiamo gli Olindo e i Rosa di turno, l'uomo che si dà fuoco in mezzo a una piazza, lanciatori di statuette del Duomo di Milano, coglioni che urlano contro Santoro, imbecilli che votano ancora.

E qualcuno si riempie le tasche e urla a sua volta: “Com'è bella l'Italia!”. Se le riempie sul sangue di noi poveri diavoli, sul sudore di operai sottopagati, in nero e a continuo rischio licenziamento. Se li riempie evadendo il fisco. Collaborando con la mafia, diventando mafiosi. E noi a casa, bocca aperta e rabbia in corpo. Inconsistenti burattini. Ignoranti credifrottole. Delusi frustrati. Disoccupati, casalinghe, pensionati, giovani precari, tossicodipendenti, alcolizzati, operai in nero, morti di fame, pendolari, badanti e lavavetri, piccoli imprenditori fagocitati dai debiti con le banche, studenti illusi, insegnanti declassati, giornalisti zittiti, avvocati onesti, delinquentelli da strada.

Siamo un popolo intero preso per il culo.

E l'unica cosa che riusciamo a fare è arrabbiarsi con noi stessi.

Poveri noi.

Povera Italia.


(Francesco Salistrari, 2010)


mercoledì 24 marzo 2010

No.











Mi sciolgo in una realtà di ciottoli persi per strada.
Fatta di bolle di glassa in cui galleggiare.
E' difficile respirare in una stanza senza sentire il bisogno di scappare.
E le pareti diventano strette mani possenti, simili ad artigli feroci.
Mi sciolgo e tutto tace, mentre il cielo cade giù.
E con esso i nostri sogni, non più chimere da inseguire.
Unicorni da cavalcare.
Dame da salvare.
Fogli da riempire.
Cede il cielo lento, in un film muto, senza attori nè modelle.
Senza baci nè luci scintillanti.
Mi sciolgo in una realtà che non è nostra.
Ma che ci siamo scelti, nostro malgrado, senza saperlo.
Il cielo viene giù nei giorni di pioggia e la pietra si scalfisce.
Cera molle vecchia.
L'odore del mondo è buio, come quello della morte per strada.
Anonima, ma non meno terribile.
E se la morte ti guarda negli occhi, c'è sempre un motivo.
Che non conoscerai mai.
La gelida carezza del vento che tutto rattrista quando è tempesta.
Siamo foglie alla deriva, strappate così.
Il mondo si scioglie e cade in fondo, dove occhi non vedono, dove muore la pioggia.
Siamo punti di domanda sospesi nel vuoto.
La nostra risposta non la sapremo mai.
Perchè la pioggia quando cade lascia in noi un senso di vuoto che è difficile spiegare.

(Francesco Salistrari, 2010)

lunedì 22 marzo 2010

In un'altra vita.












Vorrei tanto abbracciarti.
Stringerti a me, sentirti mia, ancora una volta.
Vorrei poter essere la musica che ti piace,
la voce che vorresti sempre ascoltare,
il tuo piatto preferito.
Vorrei poter camminare con te,
fin quando queste gambe stanche mi sorreggeranno.
Vorrei essere il tuo sorriso,
la tua storia da raccontare,
il tuo messaggio del mattino.
Vorrei essere il tuo cioccolatino insieme al caffè,
l'ultimo bacio prima della notte.
Vorrei dormire al tuo fianco,
notte dopo notte,
sentire il tuo respiro
e accompagnarlo fino al mattino.
Vorrei essere la tua ragione,
la tua battaglia,
il tuo maglione preferito.
Vorrei giocare con te,
respirare la tua anima ogni istante,
e cullarla tra le braccia.
Baciami ancora una volta,
te ne prego.
I miei vorrei sono solo chimere.
Non potrei mai essere nulla di tutto ciò.
Perchè non mi ameresti più.
Ed io non riuscirei a fare altrettanto.
Il tempo ha lavato ogni cosa come pioggia scrosciante.
I miei vorrei sono solo un ologramma.
Il mio presente è fatto di pietra.
Non sarei mai quello che vorresti.
Non ascolteresti la mia voce con passione.
Troppo cattiva è diventata l'anima mia.
Non so se un uomo nasce cattivo o lo diventa.
Ma tu sei quello che sei e non potresti amare un uomo cattivo.
Ti lascio il mio addio in queste pagine perdute.
Come un fiore lasciato a seccare.
Ama il mio ricordo e portalo con te.
Custodiscilo come dono prezioso.
In un altra vita, sono sicuro, vivrò grazie ad esso.

(Francesco Salistrari, 2010)

mercoledì 17 marzo 2010

Ipocrisia.












L'ipocrisia fa male.
E' come una ferita che non si rimargina più.
E fa ancora più male quando sei costretto ad usarla come scudo.
Viviamo in un mondo che ci insegna ad essere ipocriti, a sorridere a comando, a compiacerci l'un l'altro per nulla.
Siamo come pecore pronte alla tosatura. In fila. Bianche e contente.
Ipocriti si diventa o si affonda.
Nell'anonimato, nella solitudine vuota delle nostre stanze.
Ipocrisia non è dire bugie agli altri.
Ipocrisia è dirle a se stessi per non sentirsi soli.
Ipocrisia è sopravvivere in un mondo di sopravvisuti, di profughi e viandanti.
Ipocrisia è guardarsi allo specchio e vedere solo il muro.

(Francesco Salistrari, 2010)

venerdì 12 marzo 2010

Overdose.












Siamo drogati.
Tutti quanti.
Mentre qualcuno si arricchisce vendendoci la droga.

Che si chiama talk show.

Grande Fratello.

Telegiornale.

Siamo tutti assuefatti a questo stile di vita.

E non ci importa se qualcuno muore per permettere a noi di vivere nell'agio.
Non ci importa se miliardi di persone vivono di nulla solo per dare ai nostri figli
la playstation per giocare.
Il computer per scaricare la musica da internet.

Non ci interessa sapere dove cuciono i nostri vestiti, assemblano le nostre auto,
impacchettano il nostro cibo.
Siamo drogati e quindi non facciamo domande.

Compriamo la nostra dose e siamo contenti.

Felici di avere una casa, una macchina, il viaggio prenotato, il cellulare touch screen.

Felici di fare regali a natale.
Di brindare insieme alle nostre famiglie.

Siamo drogati e non ce ne accorgiamo.

Potremmo andare in overdose, ma gli spacciatori questo, non ce lo diranno mai.

(Francesco Salistrari, 2010)

giovedì 11 marzo 2010

Sabbia e vento.











Sento sabbia e vento sul viso, taglienti come rasoi.
E non riesco a scorgere le ombre davanti a me.
Oscurato è il mio cammino tra voi.
C'è qualcosa di meschino in tutto questo.
E la vostra finta compassione mi infastidisce.
Mi logora.

Sabbia e vento sono il mio destino e quello del mio tempo.
E lo condivido con voi, che fate finta di non vedere.
Ciechi e ottusi, come tutti,
me compreso.
Ci è stato negato il futuro eppur non volete ammetterlo.
Vi limitate a biasimarmi continuando a non capire nulla di me.

Sabbia e vento sono il mio destino.
Questo è il mio tempo.
Il vostro è già passato e credete di vivere nel futuro.

(Francesco Salistrari, 2010)

mercoledì 10 marzo 2010

Odio vs Odio.















Non piango per voi o le vostre anime.
Non ho più compassione nè pietà.
Misericordia, amore...
Sono parole cancellate dal mio cuore da tempo.

E ricambio il vostro odio con l'odio.

L'odio con il quale lasciate morire i bambini africani.
Con lo stesso odio con il quale distruggete le foreste.
Con il quale vendete la droga.
L'odio con il quale armate i vostri fucili.

Non posso piangere per voi, nè perdonarvi.
Non possono porgere un'altra guancia che non ho.
Ho solo il mio cuore straziato da opporvi.
Ed un cuore sanguinante è più potente di mille fucili.

Ricambio il vostro odio con l'odio.
L'ultimo sentimento che questa umanità al declino è capace di provare.


(Francesco Salistrari, 2010)

lunedì 8 marzo 2010

Pupazzo di neve.


Folgori e tuoni dal tuo cielo buio,

pioggia e grandine cadono dal cuore,

fango e ghiaccio sui tuoi piedi.


Sei fradicio di nostalgia ghiacciata,

sei il fiocco di neve congelato a terra,

ed il calore non ti ridarà vita.


Tuoni e fulmini sulla tua testa persa,

amore come neve, freddo e candido,

amore come ghiaccio, tagliente e indifferente.


C’è la tormenta che imperversa

e scappi inutilmente da questo freddo,

tempo selvaggio di un cuore malato.


Sulla tua vita c’è l’inverno rigido,

di sale e fango, di neve e freddo,

sulla tua vita è caduta la coltre del rimpianto.


Nuvole nere addensano il tuo futuro contorto

e neve sferzante sfregia il tuo viso,

sei il pupazzo di neve che vedi laggiù.


Hai il naso di carota ed il cappello,

la sciarpa rossa ed i guanti di lana.

Sei tu il pupazzo che vedi.


Presto arriverà di nuovo il sole,

ma tu sei un pupazzo di neve

e ti scioglierai nella calura che verrà.


Di te resteranno solo pochi oggetti

ed il ricordo di un freddo terribile.

L’inverno è passato e quel pupazzo con lui.


(Francesco Salistrari, 2003)


venerdì 5 marzo 2010

Lettera di un condannato.












Una cella buia senza uscite,
senza finestre,
fatta di lucido metallo freddo.
Tutto intorno.
Sento i rumori del mondo solo nella testa,
non c'è acustica qui.
Così lontano è il parlottìo della gente.
E' quasi grottesco averlo desiderato un tempo.
Quando si è costretti tutto è diverso!
E tutto ciò a cui prima si dava poca importanza,
all'improvviso diventa vitale.
Un ricordo, un'immagine,
un suono lontano nella testa,
divengono i legacci della realtà.
Una realtà dura,
decisamente inaccettabile.
Ma la cella non svanisce e con essa le colpe,
innumerevoli.
E poco contano il rimorso o il rimpianto.
Perchè tanto nessuno è disposto a crederti.
La cella è un giudizio espresso.
E' la condanna che solo la morte può estinguere.
Forse siamo ciò che facciamo,
o è ciò che facciamo che ci fa essere ciò che siamo.
O forse è solo destino.
E allora è inutile dare la colpa
a chi mi ha rinchiuso in questa cella.
Imprecare servirebbe solo
a peggiorare questa lenta agonia.

(Francesco Salistrari, 2010)

giovedì 4 marzo 2010

Il Sole.












Chiudo gli occhi e vedo il sole,
i suoi raggi obliqui,
dita miracolose da cui sgorga la vita.

Chiudo gli occhi e vedo il colore della luce,
che è senza colore,
e che è tutti i colori.

Se chiudete gli occhi quando è notte
il sole, lo si può solo sognare.
Quando è buio
i colori, li si può solo immaginare.

C'è freddo di fuori
e tetri sono i rumori,
bianchi, diafani fantasmi nell'ombra.

L'ovatta del mondo è la coperta che tutto ricopre.
E' il manto che tutto nasconde.

C'è il gelo di fuori
ed ogni cosa è un cimelio.
Fragile cristallo simulato.

E' notte di fuori
e tutto è spento.
Muto schermo a nevischio.

Chiudo gli occhi e la luce riappare.
Possiamo anche morire,
ma il sole vivrà.

Arde ogni istante nella vita addormentata,
nel gelo cinereo,
sulla corteccia invecchiata,
nella morte incartapecorita.

C'è la notte là fuori.
Ma se chiudete gli occhi, domani,
il sole sarà là ad aspettarci.

Impaziente dolce bambino.

(Francesco Salistrari, 2010)

martedì 2 marzo 2010

Cosa sto facendo adesso?















Molti credono di sapere qualcosa di me.
Alcuni ne parlano, giudicano, ipotizzano. E molti credono di sapere chi hanno di fronte.
Non esagero nel dire che tutti si sbagliano.
Potreste credere di conoscermi pur solo leggendomi, o anche leggendomi. E le parole che scrivo per molti potrebbero vestirsi di significati particolari.
Vi assicuro che non è così.
Potrei essere qualunque persona, ombra tra le ombre, senza volto.
Potrei essere la vostra coscienza o la coscienza di un folle, o la follia divenuta coscienza.
E a tutti potrei raccontare solo bugie.
Sta a chi crede di conoscermi, credermi.
Sta a chi crede di guardarmi, scorgermi.
Eppure non è così semplice.
Sapeste com'è difficile penetrare a fondo nel cuore di una persona!
Si vivono vite intere senza conoscersi realmente.
L'uomo buono è assolutamente indistinguibile dall'uomo malvagio.
Del resto, chi è deputato a stabilire cosa è male, cosa è bene?
Siamo troppo simili per comprenderci.
Siamo esseri troppo complicati da poter funzionare davvero.
La semplicità è quasi sempre una virtù.
In questo caso, l'unica virtù.
Ci specchiamo l'un l'altro ogni giorno rinfacciandoci quella virgola fuori posto. Senza capire realmente ciò che stiamo facendo.
Ecco, ad esempio, sapete dirmi cosa sto facendo adesso?

(Francesco Salistrari, 2010)

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