giovedì 31 dicembre 2009

Le cose non dette.


Sono lieto di comunicarvi che il testo "Le cose non dette", iscritto alla sezione D (narrativa inedita) del II premio Artistico-Letterario Internazionale A. Proviero di Trenta (CS), è stato premiato dalla giuria con una menzione speciale.
Potete scaricare il testo premendo sul seguente link:
"Le cose non dette".

La motivazione della giuria:

"Uno sfogo. Questo non è un racconto, ma un vero e proprio sfogo che l'autore affida alla sua penna ed ad un modo originalissimo di raccontare e raccontarsi. E poi è una vera e propria sfida, che Salistrari ingaggia col lettore: una sfida che l'autore vuole chiaramente perdere, in quanto ci invita costantemente ad abbandonare la lettura. In quel caso, però, il suo scritto si trasformerebbe in quelle parole non dette richiamate dal titolo che non avrebbero nessun valore. Inoltre, sarebbe un peccato fermarsi prima del punto finale: si perderebbe l'occasione d'incontrare un'anima sorprendente, attraversata da dubbi e da una confusione che la rende unica e tutta da scoprire. Lo stile di scrittura adoperato da Salistrari affonda le sue radici nel linguaggio moderno con una differenza sostanziale rispetto a quello usato altrove: un grande senso di rispetto per la parola scritta e per quella non detta, che comunque viene pensata e quindi ha acquisito diritto di cittadinanza fra gli uomini".

Spero vi piaccia.


(Francesco Salistrari, 2009)


NB: premendo sul link si aprirà una pagina di filehosting, in basso vedrete la scritta in blu "Click here to Donwload".

mercoledì 30 dicembre 2009

Mondo di senatori.


Sto per entrare in un luogo che non ho mai visitato. Ostile, fatto di facce languide e sguardi interessati.
Ognuno vorrà carpire un segreto, una debolezza, da un atteggiamento, giuria messa lì a posta dalla propria superbia.
Sto entrando in un luogo di senatori, di dibattito, dove ognuno crede di poter criticare, proporre, cambiare. In realtà vedo il luogo dell'immobilismo e delle buone maniere. In cui ognuno recita una parte convinto di essere il regista.
Mi sento già le loro dita addosso, i loro falsi sorrisi di cera.
Sento già il vento della loro superbia e della loro ipocrisia scompigliarmi i capelli.
Il mondo delle parole e dei grandi maestri.
Sono già in soggezione, ma non mi interessa. Guarderanno me e crederanno di vedermi davvero. Crederanno di convincermi di essere simili. Proveranno a parlare attraverso le mie labbra, ma non riusciranno a farmi dire ciò che vorrebbero.
Navigherò in mezzo a loro simil fantasma, apparirò e scomparirò come solo io so fare e tutti crederenno di vedere qualcosa di nuovo.
Avranno mani e occhi solo per me, solo per un istante e sarò la loro ennesima illusione. Entrerò nel loro mondo e continuerò a fare ciò che so fare meglio.
Le luci, lo sfarzo, non mi faranno paura, ma solo sorridere.
Riderò, mentre tutti crederanno di vedermi piangere.

(Francesco Salistrari, 2009)

lunedì 28 dicembre 2009

Voglio essere.




Voglio essere spirito puro.
Sganciato da questo mondo duro.
Fatto di cose, consistenze,
spigolosa materia.

Voglio essere nube.
Vapore vitale di ancestrale memoria.

Corpo, anima, mente...

Voglio essere cielo.
Aria da gustare,
dolce continuazione di luce.

Materia, atomi, elettroni...

Voglio essere magnetismo.
Animale, selvaggio.
Sogno celato in spesse coperte.

Voglio essere occhio che guarda.
Innamorarmi di una materia che, oggi, non riesco ad amare.

(Francesco Salistrari, 2009)

domenica 27 dicembre 2009

Il sorriso sfumato.




Ho smesso di sognare anni fa
quando ho visto un estraneo
sbirciarmi dai pezzi di uno specchio spezzato.

Antichi erano i suoi occhi,
simili al tempo, sbiaditi,
grigi di nostalgia.

Amare le sue rughe,
come carta strappata.
Sporche di polvere,
come carta vetrata.

Le sue labbra scarlatte parlavano
di cose lontane,
di navi salpate,
di adii consumati.

Un sorriso sfumato
nell'incrinatura del vetro,
ennesima beffa di un destino beffardo,
ennesimo trucco di un gioco truccato.

La sua guancia,
solcata da lacrima tagliente,
come cicatrice dimenticata.

Il fiume dei giorni sarebbe trascorso,
senza indugi,
24 ore alla volta.

Tutto sarebbe accaduto
e l'orma del mio passaggio mi avrebbe inseguito,
trepida amante.

Ho smesso di sognare a 16 anni
e da allora porto sempre con me
un frammento di quello specchio spezzato.

(Francesco Salistrari, 2009)

sabato 26 dicembre 2009

Il mondo dei morti.



Ho di fronte una strada lucente, bagnata da una pioggia lontana, segnata dal passaggio di migliaia e migliaia di anime dannate, terra di confine tra un mondo ed un altro.
Sento in lontananza il pianto di un bambino, il rantolo di un vecchio morente.
Forse sto sognando, ma è tutto così reale, così vero, inconfutabile.
Ho davanti agli occhi lo spettacolo più strano che abbia mai potuto concepire. Non so se resisterò.
Vedo chilometri di code umane che attendono il proprio passaggio, vedo in lontananza degli occhi accesi nel buio da cieco furore.
Guida i suoi servi di rame fin nella fiamme, senza battere ciglio.
Forse sto anch’io aspettando il mio turno. E fremo di paura al solo pensiero di trovarmi di fronte quel mostro di carne e sangue.
Il solo modo per scoprire la mia presenza qui è aspettare e aspettare.
Se sentirò gridare il mio nome, così come quello degli altri, mi dirigerò alla meta finale del mio destino e piegherò le spalle chiedendo perdono.

(Francesco Salistrari,2008)

mercoledì 23 dicembre 2009

Pezzo di vetro.


Sono il pallido riflesso di un sorriso lasciato a marcire su una spiaggia deserta, dimenticato, scartato, dissolto da indifferenza ed incuria.

Sono il pianto del nibbio, il canto del cuculo e la voce triste del vento.

Sono foglie morte e tempesta, sono luce ed ombra, paura e rimpianto.

Sono la luna coperta da una coltre di nubi, sono quella stella cadente svanita prima che sia espresso un desiderio.

Sono acqua e fuoco.

Sono bile e rimorso.

Sono solitudine e rabbia.

Sono ruggine e nebbia.

Sono il senso indefinito di un sogno svanito al risveglio.

Sono l’amore che non esiste.

Sono il riflesso in quello specchio rotto.

Quella che vedi è la mia immagine, intrappolata per sempre in un frammento di vetro.


(Francesco Salistrari, 2004)

lunedì 21 dicembre 2009

Prede.


Il cielo a volte appare troppo grigio...come il cuore. E quel ticchettio continuo nella testa, il rumore del sangue, come mille lancette e ingranaggi di un orologio antico, continua e continua.
Il cielo a volte è troppo grigio, carico di acqua. Acqua sporca, nera di ingiustizie, acida come la bile, terribile. L'acqua che sgorga da sorgenti malsane, putride, puzzolenti, come carcassa lasciata a marcire.
Il cielo a volte è troppo grigio, triste....come i nostri occhi. Scintillanti di luce televisiva, intontiti, incapaci di riconoscere le cose, di capire il gioco ai dadi che stiamo vivendo.
Il cielo a volte è nero, come il petrolio. Come il sangue di questo mondo dissanguato, senza dignità, maledetto, vigliacco. Nero come le piume di un corvo che volteggia nell'aria ad attendere che i rifiuti vengano abbandonati.
Il cielo a volte è troppo nero, come le scaglie di un serpente. Velenoso, immobile ad attendere la sua preda, gelido, impassibile, temibile, fulmineo nei suoi movimenti di morte.
Il cielo a volte è troppo scuro. Come il tunnel nel quale viviamo.
Il cielo, lassù.
E noi, topi del serpente, quaggiù.

(Francesco Salistrari, 2007)

martedì 15 dicembre 2009

Angoscia.


E’ difficile quantificare l’angoscia. Credo sia assolutamente impossibile.

E’ astratta come la vita. E’ illusoria, come una parola.

L’angoscia è il lago scuro della nostra coscienza. E’ il torbido che si annida in noi.

Non è possibile sapere fino in fondo il perché siamo angosciati, sappiamo solo di esserlo.

Il più delle volte quando riusciamo a darcene una spiegazione, essa si rivela falsa, l’ennesima illusione che siamo costretti a subire.

A volte non ci è concesso parlare della nostra angoscia, anzi è sconveniente, e la paura che ci ridano dietro rende tutto ancora più difficile.

L’angoscia è di senso comune. Tutti, nessuno escluso, siamo angosciati.

L’angoscia fa parte della vita, come l’acqua, come il cielo sopra di noi. L’angoscia è la vita. E’ il non sapere, è la paura del domani, è l’essere soli, è l’essere disoccupati, è il non comprendere la ragione di molte cose.

L’angoscia è il non conoscere il perché della vita.

L’angoscia è sospettare che si sta facendo una fatica inutile, che il sacrificio personale non ha senso.

L’angoscia non è paura. E’ solo incertezza, è rimpianto, è una cicatrice sulla pelle.

E’ difficile quantificare l’angoscia. Questo è certo.

E’ altrettanto difficile però ignorare che esista.

E fare finta di non essere angosciati.


(Francesco Salistrari, 2006).


lunedì 14 dicembre 2009

Non per me.















Non scrivo per me, ma neppure per voi.

Non scrivo per essere ricordato, né per rendermi immortale.
Non scrivo per istruirvi o farvi scoprire misteri ancora celati.
No, non faccio tutto questo.
Scrivo solo perché mi va di farlo,
perché altrimenti la mia vita sarebbe priva di ricordi,
scrivo per conservare le emozioni,
per rendere immortali i miei momenti,
per far di una sensazione qualcosa di concreto,
per rendere reale un’illusione.
Non scrivo per nessuno,
ma solo per dar vita a qualcosa che morirebbe con me,
solo per dar voce al silenzio,
solo per dare un senso a ciò che non lo avrebbe.
Scrivo e questo è quanto basta.
Non importa se qualcuno mi leggerà
o tutto verrà cancellato dal tempo,
quel che conta è che ora sto scrivendo,
dando modo ad un’idea di diventare realtà.
Dando prova a me stesso di esistere davvero.

(Francesco Salistrari, 2005)

venerdì 11 dicembre 2009

La mia stella.


Piccola stella,

sono io il tuo pianeta,

il tuo umile compagno.


Piccola luce del cielo,

ci sono io, meta della tua luce,

il tuo umile specchio riflettente.


Irradia l’anima mia,

continua a darmi luce e vita,

sono io il tuo piccolo figlio.


Piccola stella non spegnerti ancora,

dammi una possibilità,

non lasciarmi nel vuoto e nella morte.


Piccola luce dell’infinito,

sono piccolo ed inutile,

ma con te riesco a dare un senso alla tua luce.


(Francesco Salistrari, 2009)

giovedì 10 dicembre 2009

Inganno.



Siamo troppo stupidi. O fingiamo di esserlo. Oppure c'è qualcuno che ci ha fatto credere alle favole e siamo rimasti incantati da un mondo di fiaba che non esiste. Viviamo nella speranza e nell'illusione di vivere una storia di quelle che si raccontano nei film, sogniamo di sfondare nella musica, di diventare delle star, dei grandi pittori, dei grandi artisti riconosciuti in tutto il mondo e nei secoli, sogniamo e fingiamo di credere possibile che un giorno saliremo a grandi passi i gradini della società ed arriveremo in cima, lassù, nell'Olimpo del mondo di plastica. Ma in fondo siamo solo diventati ciechi e sordi, ingannati da falsi miti e lusinghe ammiccanti, ci hanno costretto a credere che la felicità sia semplicemente comprare qualcosa e circondarsi di inerte materia, che dopo qualche tempo saremo costretti a buttar via. Ci hanno plagiato dicendoci che per tutti esiste una possibilità. Ci hanno raccontato storie e fatto vedere il mondo in una vetrina dorata, ci hanno fatto credere di poter restare per sempre bambini quando in fondo non siamo altro che vecchi che non avranno il tempo di vivere per capire l'inganno. Viviamo nel velo di un'illusione profonda, che ci ha accecati tutti quanti, fin dalla nascita, ma non ci rendiamo conto di essere stati trasformati in una miriade di batterie in esaurimento. Esiste qualcuno che sfrutta fino in fondo la nostra energia e a noi non resterà altro che aspettare che si svuoti completamente. Ed è grazie a questa energia che il mondo si sorregge, che avanti, che funziona.
Mandiamo avanti le città, costruiamo le case e le rendiamo belle, costruiamo i ponti e moriamo ovunque nell'indifferenza generale, ci consumiamo come panni vecchi al freddo e al gelo e al caldo afoso dell'estate, ci massacriamo una vita senza avere nemmeno la riconoscenza di chi sfrutta il nostro sudore,prepariamo i pasti e puliamo le strade, moriamo uccisi dalle pallottole di altri criminali, ci picchiano allo stadio e durante una manifestazione e non importa se indossiamo la divisa oppure no. Senza di noi il mondo non avrebbe senso, non potrebbe funzionare, eppure ci fanno credere il contrario. Ci fanno credere che questo sia l'unico mondo possibile, che se fosse diverso sarebbe solo peggio.
Credetemi, dubitatene con tutto il vostro cuore.
Come potreste pensarlo? Come fate a non rendervene conto?
Il mare si inquina di più ogni giorno che passa, il cielo, l'aria sono inondati costantemente dai nostri rifiuti tossici, gli alberi vengono tagliati senza pietà e le grandi foreste sono solo il ricordo di un passato non troppo lontano, i due poli artici rimpiccioliscono costantemente, moriamo continuamente di cancro, aids, malaria, di fame e di stenti, di guerre, di mine antiuomo sparse ovunque, moriamo ogni giorno d'overdose, in centri per malattie mentali ossessionati da quello che siamo diventati e da quello che ci ha riservato la vita, moriamo di denutrizione, di aviaria, di uranio impoverito scaricato a tonnellate nei teatri di guerra, di attentati suicidi di kamikaze senza cuore ed in fondo senza fede, moriamo ogni giorno sulle strade in quelle bare di metallo ambulanti che chiamiamo automobili, moriamo sul lavoro, a casa, sui treni, sugli aerei, di solitudine, di malinconia e noia, di perversione e paura.
Ci stiamo disfacendo, ma non ce ne siamo ancora accorti.
Un tempo, soprattutto nel medioevo, esistevano degli strani personaggi che andavano in giro di città in città a gridare al mondo il loro terrore, ad invocare l'aiuto divino per il disfacimento del mondo in divenire, per annunciare a tutti i segni dell'apocalisse imminente. Vedevano un mondo corrotto, disumano, ingiusto, perverso e ne rimanevano scioccati perché il loro Dio era morto sulla croce per evitare proprio ciò che si vedevano intorno. E allora nella loro astratta visione della vita, comprendevano che era giunto il momento della fine, preannunciato dalla Bibbia.
Sarebbe giunto nuovamente il momento di un intervento da parte di Dio e questa volta non avrebbe sacrificato suo figlio per salvare le sue creature, ma le avrebbe giudicate. Sarebbe arrivato il giorno in cui tutte le anime dei vivi e dei morti sarebbero state radunate per essere sottoposte al supremo giudizio divino.
Esistevano questi personaggi, che qualcuno chiamava profeti, che sospettavano, osservando la corruzione della propria epoca, di essere già in procinto di questo giudizio divino inappellabile e, scorgendo i segni del decadimento nei comportamenti umani, vagavano per le città a gridare al mondo la verità.
Se solo uno di questi uomini potesse viaggiare nel tempo e giungere fino alla nostra epoca, penserebbe di essere finito all'inferno, in un tempo in cui cioè la terra, il nostro antico pianeta, la nostra casa, sia diventata l'eterno castigo di Dio inflitto alle anime dannate, che già un giudizio universale sia stato emesso e alla terra non sia rimasto che lo squallore e la perdizione degli inferi.
E' questo davvero il miglior mondo possibile? E' talmente malata la natura umana da non poter aspirare a niente di meglio?
Il punto è che l'uomo è si un animale malvagio, ipocrita, egoista, ma può essere anche generoso, rispettabile, disponibile.
In passato per l'uomo era assolutamente impossibile volare, era un'utopia il solo pensarlo e la leggenda di Icaro era l'ammonimento che l'uomo dava a se stesso per impedirsi di provarci. Ma non solo volare per l'uomo del passato era un'utopia. Se pensiamo ai progressi che l'uomo ha fatto nel corso della propria storia, alcuni di essi solo alcuni decenni prima apparivano inconcepibili eppure sono stati realizzati. Allora perchè non provarci? Perchè non provare a realizzare l'inconcepibile?.
Accadeva nel medioevo che i più profetici degli uomini, che immaginavano un mondo diverso, venivano bollati di eresia e bruciati sui roghi e solo per aver cullato quelle che allora non erano altro che utopie.
Perchè dovrebbe essere un'utopia pensare di poter realizzare un mondo migliore? Un mondo più giusto, più a misura d'uomo e non a misura sola ed esclusiva del denaro.
Il grande inganno infatti non sono la politica, la società, o le false notizie che vengono veicolate dagli organi d'informazione, ma è il denaro. Un flagello di passioni umane, assassino di sogni e sterilizzante delle buone intenzioni. Non esiste meccanismo più perverso e pervadente nella vita dell'uomo.
Il nuovo Dio.
Il male assoluto di una società che avrebbe davvero bisogno di un Dio, l'inganno più assurdo e crudele che l'uomo si è fatto da solo.

(Francesco Salistrari, 2007)

Il riscatto dalle mense.


Ogni giorno è come un lento conto alla rovescia,

sembra quasi di sentire il ticchettio nella testa

e da un momento all’altro sarà la notizia della fine.


Ogni attimo è un tormento

per questo povero cuore malato di malinconia

ed ogni sguardo un’oscena accusa.


Il mondo sembra girare per se,

e noi sembriamo fermi, burattini, piccoli,

come miliardi di bachi non ancora falene.


Ogni giorno è il supplizio delle nostre voglie

è l’omicidio delle nostre passioni,

ma non ce ne crucciamo, perché abbiamo la TV.


Siamo gatti senza unghie e senza baffi,

siamo stelle senza luce,

occhi senza vita.


Ogni giorno moriamo,

ma continuiamo a vivere come piante,

anche se di un verde fasullo.


Siamo di fango e creta,

siamo il sasso lanciato nello stagno

incapace di riemergere.


Siamo la gente senza viso delle mense della Caritas,

siamo i fagotti umani tra i cartoni,

siamo i senza lavoro del nuovo millennio.


Se sapessimo della nostra forza,

non avremmo paura.

Se conoscessimo noi stessi,

saremmo in grado di rialzare la testa.


Ogni giorno abbiamo la possibilità di vendicare quelli andati

e dare un senso a quelli a venire.

Ogni giorno. Potrebbe essere questo il giorno.


(Francesco Salistrari, 2004)

martedì 8 dicembre 2009

Bottiglia.



Il mondo è come una bottiglia che galleggia nel mare...
abbandonata, tra le onde, da qualcuno...

...con un messaggio.
Il mondo è come un quadro senza colori,
bianco e nero, dipinti da un malinconico pennello...

Siamo i figli non voluti di questo tempo,
siamo un sole che si è spento,
siamo come il ghiaccio di un drink,
freddi, ma destinati a scioglierci...

Il mondo è il nostro, ma non lo sappiamo...
è la nostra casa, ma non la curiamo...
Il mondo ci chiede aiuto,
ma, raccogliendola dalle onde,

abbiamo buttato il messaggio e tenuto la bottiglia.


(Francesco Salistrari, 2006)

sabato 5 dicembre 2009

La neve.



Amo la neve

e non per la sua consistenza,

per il suo candore,

la sua purezza,

seppur immaginaria.


Amo la neve

perché sa regalare al mondo

qualcosa che solo una notte di giorno

potrebbe rendere possibile.


Un dono mistico,

una carezza quasi divina,

suono ovattato di un tempo perduto.


Amo la neve perché è capace

di dare al giorno un attimo di silenzio,

ammantando il mondo di splendore irrealtà semplicità.


Il mondo zittisce d'incanto

quando cade la neve.

Ed il caos e l'irrazionalità della vita

sembrano svanire.


Il mondo tace d'un colpo,

in una strana magia

che non desta più meraviglia.


Amo la neve

perché zittisce il rantolo dell'umanità

e dà voce al canto mistico della natura,

nel bel mezzo dell'assordante rumore della vita moderna.


(Francesco Salistrari, 2009)


venerdì 4 dicembre 2009

Scelte.


Ogni tanto le cose vorresti andassero in un certo modo, ma per quanto possa sforzarti, ti rendi conto che alcune volte quello che succede è inevitabile. E’ come se la nostra volontà fosse in balià di cieche forze che guidano il nostro cammino lungo la strada ed ogni scelta, ogni pensiero, sembrano quasi essere predeterminati, esterni a noi stessi, infusi nel nostro animo da una mano invisibile e onnipotente. E per quanto vorremmo non fosse così, è proprio nell’attimo stesso delle nostre scelte che diventa quasi incontestabile questa assurda verità. Ogni qualvolta la nostra vita si trova di fronte un bivio, succede qualcosa in noi, come una scintilla, una sensazione letale, che ci spinge a scegliere quello e non l’altro, una strada anziché l’altra. In quel preciso istante, quando ci rendiamo consapevoli di non poter tornare indietro, se non a costo di notevoli sacrifici, è allora che la nostra vita ci appare per quella che forse in realtà è: un disegno preordinato, già deciso, inutile se vogliamo.
Ma è davvero così? E’ davvero questa quella strana sensazione di predestinazione che avvertiamo nelle nostre scelte? O è anche quella un caso, una semplice combinazione irripetibile del momento? Non so rispondere a questa domanda, che già tanti si sono posti in passato. Ciò che è certo è che in tempo di bilanci, c’è sempre qualcosa che non torna e quella sensazione così irrazionale e potente allo stesso tempo che ci aveva fatto scegliere, assume una strana fisionomia a cui non sappiamo dare un senso. Ma il senso, ogni scelta lo possiede dentro se stessa e la nostra predestinazione sta proprio in questo, che ogni volta che operiamo una scelta, di qualsiasi tipo e pur essendo inconsapevoli di tutti gli sviluppi futuri, in fondo valutiamo questi sviluppi e scegliamo proprio in base ad essi. In altre parole quando scegliamo lo facciamo perché in un modo o nell’altro sappiamo a cosa andremo incontro e se anche operiamo proprio la scelta peggiore ciò avviene solo perché in fondo a noi stessi siamo consapevoli che l’alternativa ci sarebbe più sgradita e indigesta dello stesso sbaglio che stiamo per commettere.
E’ questa la predestinazione della nostra vita. Sappiamo dove andiamo.
Comunque.
Perché abbiamo scelto così, e non importa se ciò comporta degli errori, il punto è che non esistono errori, ma solo scelte.
E le nostre scelte, giustificabili o no, sono proprio ciò che siamo.

(Francesco Salistrari, 2004)

Il Diluvio Universale.

Leggendo qua e là mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha sorpreso e ha dato modo alla mia fantasia di scatenarsi. Sono venuto a sapere infatti che il “mito” del Diluvio Universale contenuto nella Bibbia, l'Arca e il salvataggio della vita sul pianeta, non sono soltanto un lascito di origine cristiano/ebraica, ma sono presenti in numerosissime tradizioni religiose tra le più disparate. Dai Cinesi ai Greci, dagli indiani del Nordamerica ai popoli sudamericani, dagli africani ai siberiani, australiani e neozelandesi (e l'elenco potrebbe continuare) condividono il “mito” del grande diluvio universale e cosa ancora più curiosa raccontano di come il loro eroe di turno (nel caso biblico Noè) abbiano salvato il genere umano e le altre forme di vita dall'immane catastrofe attraverso un'arca, una nave.

La cosa interessante è che le prove che la scienza moderna ha raccolto in merito ad un simile evento appaiono oggi molto solide e dunque è sicuro che il Diluvio c'è stato davvero. Ma non è questa la cosa che ha scatenato la mia fantasia, bensì il fatto straordinario che gli eroi delle varie tradizioni sono stati tutti avvisati in anticipo dell'immane disastro e hanno potuto prendere le dovute precauzioni costruendo le proprie arche e salvare le specie della terraferma dall'estinzione.

La Bibbia descrive il Dio cristiano/ebraico avvertire Noè e istruirlo nei particolari per la costruzione dell'Arca e così anche nelle tradizioni degli altri popoli. Ma se esaminiamo la faccenda da un punto di vista meno fideistico la questione si fa davvero interessante. Innanzitutto perchè, appurato che il Diluvio Universale è realmente accaduto ed è qualcosa che ha riguardato ogni angolo della terra ed ogni popolazione, viene spontaneo domandarsi da chi questi popoli abbiano avuto la “soffiata”. E' infatti molto strano che popoli così antichi avessero la capacità tecnico/scientifica per prevedere un evento naturale simile, aldilà della reale causa scatenante. Sarebbe impensabile riuscirci oggi con le moderne tecnologie, figuriamoci migliaia di anni fa. Allora come vennero avvertiti gli esseri umani che popolavano la terra in un'epoca così lontana? Chi li avvertì? Come predissero un evento così catastrofico e riuscirono a porvi rimedio? Chi progettò le Arche della salvezza? In un'epoca in cui la navigazione era approssimativa, come vi riuscirono? Qualcosa ci sfugge.

E questo qualcosa potrebbe essere di portata eccezionale.

Vi aiuto a ragionare un attimo sulla questione.

E' indubbio che l'umanità riuscì a salvarsi dalla catastrofe ed il ricordo di tale impresa è rimasta impressa in tutte le culture del mondo. Levando il velo della religione, della concezione del mondo, delle imprecisioni nelle traduzioni e nelle interpretazioni dei testi più antichi, quello che rimane è un fatto di straordinaria capacità tecnologica. Perchè riuscirono in un'impresa che sarebbe difficile a realizzare anche oggi con le moderne tecnologie. Gli studiosi che si occupano del caso parlano in fatti di un'inondazione che fece salire il livello del mare di 110-150 metri, capace di modificare per sempre la fisionomia del mondo. Il fatto che così tante culture diverse ne conservino il ricordo fa comprendere la portata dell'evento, una catastrofe globale che mise a serio repentaglio la sopravvivenza umana sul pianeta.

Ma cosa la causò? Uno Tsnumi dovuto ad un'eruzione vulcanica sottomarina di proporzioni gigantesche? O come racconta la Bibbia, da una pioggia che imperversò per 40 giorni e 40 notti? O dallo scioglimento dei ghiacciai che ricoprivano quasi tutto l'emisfero nord del mondo? Scientificamente il Diluvio è datato intorno ai 9000-7000 anni fa (le date sono dibattute) e questo farebbe pensare che si sia potuto trattare degli effetti del riscaldamento globale subito dalla Terra e che diede l'addio all'ultima era glaciale (che terminò 10.000 anni fa). Se è così, i popoli di allora, ebbero molto preavviso per prepararsi alla catastrofe. Ma molti sostengono che il Diluvio Universale non fu un lento ma inesorabile evento, al contrario si abbattè sulla Terra con relativa velocità.

Parliamo allora dell'impatto in oceano di una cometa o un meteorite? E se si come furono in grado di prevederne l'arrivo le popolazioni del tempo?

Ed ecco la mia fantasia entrare in scena.

Tutti avrete sentito parlare di Atlantide, la mitologica città perduta sprofondata nel mare, da tutti ritenuta la “madre” di tutte le civiltà successive e quindi della nostra. Il mito parla di una civiltà avanzatissima, culturalmente all'avanguardia, sviluppata tecnologicamente, culla di concetti e concezioni del mondo che useremmo ancora oggi. E se stessimo parlando di una civiltà così antica e progredita da essere in grado e avere i mezzi tecnici per fronteggiare un evento catastrofico come il Diluvio? Una civiltà i cui antichi saperi si sono persi nelle nebbie del tempo, una civiltà talmente progredita da far impallidire la nostra.

Vi sembra un'idea peregrina?

Come spiegare allora le piramidi egiziane, cinesi, mesoamericane? Sembrano o no provenire da un'unica fonte? Immense tombe collegate all'osservazione del cielo, studiate e costruite con tecniche talmente all'avanguardia da sembrare quasi impossibili (quelle egiziane sicuramente si) da costruire oggi. E se le piramidi fossero il retaggio di antiche tecniche di osservazione astronomica, la stessa tecnica che potrebbe aver salvato la razza umana dall'estinzione attraverso la previsione di un evento catastrofico come l'impatto di un meteorite?

Come spiegare le raffigurazioni Maya delle proprie divinità che dai tratti somatici somigliano così tanto, troppo, a visi appartenenti ad etnie europee?

Come spiegare questo simbolo


presente in quasi tutte le culture, camuffato, stilizzato, ma sostanzialmente identico in quasi tutti i contesti umani oggi conosciuti e legato alla vita?

Qualcuno ha ipotizzato che questo simbolo in realtà non è altro che la stilizzazione dell'elica del DNA.

Un mistero, che non sarebbe tale se pensassimo ad una civiltà antichissima dalla quale tutti discendiamo ed il ricordo della quale si è perso nella nube del tempo. Una civiltà che conosceva il DNA e ne ha tramandato il marchio per ricordare a tutti i sopravvissuti dell'immane catastrofe (della quale il Diluvio potrebbe essere solo un aspetto), che proveniamo tutti dallo stesso luogo. Accomunati tutti da un'antica discendenza che mette in ridicolo le divisioni etnico-geografico-religiose-politiche su cui il mondo moderno è costruito.

Questo scritto, aldilà della consistenza scientifica delle tesi in esso esposte, è solo un invito alla riflessione.


(Francesco Salistrari, 2009)




giovedì 3 dicembre 2009

Riso amaro.


Mi viene da ridere. E lo faccio per non piangere. Ridere di rabbia a volte è molto utile e aiuta quasi quanto il pianto. Rido per questo paese, zimbello del mondo, che figura di merda dopo figura di merda continua a rotolare nel baratro. Quattro milioni di disoccupati e aziende pronte a chiudere da un momento all'altro. Immigrazione fuori controllo e soprattutto senza logica, perchè checchè ne dicano razzisti di varia risma e finti tolleranti, l'immigrazione è utile al nostro paese. Polizia e forze dell'ordine senza fondi. Delinquenza dilagante in tante città italiane. Traffico di droga, armi, rifiuti. Sperpero di denaro pubblico, sprechi, abusivismo edilizio. E una politica che fa ridere, anzi piangere, che in questo caso neanche il riso potrebbe aiutare.

Come dovrebbe andare un paese che ha i politici che abbiamo noi? Non c'è nessuna possibilità di uscita da questa crisi che dura ormai dagli anni '90 (a parte qualche ripresa) con questa classe dirigente.

Il Parlamento è ormai esautorato da ogni prerogativa da un esecutivo sempre più arrogante, determinato alla difesa dei propri interessi particolari e pericolosamente anticostituzionale. Il Presidente della repubblica è una figura che, nell'ordinamento italiano, non ha mai avuto un ruolo determinante, ma Napolitano è meno che una figura, una presenza, un ologramma che parla alla gente di cose lontane. Gli aiutini istituzionali che questo Presidente della Repubblica ha elargito con tanta solerzia nei confronti di questo governo e della sua maggioranza nel corso di questi anni, sono esempi da manuale di come non si dovrebbe fare il Presidente della Repubblica.

Abbiamo un Ministro dell'Economia incompetente e arrogante che pur di tenere in piedi questo paese traballante si è messo a riciclare denaro di dubbia provenienza (scudo fiscale), non ha alleggerito (come da campagna elettorale) la pressione fiscale e non ha risolto uno, dico uno, dei problemi strutturali economici di questo paese. Il nano Brunetta è solo uno sproloquio, non agisce, parla e anche sgarbatamente, si fa odiare solo per questo, perchè per le scelte che lo hanno contraddistinto fino ad oggi lo si potrebbe perfino ignorare. Alfano è il cane da guardia istituzionale dei calzoni di Berlusconi. Pronto ad ogni piè sospinto ad attivarsi, con rabbia verbale, per modifiche, riforme e quant'altro, pur di salvare il suo padrone. E giù a massacrare una Giustizia che di giusto ha ormai solo il nome, cenere dell'impianto costituzionale originario dopo le leggi vergogna di questi anni.

Cos'altro dire di Berlusconi, il Capo dei Capi? Niente. Non bisogna sprecare inchiostro, voce, energia. Cosa bisognerebbe dire di più di quello che dice un pentito in un aula di tribunale? Niente. Bisognerebbe solo prenderlo a calci e mandarlo in galera. Basta. E con buona pace di Fini e dei suoi “fuori onda”.

Ma rido di questo paese per tutto, non solo per il governo, i suoi menestrelli e le sue televisioni. Rido anche per la cosiddetta opposizione. Opposizione. Che letteralmente significa “in generale l'assunzione di una posizione contraria, negatoria, antitetica o comunque non favorevole a quella di altri.” E il cosiddetto centro sinistra è talmente opposizione che non è favorevole nemmeno a se stessa. Un'accozzaglia di residui politici di culture diverse e crollate anni fa. Senza idee, proposte, senza un programma, senza coraggio. Un'opposizione che al contrario, vista l'attuale situazione del paese, dovrebbe essere in stato d'agitazione permanente, nei posti di lavoro, nelle piazze, nelle aule parlamentari. Ma nulla. Qualche parolaccia, qualche alterco verbale e niente più.

E rido di tutti noi, cittadini italiani, riempiti di cazzate dalle televisioni, apatici, rassegnati, menefreghisti, egoisti. Che non facciamo altro che attendere la venuta di un messia che ci guidi alla rinascita come popolo, come società in via di disfacimento. Rido perchè osservo l'atomizzazione della società italiana nel contesto quotidiano, la vivo sulla pelle, la respiro ogni giorno e ne vedo gli infausti risultati a tutti i livelli. Vorremmo un governo che decidesse, e bene, per noi. Vorremmo una politica pulita, onesta, disinteressata. E non avendola non facciamo niente per cambiare le cose. Ci lamentiamo soltanto.

Ridendo, tutti, un riso amaro.


(Francesco Salistrari, 2009)

mercoledì 2 dicembre 2009

Carri da bestiame.


Il nostro mondo non è altro che la rappresentazione di una mente deviata. E’ il disegno pazzesco di un paranoico. Il nostro mondo è finto e ammanta la sua finzione con l’illusione della razionalità. Ci hanno sempre insegnato che la nostra è l’epoca del razionale, che tutto il mondo moderno è basato sulla ragione, sulla razionalizzazione, ma non è così. Non c’è niente di razionale nel mondo.

I nostri istinti non sono razionali, l’amore è irrazionale, la paura è irrazionale, l’odio, il coraggio. La nostra economia è irrazionale, la società nel suo complesso, la sua cultura, le sue istituzioni, in fondo, lo sono.

Non esiste ragione alle nostre ragioni. Non esistono equilibri nelle nostre esistenze.

Viviamo solo in un mondo fatto di convenzioni e senso comune, dove all’individuo è demandato il compito di tenere, di mantenere integro il tessuto sociale in base alle proprie aspirazioni.

Ma non è questo che rende la vita, nel senso più profondo del termine, meritevole di essere vissuta.

La nostra bramosia di sapere ci ha condotto aldilà. Ci ha portato in un baratro dal quale non saremo capaci di uscire.

Non è tempo per farsi illusioni, non è tempo per proclami utopici. Quello che resta deve essere la consapevolezza che il nostro mondo, quello degli esseri umani, ha fatto il suo tempo.

Merce e denaro. Il mondo ridotto a scambio economico. L’individuo ridotto a bestiame.

Chi ha la ricetta in tasca per distruggere queste mostruose costruzioni mentali?

Chi detiene la forza carismatica, mistica, per smuovere le acque della noia, dell’appiattimento, della rassegnazione, dell’omologazione allo stile di vita che ci è stato imposto?

Chi è capace di creare consenso intorno all’unica idea capace di salvare la nostra specie?

Un anarchico disse: “bisognerebbe prendere il mondo, spremerlo per bene e lavarlo con il suo stesso sangue”!

Siamo diventati dei vigliacchi e non abbiamo più il coraggio e la forza di guardare lontano, di vedere oltre il gretto limite della nostra vita quotidiana.

Abbiamo perso la partita. Se qualcuno è capade di sperare che questo immane peccato ci venga redento, cominci a pregare.


(Francesco Salistrari, 2009)



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