lunedì 31 agosto 2009

Sono andato a puttane.



Ho preso questa "lettera" da arcoiris.tv e l'ho trovata davvero interessante. E' un po' lunghetta, ma leggetela tutta.

Non sono un ipocrita, per cui inizio raccontandovi che tempo fa ho caricato una prostituta e l’ho portata a casa mia. Pagata subito, lei si spoglia, si lava e mi dice “ti faccio di bocca e poi mi scopi, ok?, mezzora, ok?”. E’ piuttosto bella, ma dico sul serio, decisamente superiore alla media italiana, e non è l’unica là fuori. Rimane sul letto ad aspettare la mia carica, ma io le chiedo a bruciapelo “Perché fai sto mestiere?”. La mia sintesi potrà apparire banale, eppure in un Paese come l’Italia dove la Cultura della Visibilità è tutto, una donna così bella deve proprio passare le notti a caricar gente (come me o peggio)? Mi dice: “Con 100 euro in Romania mangi un mese in quattro persone, ecco perché”. Lo immaginavo, ma insisto: “Certo, se però ti trovi un uomo benestante qui… e bella così te lo trovi subito… non è un po’ meglio?”. Lei: “Come faccio? Con chi esco? Da sola? Non conosco nessuno”. “Ok,” replico “iscriviti a un’agenzia di modelle per intimo, per le fiere o cose del genere”. La ragazza mi fissa come se stessi parlando di Marte e di volare lassù. Il messaggio di quello sguardo, credetemi, era di una disistima terribile; il marciapiede è il target che la sua storia le ha trasmesso in eredità, non le è concesso neppure contemplare un mezzo gradino più alto. La giovane mi sollecita a consumare l’incontro nei minuti restanti, ma io a quel punto ho altri pensieri e la mia serata di sesso rapido svanisce. Sulla via del ritorno apprendo che non ha uno sfruttatore, lo ha avuto ma, dice lei, “se una ha le palle alla fine può sbarazzarsene, garantito”. Le credo, o meglio, le crede il mio senso di colpa.

Il senso di colpa. Perché l’ho fatto? Mi voglio rispondere. L’ho fatto perché volevo avere fra le mani una giovane ragazza nuda senza impazzire per trovarne una, esercizio che per il maschio medio normalmente significa trenta serate nei locali, cento abbordi sempre difficili, e altre mille assurde peripezie che noi uomini dobbiamo inventarci per avere finalmente una o due magre occasioni di sesso. L’ho fatto perché l’alternativa praticamente non esiste, e l’alternativa si chiamerebbe Sesso Ludico. Ludico significa eros veloce, fuori dal sesso di casa (che ora non ho), senza allegati, laccioli, sgambetti, commediole da recitare eccetera. Insomma, un aperitivo, una partita a carte, solo che al posto del Campari o degli amici/amiche c’è il sesso, puro relax da scambiare con chi ne ha altrettanta voglia lì per lì. Nel mondo del sesso ludico la donna che desidera un’ora di svago si comporta come l’uomo, tale e quale. Invece della palestra o della cioccolata in tazza con l’amica, essa adocchia un bel tipo ovunque si trovi, lo squadra, decide ‘ok, quello mi attizza’ e gli si avvicina per chiedergli “Che fai stasera? Domani? Ti va un’uscita?”. Sì?, bene. No?, ok passo al prossimo. Una cosa pressoché inesistente qui, oggi, fra noi. Ne riparlo più sotto.

Il fatto è che noi uomini corriamo quasi ogni giorno della nostra vita adulta dietro al sesso ludico, lo necessitiamo come l’aria, perché il nostro DNA ci ha fatti così. Siamo degli ‘inseminatori’ che dai tempi in cui camminavamo a quattro zampe in qualche punto della Tanzania dobbiamo inseminare il più possibile. Lo fanno i leoni, i topi, i pipistrelli e praticamente ogni specie di sesso maschile sul Pianeta. Questo ci ha ‘regalato’ un desiderio sessuale molto, molto superiore a quello femminile (per le donne, stesso marchio da DNA in direzione opposta, visto che siete programmate per figliare e conservare la specie). Ecco perché vi sembra sempre che gli uomini ‘ce l’abbiano piantata nella testa’ (la gnocca); non è una mania, è genetica. Ma qui sorge il problema dei problemi. Al mondo ci sono solo maschi e femmine (salvo rare eccezioni), e se i primi necessitano di sesso dieci volte le seconde, che accade?

Accade un disastro, e cioè un giro di prostituzione e di pornografia per un valore cumulativo mondiale di 120 miliardi di dollari. Accade che la quasi totalità degli uomini che voi donne conoscete o che vi giacciono accanto fa uso di porno, ga-ran-ti-to, e che una percentuale spaventosa va a prostitute, o ci è andato, o ci andrà, o ci ritornerà. Accadono le vite veramente buttate delle ragazze come la mia rumena, e tutta la mafia e orrore correlati. Accade che vivete, voi donne, in un mondo dove la vostra immagine è artificiosamente ridotta a perenni orgasmi e voluttà mentre mangiate uno yogurt in tv, o toccate una lavastoviglie o una scatoletta di tonno. Vivete in un mondo dove dal giornalaio è meglio non guardare a sinistra/destra perché è zeppo di cosce spalancate e bocche deformate da arnesi immensi, tette culi capezzoli come coriandoli (immagino l’inverso, io che compro il giornale immerso fra cazzi, pettorali gonfi, testicoli plasticati, ecc.). Vivete in un mondo dove vostro figlio al 99% imparerà come si fa sesso dal dvd più porco del momento (e fosse solo uno). E in un mondo strano dove esiste l’espressione “gliela do o non gliela do”, ma non l’espressione “glielo do o non glielo do”, e un mondo così vi condanna a una vita grama, pensateci. Ve la spiego: c’è una legge di mercato, bieca come sempre è quella legge, dove la domanda (di gnocca) è cento volte l’offerta, e voi donne (detentrici della preziosa materia) avete così un potere immenso di frustrare noi uomini sempre tormentati da quel DNA maledetto. Salvo poi che dopo averci fatto spellare la testa e altro per finalmente ‘averla’, noi ve la facciamo pagare in mille modi da veri beceri quali sappiamo essere. Bello schifo. E poi ci sono le vili chat erotiche (faccia a faccia macché, dietro il pc di tutto), gli scambisti, i privé dei locali Lap Dance con ancora altre orde di rumene o nere e coi vostri mariti/fidanzati lì a plotoni. Ci sono le migliaia di anonime studentesse che si prostituiscono in ogni città con gli annunci sulle riviste di settore, le escort di lusso, e poi la miserabile piaga del porno turismo di Cuba, Tailandia ecc. Insomma, un quadro osceno. Una realtà colossale, ciclopica, oggi deviante oltre il limite dell’assurdo, che troneggia sulle nostre vite ma che riceve da voi donne quasi nessuna attenzione, né proposte di soluzioni. Vivete accanto a uomini ridotti, loro malgrado, così. La vostra vita è zuppa di questa malattia erotica da DNA sfasato rispetto all’evoluzione dei tempi, e cosa fate?

Prevengo qui alcune obiezioni udite non di rado da donne coinvolte in questi dibattiti. Reclamate per esempio che non siete voi a restringere l’offerta di sesso, anzi, che sono gli uomini oggi a esserne sovente disinteressati. Mi sono persino sentito dire “ma io la darei eccome, è che non si trovano poi tutti sti uomini”. Sono affermazioni fallate, dovute al fatto che la donna in queste cose tende a mentirsi, a operare una rimozione acrobatica della realtà, là dove essa non si accorge che alla sua eventuale disponibilità interiore corrisponde però un respingente istantaneo all’esterno, che scoraggia moltissimo il maschio nell’approccio. In parole povere, lei vorrebbe, ma poi ‘se la tira’ al momento del contatto con l’uomo, cioè si irrigidisce o pretende il solito preambolo per noi estenuante di un lungo rito corteggiatore anche per una semplice trombata, e noi spesso gliela diamo su. Altre donne sostengono che sono i pregiudizi maschili a bloccarle, cioè il timore di essere poi additate come quelle che ‘la danno a tutti’, le ‘pompinare’ ecc. In questo c’è un elemento di verità, ma si tratta oggi, nel mondo occidentale evoluto, di casi sporadici, e ciò non spiegherebbe in ogni caso l’imponente divario di domanda/offerta che domina il sesso fra i generi. Infine ci sentiamo dire da voi che l’uomo comunque non perderebbe il vizio del sesso commercial-mediatico anche se lo potesse ottenere tranquillamente dal mercato ‘sano’, poiché “in fondo voi maschi sognate sempre di possedere la donna, vi eccita comprarvela, la dovete immaginare serva e sporca”. Di nuovo vi gabbate. Le ultime ricerche di settore puntano in primo luogo al bisogno fisiologico insoddisfatto come motivazione del cliente, poi al bisogno di essere accolti, e solo in ultimo al maschilismo irriducibile. Possiamo sicuramente dire che per tantissimi maschi la natura squallida dell’alternativa a pagamento - che si tratti della milionesima sega davanti al pc o, peggio, della trombata con una che ti mette fretta, ti succhia con il preservativo, e alla quale non puoi leccare la passera per paura dell’Aids, che non ti bacia, e sta lì a prendersi il tuo corpo come fosse un comodino da spostare – è una parte assai spiacevole di queste vie di fuga che volentieri si risparmierebbero. Poi, certo che ci sarebbe sempre una minoranza fisiologica di uomini recidivi che punterà comunque al degrado, ma chissenefrega, non fanno testo.

Un breve stop sui dati, vale la pena conoscerli. In Italia ci sono circa 70 mila prostitute rappresentati oltre 35 Paesi. I casi di violenze su queste donne in questi ultimi anni sono stati circa 700.000. Sono 9 milioni i clienti italiani delle prostitute (1 uomo su 2) con un giro d'affari di 1 miliardo e 80 milioni di euro all’anno. Nel mondo, il business della prostituzione raggiunge i 60 miliardi di euro (battuto solo da quello delle droghe), con circa 40 milioni di donne coinvolte; il giro d’affari del porno passa i 57 miliardi di euro, senza contare l’immenso mercato nero. I clienti italiani delle prostitute rispondono al seguente identikit: in prevalenza uomini fra i 35 e i 40 anni, lavoratori, nella maggioranza dei casi single con un’istruzione medio-alta; cercano le ragazze direttamente in strada in media una volta ogni 15 giorni. Per un nutrito gruppo, le mogli/compagne sono viste così: “Ti costringono ad andare in cerca di sesso a pagamento perché quando ti sposano ti promettono che farai sesso tutte le volte che ne avrai voglia, poi usano il sesso come una risorsa, un'arma”. Il mercato globale del turismo sessuale incassa qualcosa come cinque miliardi di dollari all’anno, con Paesi come la Thailandia dove il turismo (a prevalenza sessuale) è stato la prima fonte di valuta estera e contribuiva per il 13 % al Pil. Cuba, che sotto il regime di Batista era soprannominata il bordello degli USA, è oggi nota come il bordello d’Europa, con gli italiani in prima fila.

(fonti: Gruppo Abele, Dipartimento Pari Opportunità, Ministero degli Interni, Fondazione Ismu, Transcrime, Università di Trento e Cattolica di Milano)

Spaventoso. Il problema della disparità di domanda e offerta di sesso fra uomini e donne è una catastrofe, e credo che queste righe lo abbiano dimostrato. Allora, donne, le vie per affrontare tutto ciò sono per me due, salvo poi scoprirne delle altre se avrete l’intelligenza di aprire un ampio dibattito su questo immenso problema. O mantenere lo status quo, con miglioramenti cosmetici, se decidete che per tanti motivi non potete/volete cambiare il vostro approccio al sesso. Oppure fare la terza rivoluzione dei generi nella Storia. Va fatta in partnership con noi uomini, ma non vi nascondo che qui la parte maggiore tocca a voi. Eccola: dovete abbracciare il Sesso Ludico, imparare a farlo e a chiederlo con naturalezza. Dovete imparare a smettere di avere paura di ‘far vedere’ che lo volete quando lo volete, dovete soprattutto semplificarci immensamente il percorso che dallo stimolo erotico porta alla soddisfazione di quello stimolo, semplificarlo imparando ad accogliere con più morbidezza le nostre avances (indipendentemente dal sì o no-grazie finali), oppure e soprattutto cominciando a FARLE quelle avances. Sesso gioco, sesso aperitivo, sesso jogging, sesso semplice. Donne, siamo esasperati dalla fatica orribile che dai 15 anni in poi ci tocca fare ogni volta, ogni maledetta volta che una ragazza ci colpisce, che vorremmo una ‘smanazzata’, un divertissment, o anche solo parlarlvi con una birra in mano. Voi non sapete cosa significhi esse ‘cacciatori’ in questo campo, può essere emozionante per un po’, poi ti distrugge, soprattutto quando nella normalità dei casi su cento tentativi al maschio tornano sbattuti in faccia come padellate 98 occhi scocciati, o girate di spalle, oppure i “non mi stressare”, i “non è il caso”, la rigidità, la freddezza o addirittura il disprezzo. Vi garantisco che sono tutte pugnalate alla nostra emotività, moltiplicatele per decenni, anche se noi poi fingiamo di sbattercene, ma non è vero. Una vita così ci indurisce, ci incattivisce dentro, e infatti, come scrivevo più sopra, poi le donne quel potere lo pagano carissimo, quando noi avvelenati ci vendichiamo da beceri chiamandovi troie o bocchinare con gli amici e nelle compagnie appena riusciamo finalmente ad averla. Qui entra in gioco la parte che tocca al maschio nella terza rivoluzione dei generi, cioè un impegno a dismettere per sempre, a seppellire negli inferi, lo stigma demenziale che appiccichiamo ancora oggi alle poche donne capaci di sesso ludico. Dobbiamo cancellare dal nostro cervello l’idea medievale che quelle che la danno sono una cosa, quella da sposare sono un’altra. Dobbiamo altresì piantarla con la pretesa idiota che tutte la diano con gioia ma non nostra moglie. Significa imparare in questo campo a non vedere, a non sentire, a non chiedere, ovvero il non detto anche se immaginiamo, e che valga per i giochi extra di lui come per quelli di lei. Questa rivoluzione va fatta in partnership, perché conviene a tutti.

Riequilibrare urgentemente lo squilibrio intollerabile fra domanda maschile e offerta femminile di sesso nel mondo moderno, conviene però soprattutto a voi donne. Come si diceva, il controllo dell’offerta (la do - non la do) vi dà un potere immenso, ma vi massacra pure. Oggi il corpo femminile è ipertroficamente valutato proprio a causa di quella sproporzione, e se non lo fosse più, se cioè a domanda 100 corrispondesse un’offerta adeguata, sparirebbe anche la commerciabilità oltraggiosa delle vostre parti corporee: mai più donne-pezzi di scottona nude e saltellanti che appaiono in tv ma non si odono; mai più deficienti televisive che ‘vengono’ mentre scartano il budino; mai più le ‘Albe Parietti’ invitate a parlare fra esimi intellettuali solo perché le telecamere possano offrirci due tette e una bocca da pompini fingendo però la parità intellettuale in televisione; fine del degrado grottesco della vostra immagine, in Italia in particolare. Dovete, in sintesi, svalutare la gnocca su questo mercato impazzito, rendendola molto molto più felicemente accessibile, e consegnare così al dimenticatoio della Storia le massime come 'tira più un pelo di figa che un carro di buoi', che infatti ispirano l’osceno concetto del gnocca-based marketing che vi insudicia la vita. E infine, pensateci, in un mondo di sesso ludico crollerebbe una fetta enorme del putrescente castello mondiale del commercio sessuale, portandosi al cimitero gli scempi planetari che causa.

Questa la mia sintesi di partenza. La penna a voi, datevi da fare, agite, proponete, fatevi sentire.

(Paolo Rossi Barnard)


venerdì 28 agosto 2009

Ecce Homo.


Ispirato dall'ultimo post di Beppe Grillo.


Berlusconi. Ne abbiamo parlato tanto, troppo, tutti e in bene e in male. Sappiamo tutti chi è. Sappiamo cosa ha fatto, chi ha corrotto, chi ha pagato, chi si è comprato, chi ha denunciato, chi lo ha denunciato, chi ha minacciato e chi lo ha minacciato. Sappiamo ogni cosa di lui. Come ha fatto i soldi, le mazzette che ha versato, quelle che ha preso. Conosciamo le sue amicizie sporche, i suoi legami con la Mafia. Sappiamo cosa mangia e quando caga, sappiamo chi si scopa, come, quando e quante volte. Sappiamo che gli piacciono le ragazzine e le meno giovani, sappiamo che si vanta delle sue prestazioni e delle sue dimensioni, conosciamo i suoi rantoli e le sue posizioni preferite.

Sappiamo tutto di lui. Forse, lo abbiamo votato anche per questo, no? Forse caro Beppe ci piace così com'è. Perchè siamo masochisti fino al punto di permettere ad un personaggio simile di sputtanarci in tutto il mondo, in ogni modo, in ogni occasione, senza vergogna, senza nemmeno chiedere scusa, ma solo smentendo se stesso. Ci piace essere gli zimbelli d'Europa, di essere presi per il culo in ogni consesso, di essere smerdati dai giornali all'estero, dalle trasmissioni straniere, dai reportage di giornalisti non pagati da lui. Ci piace? Non lo so se è davvero così. Una cosa però è certa. L'uomo Berlusconi mette in ridicolo tutti noi, il politico tutta la classe politica.

C'è chi non lo nomina, chi ne è ossessionato, chi lo prende troppo sul serio, chi non pensa ad altro che al modo di rispondergli, chi lo attacca in tutti i modi, chi va giù duro, chi non ci dorme la notte. C'è chi gli lecca il culo in modo talmente spudorato da presentarsi alla gente con la faccia piena di cacca e ti dice che è nutella. C'è chi lo protegge, chi lo difende a parole e nei fatti, chi si fa pagare e si batte per lui, chi ne canta le lodi, chi non esisterebbe nemmeno, senza di lui.

Berlusconi è l'Italia. Nel bene e nel male.

Berlusconi è l'antitesi. E' la questione sempre aperta. E' ciò che unisce e ciò che divide. E' la faccia dell'Italia, quella odierna. Quella che si dimentica dei referendum che ha votato e diventa nuclearista, perchè è lui ad esserlo. Berlusconi è la faccia nera dell'Italia. Quella che crede che l'economia non è in crisi, perchè lui ha giurato che è così.

L'Italia, quella di oggi, non esisterebbe nemmeno senza di lui. Sarebbe un paese diverso. Senz'altro.

Perchè lui è lui. E' il Dio dei poveri e degli operai, degli imprenditori e degli editori, dei politici e dei telefonisti, delle badanti e delle casalinghe, dei santi e dei mafiosi.

Berlusconi è ciò che è.

Ecce Homo.

Ha ragione lui.

Sempre.

Anche quando tutte le prove sono contro di lui.

Ecce Homo.

Berlusconi.

Quando morirà, sono sicuro, ci mancherà.

Prepariamoci, dunque, non manca molto.


(Francesco Salistrari, 2009)


L'inutile partita.


Ci sono momenti in cui mi sento triste. Perché mi guardo in giro e vedo indifferenza, paura, rassegnazione. Perché scorgo negli occhi della gente disinganno, dissillusione, menefreghismo. Dalla coda alle Poste, alla coda in macchina, dallo stadio ai treni, dalle scale di un condominio alla hall di un albergo, dall'ufficio comunale a Palazzo Chigi, dallo sgabello di un bar al salotto di una trasmissione televisiva c'è sempre qualcuno che fa il furbo, che se ne approfitta, che se ne frega. E c'è sempre qualcuno che subisce un sopruso.

Sono triste perché potremmo essere tutti migliori, se solo ci rendessimo conto che ci converrebbe. Che c'è un mondo intero da guadagnare. Eppure mi guardo in giro e vedo furbi e fessi, ladri e derubati, assassini e vittime. Ogni istante, ogni momento, in ogni cosa.

Non è pessimismo, il mio. Non è paranoia. Basta farsi un giro e saper guardare. Basta saper scorgere lo sguardo di sfida o di rassegnazione nella gente che si incontra.

La mia tristezza risiede fondamentalmente nel fatto di redermi conto che ci stiamo facendo male da soli. Forse è da sempre così e forse è per questo che non ce ne rendiamo conto più di tanto ed ognuno di noi, tra sé e sé, sa bene che là fuori è una guerra e per sopravvivere bisogna mostrare i denti o sapersi salvare. Forse è perchè è l'uomo in sé ad esser così. Avido, cattivo, egoista. Forse tutti sappiamo di essere animali istintivi ed è per questo che mentalmente siamo predisposti ad accettare questo stato di cose.

Poi mi capita di vedere una mamma che abbraccia il suo bambino, o una suora che regala una carezza ad un ammalato. Mi capita di scorgere la tenerezza di un padre che guarda suo figlio giocare al pallone o leggere il messaggio di un innamorato su un muro della città. Vedo l'amore ribellarsi all'odio molte volte. Scorgo la pietà umana nei gesti più semplici, nelle parole più sincere, negli abbracci, nel sorriso, nella complicità di un'emozione. Vedo la grandezza dei sentimenti, l'innocenza della bontà. Molte volte. Tante volte.

Ed è allora che la mia tristezza si trasforma in rabbia. Nella rabbia di scoprire un universo intero fatto di bene, di amore, di sincerità, di affetto, di compassione. Di umanità.

E' la rabbia per un'umanità che potrebbe diventare universale se solo ci liberassimo dalle pastoie dell'egoismo e dell'interesse personale, del denaro, del potere. E' la rabbia di sapere che molti uomini sono accecati dai miti del successo e del lusso, del consumismo e della comodità. E' la rabbia di vedere il mondo andare a rotoli solo per permettere a pochi di stravaccare, di sperperare, di comprare anche l'anima delle persone. E' la rabbia di rendermi conto di quanto sia inutile tutto questo, di quanto sia stupido.

La verità è che ci siamo venduti l'anima al demonio, molto tempo fa, e abbiamo scoperto che ci è piaciuto.

Se solo ci rendessimo conto di quanto è sconfinata la gioia dell'altruismo, della condivisione, del disinteresse. Di quanto è meravigliosa una carezza, un gesto d'affetto, un bacio e di quanto inutili e controproducenti uno schiaffo, una cattiveria, uno sputo.

Se solo ci rendessimo consapevoli di essere mortali, saremmo tutti migliori.

Viviamo la nostra vita come se fossimo immortali ed anche se vediamo la morte all'opera ogni istante vicino a noi, la scacciamo simile ad un pensiero, senza curarci del fatto che lei è lì anche per noi.

Viviamo e dimentichiamo di dover morire. Viviamo e dimentichiamo che tutti hanno diritto a farlo.

L'individualismo è la morte dell'umanità. Perchè in questo modo crediamo di esorcizzare la morte, ma in realtà la stiamo già subendo.Perchè tutti moriamo in ogni omicidio. Tutti veniamo stuprati in ogni violenza.

Siamo tutti vittime di noi stessi e del nostro modo di vivere.E il non rendercene conto ci fa ancora più stupidi e illusi.

Ecco perchè sono triste.

Perchè mi rendo conto che l'uomo ha sconfitto se stesso in una partita che non avrebbe nemmeno dovuto giocare.


(Francesco Salistrari, 2009)

mercoledì 26 agosto 2009

'O Sole mio.


E' davvero un Sole anomalo quello che splende nel cielo di questi ultimi anni. Un Sole che sembra non volersi risvegliare dal suo ultimo ciclo di macchie solari che aumentano e diminuiscono a cicli della durata media di 11 anni. L'ultimo massimo si ebbe nel 2001. Il successivo era quindi atteso attorno al 2012. Ma se le cose continuano come in questi mesi, quel massimo potrebbe slittare di molto e le fosche previsioni di catastrofiche tempeste magnetiche per il 2012 sfumare nel nulla.

Il motivo è presto detto. Da quando il numero di macchie solari ha raggiunto il minimo, attorno al 2007-2008, non si è visto il ritorno all'aumento nel loro numero che ci si aspettava per la fine del 2008 stesso. Ad oggi, 24 agosto 2009, sono 44 i giorni consecutivi durante i quali il Sole non ha mostrato alcuna macchia. Ai primi di luglio infatti, un gruppo di macchie denominate con la sigla "1024" aveva fatto pensare a un ritorno all'attività, ma dopo la loro breve apparizione, il Sole è tornato completamente privo di macchie.

A questi fatti si aggiungono altre statistiche che pongono gli astronomi sul "chi va là". Dall'inizio del 2009, anno in cui le macchie solari sul Sole dovrebbero essere ormai numerose, il numero di giorni in cui la stella ne è apparsa priva è di 186, che corrisponde al 79% del totale dei giorni dell'anno. Dal 2004 i giorni senza macchie risultano 697, quando, mediamente, il numero di giorni privi di macchie durante una fase di "minima attività" si aggira attorno ai 485. Vi è poi un ultimo dato: il 2008 ha registrato 266 giorni senza macchie, per trovare un anno con un dato superiore a questo bisogna risalire al 1913, quando furono 311.

Le macchie solari sono una regione del Sole dove la temperatura - di circa 5.000 gradi - è inferiore rispetto a quella circostante - di circa 6.000 gradi - e per questo appaiono più scure, ma al contrario in loro prossimità è molto più intensa l'attività magnetica. Ed è proprio l'intenso campo magnetico correlato alle macchie solari a bloccare il flusso di calore proveniente dalle profondità della stella. Senza attività magnetica, dunque non ci sono macchie solari.

Bill Livingston e Matt Penn del National Solar Observatory di Tucson (Arizona, USA), in un lavoro apparso sull'ultimo numero della rivista scientifica Eos, dimostrano che da alcuni decenni a questa parte i campi magnetici delle macchie solari si stanno notevolmente indebolendo. I due ricercatori stanno rilevando il loro valore dal 1992 e ciò che appare è estremamente evidente. Spiega Livingston: "Dal 1992 ad oggi il valore è sceso da circa 3.000 gauss (l'unità di misura della densità del flusso magnetico) a 2.100, raggiungendo anche il valore di 1.900 nel 2007". Anche se i due scienziati sono certi dei valori registrati, è comunque ancora troppo presto per giungere a conclusioni, certo è che se si estrapolano i loro dati si scopre che il campo magnetico delle macchie solari dovrebbe scomparire del tutto entro poche decadi.

E se così fosse? Potrebbe accadere quello che avvenne tra il 1645 e il 1715, un periodo diventato noto come "Minimo di Maunder". In quell'arco di tempo le macchie divennero estremamente rare, ma quel che è interessante è il fatto che in quel periodo in Europa e in Nord America si verificò la "Piccola Era Glaciale", un arco di tempo tremendo per la sopravvivenza della popolazione di mezzo mondo per il freddo che scese sul pianeta.

Troppo presto per giungere a drammatiche conclusioni, anche perché non è tardi per tenere sotto controllo continuo la stella della vita.


fonte: http://www.repubblica.it

martedì 25 agosto 2009

Un mare di rifiuti.


E' delle ultime ore la notizia battuta dall'Ansa di una "schiuma bianca" e di "aria irrespirabile" nella Grotta Azzurra a Capri, dove già da diversi giorni erano state segnalate sostanze tossiche e si era proceduto all'arresto di due operai di una ditta del napoletano per aver riversato in mare il contenuto di un'autocisterna. Tutto questo oggi ha portato alla chiusura della Grotta, che viene visitata da migliaia di persone al giorno. Un marinaio ha avvertito anche un malore. Il fenomeno è ora al vaglio dei biologi e dei tecnici dell'Asl che sono arrivati immediatamente nella zona dove stanno effettuando i prelievi sia nello specchio d'acqua antistante che nella Grotta stessa. Terza attrazione turistica della Campania per numero di visitatori paganti dopo gli Scavi di Pompei e la Reggia di Caserta, la Grotta Azzurra fu scoperta dal pescatore Angelo Ferraro che nel 1826 vi accompagnò due turisti tedeschi, lo scrittore August Kopisch e il pittore Maler Ernst Fries. Kopisch fu così colpito dalla bellezza della grotta che al suo ritorno in Germania la descrisse in un suo scritto rendendola così famosa. La Grotta era già nota agli abitanti di Capri sin da epoca romana, periodo in cui si ritiene fosse utilizzata come ninfeo marino, ma con la visita dei primi due 'stranieri' ne furono scoperte le potenzialità turistiche. Da allora la Grotta divenne l'emblema di Capri. La principale attrattiva della Grotta Azzurra, che si trova nella zona nord-ovest dell'isola, sono i suoi colori, creati dalla luce del sole che passa attraverso il suo stretto ingresso (2 largo 2 metri e alto altrettanto) filtrata dall'acqua di mare. Alta 15 metri con una profondità di 15 metri, alla grotta si accede solo su piccole barche a remi, in tre persone al massimo, distesi sul fondo.
Dunque un'altra delle bellezze naturali italiane messe a rischio da questa mafia dei rifiuti, dai controlli assenti, da una cultura del territorio e della sua salvaguardia praticamente da medioevo. Non è il primo caso, non sarà l'ultimo. L'Italia, il cui patrimonio territoriale è considerato in tutto il mondo di inestimabile valore, viene quindi messo seriamente a repentaglio da una politica ecologica generale assolutamente carente o non rispettata.
Una situazione non nuova nemmeno a noi calabresi, le cui coste, meraviglie dell'Italia, stanno diventando sempre più sporche, come sporca e impraticabile appare ogni giorno che passa l'acqua del Tirreno dove la politica dell' arraffa-arraffa delle giunte regionali ha allestito un bel banchetto di fondi europei e non ha costruito i depuratori che, da progetto, avrebbe dovuto. Così oggi, sulle coste calabresi, cominciano ad accumularsi anni di depurazione sottodimensionata rispetto al volume dei rifiuti emessi e le conseguenze sono ben evidenti. Basta un bagno per rischiare infenzioni e anche qualcosa in più.

La Procura della Repubblica di Paola, di concerto con l’ufficio ambiente del palazzo di giustizia, con la Polizia provinciale e con la Capitaneria di porto ha apposto i sigilli agli impianti di depurazione dei comuni di Santa Domenica Talao e Acquappesa. Il computo totale dell’inchiesta sulla depurazione dell’alto Tirreno cosentino, partita agli inizi di luglio, è di ben tredici sequestri. Ricordiamo che in precedenza erano finiti nel mirino degli inquirenti i depuratori dei comuni di Santa Maria del Cedro, Grisolia, Maierà (due impianti), Diamante, Aieta, Fuscaldo, Guardia Piemontese e tre impianti di San Nicola Arcella.

Un bel quadro non c'è che dire.

Ma di chi sono le responsabilità? La procura di Paola potrebbe finalmente fare giustizia in questo senso, smascherando i veri responsabili di questo disastro non solo ecologico, ma anche economico (turismo in calo del 35% rispetto a luglio 2008). Ma i nomi dei veri responsabili, forse, li conosciamo già tutti. Saranno condannati? Ne dubito. Anche perchè qui da noi (e Capri in questo non è diversa) sappiamo bene come vanno queste cose, soprattutto quando ad essere coinvolti sono i soliti noti amici degli amici politicanti di mestiere, corsari per vocazione.


(Francesco Salistrari, 2009)

Crollo del sistema e fascismo.


L'analisi del fenomeno denominato "fascismo", contrariamente a quanto si è scritto e detto fin'ora, rappresenta un momento importante anche dell'attualità, economica e sociale, che stiamo vivendo. Infatti, se ci lasciassimo tentare da quel filone storico-politico che ha visto il fascimo come qualcosa di "momentaneo", di unico, nel corso della storia, rischieremmo di non comprendere fino in fondo i meccanismi e gli sviluppi del sistema socio-economico nel quale viviamo. A questo proposito appare illuminante rileggere le parole di Karl Polanyi, il grande pensatore ungherese, che nel suo "La Grande Trasformazione", forse meglio di tutti, ha tratteggiato i contorni del fenomeno fascista e ne ha descritto il suo impatto sulla società a cavallo delle due guerre mondiali. Un fenomeno che ha rappresentato oltre che un momento fondamentale della storia del Novecento, anche la risposta politica al crollo dell'economia e del sistema capitalista esistito prima della Seconda Guerra Mondiale.

"Se mai vi è stato un movimento politico che ha risposto alle necessità di una situazione obiettiva senza essere il risultato di cause fortuite, esso fu il fascismo. Nello stesso tempo era evidente il carattere degenerativo della soluzione fascista; essa offriva una scappatoia ad un blocco istituzionale che si presentava in modo sostanzialmente simile in un gran numero di paesi, e tuttavia se questo rimedio veniva sperimentato produceva ovunque la malattia fino alla morte. Questo è il modo in cui periscono le civiltà.
La soluzione fascista dell'impasse raggiunta dal capitalismo liberale può essere descritta come una riforma dell'economia di mercato raggiunta al prezzo dell'estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell'industria che in quello della politica. Il sistema economico che era in pericolo di disfacimento venica così rivitalizzato mentre i popoli stessi venivano sottoposti ad una rieducazione destinata a snaturalizzare l'individuo e a renderlo incapace di funzionare come unità responsabile del corpo politico. Questa rieducazione, che comprendeva le norme di una religione politica che negava l'idea della fratellanza dell'uomo nelle sue varie forme, fu raggiunta attraverso un atto di conversione di massa applicato ai recalcitranti con mezzi scientifici di tortura.
L'apparizione di un simile movimento nei paesi industriali del globo e anche in diversi paesi soltanto poco industrializzati non dovrebbe mai essere attribuita a cause locali, a mentalità nazionali o a contesti storici così come è stato fatto ripetutamente [...]. [...]Questo movimento apparve in paesi sconfitti come la Bulgaria e in altri vincitori come la Jugoslavia, in paesi dal temperamento nordico come la Finlandia e la Norvegia e di temperamento meridionale come l'Italia e la Spagna, in paesi di razza ariana come l'Inghilterra, l'Irlanda o il Belgio e non ariana come il Giappone, l'Ungheria o la Palestina, in paesi con tradizioni cattoliche come il Portogallo e protestanti come l'Olanda, in comunità militariste come la Prussia e civili come l'Austria, in vecchie culture come in Francia e in nuove come gli Stati Uniti e nei paesi latinoamericani. In verità non vi era un tipo di passato, di tradizione religiosa, culturale o nazionale, che rendesse un paese immune dal fascismo, una volta che erano date le condizioni per il suo ermergere.
[...] Un paese che si avvicinava al fascismo mostrava dei sintomi tra i quali non era necessaria l'esistenza di un vero e proprio movimento fascista. Segni almeno altrettanto importanti erano la diffusione di filosofie irrazionalistiche, il culto estetico della razza, la demagogia anticapitalistica, opinioni monetarie eterodosse, critiche al sistema partitico, denigrazione diffusa del regime o di qualunque altra denominazione del sistema democratico esistente. [...] Hitler fu mandato al potere dalla cricca feudale che circondava il presidente Hindemburg, così come Mussolini e Primo de Rivera (dittatore spagnolo dal 1923 al 1930, ndr) furono mandati al potere dai loro rispettivi sovrani. Tuttavia Hitler aveva un vasto movimento che lo appoggiava, Mussolini ne aveva uno più modesto, Primo de Rivera non ne aveva affatto. In nessun caso fu intrapresa una vera rivoluzione contro l'autorità costituita. La tattica fascista fu invariabilmente quella di una falsa ribellione organizzata con la tacita approvazione delle autorità che fingevano di essere state schiacciate dalla forza.[...]
Il fascismo fu una possibilità politica sempre presente, quasi una reazione emotiva istantanea, in ogni comunità industriale dopo gli anni trenta. Si può chiamarlo una mossa piuttosto che un movimento per indicare la natura impersonale della crisi i cui sintomi erano spesso vaghi e ambigui. [...]
Ciò che per brevità abbiamo designato come situazione fascista non era altro che la tipica occasione per facili e complete vittorie fasciste. [...] Immaginare che fosse la forza del movimento che creava situazioni come queste e non vedere che era la situazione che dava origine in questo caso al movimento vuol dire non raccogliere la più importante lezione degli ultimi decenni.
Il fascismo, come il socialismo, si radicava in una società di mercato che si rifiutava di funzionare. Era quindi di portata mondiale ed universale nella sua applicazione. Esso s'irradiava quasi in ogni campo dell'attività umana sia politica che economica, culturale, filosofica, aritistica o religiosa e fino ad un certo punto esso si coalizzò con tendenze locali o del momento. Non è possibile una comprensione della storia del periodo se non distinguiamo tra la tattica fascista e le tendenze effimere che nei diversi paesi si fusero con essa.
[...]La parte svolta dal fascismo fu determinata in realtà da un fattore: la situazione del sistema di mercato. Durante il periodo 1917-23 i governi ricercarono talvolta l'aiuto fascista per ristabilire la legge e l'ordine: questo bastava per rimettere in moto il sistema di mercato. Il fascismo ancora non si sviluppava. Nel periodo 1924-29, quando la restaurazione del sistema di mercato apparve assicurata, il fascismo svanì quasi completamente come forza politica (ad eccezione dell'Italia, ndr). Dopo il 1930 l'economia di mercato era in una crisi generale. In pochi anni il fascismo diventò una forza mondiale. [...]
Nella maggior parte dei paesi, i contadini si rivoltarono contro i lavoratori urbani; in alcuni paesi ufficiali e proprietari terrieri guidavano i contadini in movimenti fascisti, in altri come l'Italia i disoccupati e la piccola borghesia costituirono la truppa fascista. Da nessuna parte fu sollevata altra questione che quella della legge e dell'ordine e nessun problema di riforme radicali venne presentato. In altre parole non apparve nessun segno di rivoluzione fascista. Questi movimenti erano fascisti solo nella forma, cioè soltanto nella misura in cui delle bande civili, cosiddetti elementi irresponsabili, facevano uso della forza e della violenza con la connivenza delle persone al potere. La filosofia antidemocratica del fascismo era già nata ma non era ancora un fattore politico.[...]
Fu nel terzo periodo, dopo il 1929, che il vero significato del fascismo divenne evidente. Il punto morto del sistema di mercato era chiaro. Fino ad allora il fascismo era stato poco più che una caratteristica del governo autoritario in Italia, il quale sarebbe stato altrimenti soltanto di poco diverso da quelli di tipo tradizionale. Ora esso si presentava come soluzione alternativa al problema di una società industriale. La Germania prese una posizione di guida in una rivoluzione di portata europea e lo schieramento fascista fornì alla sua lotta per il potere una dinamica che presto abbracciò cinque continenti. La storia era nel meccanismo del mutamento sociale.
Un avvenimento contingente ma niente affatto accidentale dette inizio alla distruzione del sistema internazionale. Un crollo a Wall Street crebbe fino a dimensioni enormi e fu seguito dalla decisione della Gran Bretagna di abbandonare la base aurea e due anni dopo da una mossa simile da parte degli Stati Uniti. [...]
Questi avvenimenti simbolici introducevano un'era di mutamenti spettacolari nell'organizzazione del mondo.[...]
Il fallimento del sistema internazionale liberò le energie della storia: i binari erano posti dalle tendenze inerenti ad una società di mercato."

Come possiamo ben vedere, Polanyi, legava l'emergere del fenomeno fascista a livello mondiale non già a qualche caratteristica nazionale peculiare o storica particolare, ma al disfacimento del sistema di mercato fino a quel momento esistito. Dopo il 1929, con il crollo dell'economia mondiale, il fascismo, diventa a livello internazionale una "mossa" con la quale i governi tentano di salvare il sistema capitalista nel suo complesso dal crollo completo e cercano di limitare e mettere fuori gioco le spinte verso soluzioni alternative come quella rappresentata dal socialismo (o comunismo), incarnate dai movimenti della sinistra mondiale. Dunque, il fascimo, lungi dall'essere un fenomeno momentaneo e unico, appare come l'estrema ratio del sistema per salvare se stesso dal crollo e dalla distruzione. La Guerra Mondiale non fu altro che la riequilibrazione delle situazioni esplose con il crollo del sistema di mercato.
Che lezione dobbiamo trarre dunque dal fascismo? Dovremmo pensare che furono semplicemente personaggi eccezionali come Hitler, Mussolini, Hiroito e gli altri a garantirne l'ascesa (e la caduta)? Oppure dovremmo guardare al fascismo come ad un momento "naturale" del sistema capitalista, come ad una sorta di sistema immunitario contro i sintomi del disfacimento?
Ai posteri l'ardua sentenza.
Una cosa è certa. Il sistema capitalistico crollerà nuovamente, anche se per motivi diversi da quelli che ne causarono il crollo dal 1929 in poi. Sarà allora che la "teoria" di Polanyi potrà trovare sconvolgente conferma o altrettanta smentita. Una cosa però si può dire fin da ora, a differenza di quella degli anni trenta, la società e la classe politica oggi ha la possibilità di sapere in anticipo cosa ci si potrebbe aspettare da un crollo economico generale. In altre parole, non ci potrà più essere un Re che col senno di poi dirà: "Non avevo compreso il pericolo rappresentato da Mussolini".

(Francesco Salistrari, 2009)

lunedì 24 agosto 2009

In Afghanistan hanno vinto tutti e perso solo i muli, politicamente corretti.


E così pur non avendo mai visitato l’ Afghanistan, neanche il 2 per cento degli italiani, e neanche sognato di farlo…ecco che per magie della tecnologia, sappiamo tutto o quasi delle elezioni che si sono svolte in quel paese, anche se non ci interessa molto. Sappiamo appena passata la nuttata satellitare, che ha vinto Karzai e Abdullah, non fosse che solo per il doppio identico nome- cognome. Detto tra noi, tifano tutti per Karzai. Come non scordare quei primi di dicembre del 2001, quando dal Corriere, si ammetteva che ci piaceva quel raffinato signore e si concludeva: “Non casualmente, a questo punto della guerra, Hamid Karzai è l’ unico generale a poter far sfilare un esercito “politicamente corretto”.

Un po’ come in ogni teatrino dove regna la democrazia o regnerà, tutte e tutti hanno vinto, gli astensionisti non hanno il senso del dovere e in questo caso chissà cosa gli riserverà il destino, quale amputazione dal Consorzio sociale, quale nessuna parte nel teatrino della guerra, insomma nè vittime nè torturatori, codardi che non hanno scelto tra quei quasi seimila candidati (2900 già registrati per i 249 seggi nella ‘Wolesi Jirga’, la Camera bassa, e di questi 350 donne). “Questo numero impressionante – valuta l’ ‘International Crisis Group’, in un’ analisi delle settimane scorse – dimostra l’ enorme interesse che la gente continua ad avere per creare un Afghanistan in cui prevalgano i voti e non i fucili“.

Voti per 17 milioni di elettori. Dai, per la prima volta, nessuna violenza mostruosa, a parte certi stanati che volevano farsi saltare, brogli e imbrogli ordinari per chi non conosce le regole del gioco… dai, è stato un successo, grande: tranne che per i muli.

Vado seriamente a dire, perchè hanno perso loro secondo me, i muli. Costretti a caricarsi il dorso di certe sacche contenenti urne e certificati elettorali, per un tozzo di boh, sono stati gli ignari protagonisti che portavano pace e libertà, altro che i ” 14 giganteschi aerei Antonov, insieme con 135mila urne e 140mila bottiglie di inchiostro indelebile”. In più di 3.000 ad arrivare dove non arrivano i mezzi meccanici, li aspettavano a mani giunte, quasi sopra ci fossero i Re Magi: un bel dono offrire pace e democrazia, dove da anni regna la guerra…Dicono che sono lenti ma affidabili, un po’ come certe nostre utilitarie che invece bevono solo petrolio…

Secondo voi gli hanno dato una dose doppia rispetto a quando portano l’oppio? Chi ha vinto li premierà? E chi riporterà indietro tutte quelle borsone di vu cumprà il voto? Io spero che non ci sia un attentato kamikaze, contro di loro, portatori di cotanta pace e democrazia. Spero che anche in Afghanistan si faccia come in America,una realtà i Marines, che vanno a scuola di ”uso e trattamento di asini e muli”, a Pickel Meadow , una delle basi più recondite degli Stati Uniti, nella Sierra Nevada, in California. Lontani i tempi del 2006, quando il forum dell’ Ana si poneva il quesito: Muli e salmerie: Folclore alpino? O utilità tattica?

Mi scusino i muli, avrei dovuto chiamarli asini, e forse mai forse bardotti, perchè la differenza c’è sempre: il Bardotto è un incrocio fra un’ asina e un cavallo e non è grande. Il mulo è un incrocio tra un’ Asino e una Cavalla ed è grande. Ma sono incroci entrambi e sia le femmine che i maschi sono sterili. L’ asino è un’ animale invece che non proviene da incroci, ecco perchè mi sembrava più consono chiamarlo così, mulo, per quell’atto nobile che ha intrapreso, quasi volontariamente di scalare le vette con il voto, sembrava quasi che lo facesse come per un ex voto, una missione…politicamente corretto.



Ma la fama di questo successo afghano è volato anche da noi e tante volte fosse stato importato e si fosse involata anche da noi la moda del burkini e del burka, proprio ora che tutte le donne se lo sono strappato in Afghanistan e sono ben protette da civilissime leggi di pari opportunità discriminatorie Karzai…, Gianluca Buonanno, con misura precauzionale, ha emanato la seconda ordinanza dopo il burkini, quella del divieto di burka su tutto il territorio comunale di Varallo Sesia.

Coesa socialmente, saluto il vincitore qualunque esso sia.

Escort afghane fatevi avanti, nude o svestite, a dorso di chi vi pare, verso il 2010 e le prossime elezioni con calendario di pace, politicamente corretta, sempre.


(Doriana Goracci)

domenica 23 agosto 2009

Caligola e il suo cavallo.


Papponi, mignotte, ruffiani, leccaculo.

Megalomani, bugiardi, arroganti, tossici.

Mafiosi, ladri, truffatori, evasori.

Sembra l'elenco di una serie di arresti in uno dei peggiori quartieri di Napoli o di qualche altra città italiana. E invece sono solo alcune delle eccellenti qualità dei nostri governanti. Un bel vedere non c'è che dire!

Paese alla malora, moralmente ed economicamente. Istituzioni democratiche messe a rischio da questa politica di teatranti e marionette da strada, spietati, assetati di denaro, senza scrupoli, senza ideali.

Il nostro paese sta rischiando davvero tanto, ma la colpa è nostra. Perchè a meno di non ipotizzare brogli elettorali su larga scala, questa gente al governo ce l'abbiamo mandata noi. Dico: come cazzo abbiamo fatto? Quello che non riesco davvero a capire è com'è possibile che il popolo italiano si sia potuto fidare di un uomo come Berlusconi. Come abbia potuto credere alle sue vaneggianti promesse, come abbia potuto solo per un attimo pensare che quest'uomo, le cui fortune sono misteriose fino a un certo punto e lecite di sicuro no, avrebbe potuto rappresentare un'alternativa a quell'altra manica di ladri che erano i governucoli democristiani e socialisti. Non riesco a capire questo e tante altre cose, ma forse non le voglio capire, perchè nel farlo probabilmente scoprirei qualcosa di molto spiacevole.

Ripeto, aldilà di qualsiasi tesi complottista sulla “fortuna” elettorale di Berlusconi e dei suoi lacchè, aldilà di qualsiasi analisi politica che tenga conto dei legami potenti con la mafia di Forza Italia che ne hanno garantito il successo soprattutto al Sud, quello che rimane è sicuramente un quadro non molto edificante per il popolo italiano. Si perchè altra spiegazione non c'è se non che il popolo italiano è masochista o forse no, il popolo italiano è un po' così, un po' pappone, un po' mignotta, un po' ruffiano e leccaculo, un po' megalomane e un po' bugiardo, un po' arrogante, un po' tossico, un po' mafioso, un po' ladro, un po' truffatore, patologicamente evasore. E Berlusconi al popolo italiano piace, perchè in esso rivede tutti i suoi vizi e li vede santificati al potere e si sente sicuro, protetto, assolto divinamente da questi peccati.

Ma Berlusconi piace perchè è l'italiano medio al potere, ignorante quanto basta, sfrontato e arrogante qualche volta, indiscreto e inopportuno quando non si deve, menefreghista e nichilista al punto giusto, megalomane e vanesio fino al parossismo. Il popolo italiano ama Berlusconi perchè in esso si rivede e si piace. Si automasturba nelle sue uscite sconce, nelle sue battutacce senza garbo, nella sua arroganza da potente, nella sua visione favolistica di uomo di strada che arriva al potere. Si rivede nei suoi modi guasconi e nella sua statura. Bassa, appunto.

Forse è questa la ragione “sociologica” di questo consenso altrimenti inspiegabile a meno di qualche cervellotica teoria del complotto.

No, Berlusconi vince perchè all'italiano piace. Perchè ogni italiano che l'ha votato si rivede in lui e si sente riscattato, perchè è lui stesso ad andare al potere, perchè si rivede nelle scelte di quest'uomo che si autoproclama l'unto, Napoleone, Gesù Cristo con la naturalezza di un bambino, che si presenta all'Italia come il salvatore della patria, come “l'uomo del fare”, quello che ha in tasca la ricetta magica per ogni problema.

E all'italiano piace, piace questo moderno Caligola.

Un giorno vedremo un cavallo eletto Presidente della Repubblica in una splendida parata trasmessa a reti unificate da RAI e Mediaset.

Quando arriverà questo giorno preparatevi, si va in vacanza.


(Francesco Salistrari, 2009)

mercoledì 19 agosto 2009

Strategie dell'attenzione.


Se c'è qualcosa che possa davvero far sentire realizzato un uomo di potere, questo qualcosa è la consapevolezza che le proprie scelte abbiano sortito l'effetto voluto.
Quando, intorno ad un tavolo importante, vengono prese determinate decisioni, soprattutto se sofferte, ciò che sempre si spera è che quelle stesse decisioni raggiungano lo scopo. Sono le reazioni del corpo sociale ad essere davvero importanti, perchè è precipuamente sul calcolo ipotetico di esse che si gioca la partita.Il se la società assorbe o meno ed in che misura le decisioni prese dopo lunghe ore di colloqui e ripensamenti, è il vero problema che si pone allo stratega del potere, è il quesito fondamentale al quale esso deve cercare di dare risposta tentando (e il più dlle volte, azzardando) un'ipotesi. L'ipotesi a volte gioca un ruolo più importante della decisione stessa ed è proprio il saper formulare l'ipotesi esatta che fa la differenza tra chi è stratega del potere e chi non lo è. Gli insuccessi di scelte politiche fondamentali e le conseguenti marcia indietro, hanno dunque la propria ragione in ipotesi sbagliate, in calcoli errati, in conseguenze e reazioni della società non considerate.
E' da qui, e da qui soltanto, che deriva l'orgoglio, pieno, sincero, sentito, dell'uomo di potere. L'orgoglio di detenere il potere e saperlo usare, l'orgoglio di essere capace di sapere cosa la gente penserà e come reagirà alle proprie scelte, se le condividerà o se ne lagnerà, soprattutto se pesanti e drammatiche.
Quando un capo di stato dichiara guerra deve essere pronto a considerare che essa possa concludersi con una sconfitta e con pesanti perdite per la popolazione. Una decisione del genere, deve quindi essere preceduta da un esame attento di tutte le possibili conseguenze sulla popolazione del proprio paese affinchè si possa organizzare al meglio una campagna propagandistica adeguata capace in qualche modo di convincere la gente delle ragioni della guerra stessa, della sua necessità e di prepararla mentalmente alla sofferenza e alla disfatta. L'ipotesi, ancora una volta, gioca un ruolo determinante. Prevedere in qualche modo gli scenari futuri pensando alla peggiore delle conseguenze è ciò che rende possibile la preparazione della migliore campagna propagandistica a favore della guerra. Saper cosa dire al proprio paese, a prescindere dai reali interessi economici e militari che possano celarsi dietro una guerra, dipende principalmente da un'ipotesi il più aderente possibile alla realtà in merito alle conseguenze della guerra stessa.
Si è parlato di guerra, una delle decisioni più sofferte e pericolose per un uomo di potere, ma potrebbe parlarsi di qualsiasi altra scelta politica che in qualche modo possa avere delle reazioni a doppio taglio nei confronti proprio del potere da parte di una società che la subisce.
La società deve essere quindi analizzata, studiata, controllata per essere governata nel migliore dei modi. Le spinte al cambiamento debbono saper essere incanalate nelle direzioni volute e perciòstesso non possono travalicare alcuni confini ben definiti. E' questa la lezione più importante che la storia abbia potuto impartire agli uomini di potere di tutto il mondo. Finchè ci sarà controllo sociale, il potere resterà saldo, malleabile ed in ultima analisi a misura d'uomo, accettabile. Sfuggito il controllo sociale, esso può divenire altresì brutale, spietato e soprattutto vulnerabile.
Negli anni '70 in America (e in seguito in tutto il mondo occidentale), le spinte prepotenti da parte della società al cambiamento, imposero alcune tra le decisioni politiche da parte del potere più drammatiche della storia ed è proprio in quegli anni che il potere sperimentò tecniche e strategie mai tentate prima, ma non per questo inefficaci. Alla propaganda (strumento per eccellenza utilizzato negli anni duri dell'anticomunismo), vengono infatti affiancati alcuni fra gli espedienti più ficcanti della storia della politica. La c.d. strategia della tensione, sperimentata in Italia negli anni del terrorismo rosso, ma soprattutto l'utilizzazione delle sostanze stupefacenti, il cui mercato nero veniva lasciato quasi completamente libero da parte delle forze di polizia, come demoralizzatore sociale, sono tra i ritrovati più geniali delle élites di potere per controllare le spinte rinnovatrici e rivoluzionarie provenienti dalla società. Il potere, infatti, se da una parte concedeva spazio e maggiori libertà in determinati ambiti, per conservarsi praticamente intatto ed uscire dallo scontro rafforzato, dall'altra restringeva e aumentava il controllo sociale.
L'inizio del nuovo millennio, da questo punto di vista, registrò una svolta. Se, infatti, negli anni '70 il traffico di stupefacenti veniva lasciato praticamente libero solo come estremo rimedio nei quartieri delle grandi città ritenuti più pericolosi ed eversivi e praticamente impossibili da controllare, il duemila vide questa scelta divenire l'apice di un più vasto programma di controllo sociale che faceva di internet e delle nuove tecnologie comunicative i meccanismi più efficaci. Il nuovo millennio è infatti il millennio dell'informatica e della globalizzazione. Ed è il l'epoca che ha consacrato la televisione come lo strumento principe per il controllo sociale, catalizzatore di consenso e propaganda non solo politica ma anche commerciale. L'era televisiva, avviata negli anni '50 ha cambiato per sempre il modo di rapportarsi delle élites alla società ed ha consegnato in mano alle prime un formidabile strumento per orientare l'opinione pubblica. La proprietà o il controllo dei network televisivi è diventato dunque il programma politico di riferimento di tutte le élites dominanti del mondo.
“Questo paese non lo governiamo con i carabinieri, ma con la televisione” (dal film “SUD” di Gabriele Salvatores).
Oggi appare fin troppo evidente l'importanza della televisione nello spostare quote elettorali, consensi, opinioni sui problemi che investono il paese, sui gusti commerciali, sugli usi e costumi sociali, sui modelli di vita che le persone inseguono e sui cui basano la propria strategia di vita. La televisione è diventata il punto di riferimento per intere generazioni e solo da alcuni decenni, l'avvento di internet ne ha messo relativamente in crisi la presa. Sebbene ancora i fruitori di internet rispetto alla popolazione complessiva di un paese sono relativamente pochi, il controllo di questo meraviglioso strumento di comunicazione mondiale diventerà, come lo è stato in passato per la televisione, il programma e l'ossessione di tutte le élites politiche del mondo.
Starà alla società e alle persone consapevoli evitare che un mezzo di propagazione della conoscenza e dell'informazione così efficace ed immediato, venga fagocitato da interessi diversi e opposti. Dagli stessi interessi che hanno fatto della televisione il teatrino dei propri fatturati.
La partita è aperta. Sta a noi saperla e volerla giocare.

(Francesco Salistrari).

martedì 18 agosto 2009

Terzo Mondo e mondializzazione.


I paesi in via di sviluppo non costituiscono una unità culturale omogenea, ma costituiscono piuttosto la "periferia" del mondo. I paesi del Terzo Mondo comprendono infatti una grande varietà di nazioni con caratteristiche così diverse che difficilmente si possono considerare come appartenenti ad un'unica entità; esistono paesi poveri e paesi potenzialmente molto ricchi, paesi semidisabitati e paesi dove la concentrazione demografica e urbana raggiunge livelli patologici, vi sono paesi multietnici e paesi omogenei, alcuni dei quali - come i paesi della parte meridionale dell'America Latina - abitati da popolazioni poco diverse dal punto di vista etnico da quelle europee. Vi sono poi paesi retti da governi se non democratici almeno tolleranti, e paesi che hanno conosciuto regimi che forse non è eccessivo definire dispotici, paesi pacifici e paesi dove la guerra appare endemica. Tuttavia il problema del Terzo Mondo, con il suo notevole sviluppo demografico, rappresenta una questione troppo importante per non essere affrontata e molto probabilmente nel prossimo futuro il problema del rapporto fra Nord e Sud è destinato a divenire uno dei principali problemi dell'umanità.

L’estrema povertà di vaste aree del pianeta, fardello e vergogna di un mondo ipertecnologico e iperproduttivo, rimane un fenomeno che è ancora lungi dal trovare soluzione se lasciato inserito nel quadro di regole e squilibri di un mercato come quello attuale, sempre più globale e pervasivo. L’enorme debito pubblico gravante sulla stragrande maggioranza dei paesi poveri del mondo (soprattutto africani), rappresenta non solo un freno alla piena democratizzazione dei vari sistemi politici, ma soprattutto un pesantissimo fardello opprimente per popolazioni e sviluppo economico. Il problema dell’arretratezza dei paesi del cosiddetto Terzo mondo affonda le sue radici nella storia ed è attribuibile a tutta una serie tensioni, sconvolgimenti e imposizioni, dovuti all’epoca coloniale e alla politica delle potenze europee di cui quell’epoca è stata caratterizzata. Il saccheggio sistematico, l’occupazione, la spartizione e la destabilizzazione di quelli che oggi vengono definiti paesi del terzo mondo ma che un tempo erano i “dominions” di superpotenze come Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio e Germania, ha causato un ritardo forse incolmabile di questi paesi nei confronti del c.d. occidente ricco. L’arbitrarietà dei confini, la mescolanza etnica dovuta a forti migrazioni e deportazioni forzate volute dalle potenze occidentali, hanno reso, oggi, i paesi del terzo mondo teatri di guerre sanguinose e disastri sociali. La forte instabilità politica di ampie regioni dell’Africa, affonda in definitiva le sue radici negli squilibri creati dal colonialismo e dalla decolonizzazione successiva che ha lasciato spesso paesi sconquassati, spremuti nelle proprie risorse, divisi socialmente, economicamente allo stremo e indebitati massicciamente. “La geografia della fame è una leggenda: è legata solo alla passività, all’inerzia creata dal colonialismo nelle popolazioni autoctone. Faceva comodo al colonialismo incoraggiare la fatalità e la rassegnazione.[…] Il fatto coloniale non è solo politico: è anche e soprattutto economico. Esiste una condizione coloniale quando manca un minimo d’infrastruttura industriale per la trasformazione delle materie prime. Esiste una condizione coloniale quando il gioco della domanda e dell’offerta per una materia prima vitale è alterato da una potenza (o più potenze) egemoniche” (Enrico Matteri, discorso del 1960 a Tunisi, mai pronunciato,conservato negli archivi dell’ENI).

Le parole di Mattei, che per primo capì l’importanza di una politica energetica e di sviluppo per i paesi africani e mediorientali, diventano oggi di un’attualità schiacciante, perché se è vero che la decolonizzazione è un fatto storico indiscutibile, altrettanto vero è che il colonialismo come fenomeno economico è ancora esistente e fortemente condizionante i paesi non occidentali. La pressione economica, attraverso l’operato dei grandi trust (in materia energetica) e delle multinazionali (in materia di infrastrutture e beni di consumo), rappresenta ancora oggi un’arma molto potente nelle mani dell’occidente nei confronti dei paesi subshariani, del medioriente, dell’Africa del centro-sud e dell’Asia.

Così, l’enorme divario esistente tra i paesi ricchi e i paesi poveri del mondo, appare oggi incolmabile con i meccanismi messi in atto dalla nuova mondializzazione dei mercati e degli scambi e questo per tre ragioni: 1. Senza una politica di cancellazione totale del debito pubblico, quest’ultimo continuerà ad aumentare, rappresentando un gravissimo impedimento all’accelerazione economica e di sviluppo di questi paesi; 2. l’ingresso in un sistema integrato di mercati di questi paesi, sarà (e per alcuni lo è già) disastroso in quanto la competitività è bassissima e nessun paese sarà in grado di sopportarla senza una copertura adeguata del gap tecnologico e finanziario di cui dispongono nei confronti degli altri competitor; 3. lo sviluppo economico di questi paesi è osteggiato da molti paesi ricchi (anche se non palesemente) in quanto l’emergenza di questi paesi sulla scena competitiva rappresenterebbe un fattore di squilibrio prepotente nel mercato energetico.

Dal momento che la produzione e la distribuzione energetica e il reperimento delle risorse per far fronte ad una costante crescita della domanda, rappresenterà la sfida del sistema di mercato nei prossimi decenni, appare scontato come l’inserimento di paesi oggi poveri sul mercato energetico (non solo come produttori, ma soprattutto come consumatori) sia quantomeno problematico (e osteggiato).

Il dato di fondo è e rimane che l’indebitamento massiccio dei paesi poveri diventa, grazie alle regole del mercato globale, un’arma di ricatto e se a ciò si aggiunge la fragilità politica di alcuni, la non democraticità di molti e la perenne instabilità sociale di tutti , il traguardo di un loro sviluppo appare ancora lontano e quasi irraggiungibile.

Se i paesi del Terzo Mondo si analizzano poi dal versante della sanità, il quadro appare raccapricciante.

Sono milioni le persone che all’anno muiono di fame, di sete, malaria, aids, ebola, difterite, tbc ecc. Le cifre paurose del tasso di mortalità dei paesi africani in particolare, dovute anche a guerre etniche, di potere, religiose, ci consegnano un quadro in cui parlare di carneficina può risultare riduttivo. Un massacro giornaliero che lascia sgomenti soprattutto se si osserva l’opulenza delle classi ricche (reali e non) dei paesi produttori di petrolio del vicinissimo Medio Oriente, ma anche gli sprechi (di medicine, alimenti, acqua) dei paesi industrializzati occidentali e asiatici. Lo stridente contrasto tra l’immagine di una strada di New York, Pechino, Dubai, Roma, Mosca, la stessa Rio de Janeiro, e una strada di Karthoum, Kinshasa o di uno sperduto villaggio congolese o nigeriano, non può lasciare indifferenti. Generazioni di bambini condannate ad un misera vita (se non brevissima), mutilate dai campi minati disseminati un po’ in tutta l’Africa, asfissiate da caldo e siccità, falcidiate da epidemie spaventose di ebola e aids, inviliti e uccisi da colera, tifo, malaria, peste. Guardando le cifre sull’aspettativa di vita media africana, del tasso di mortalità tra i bambini, leggendo i resoconti spaventosi dell’OMS sulla mortalità in periodi epidemici, ci sembra di leggere e di osservare un mondo che in occidente e in gran parte dei paesi asiatici non esiste ormai dal medioevo. I milioni di dollari che il mondo raccoglie in beneficenza per queste popolazioni in un anno, sono solo gocce perse in un mare di morte, perdizione, paura e non saranno mai sufficienti a garantire un reale effetto benefico sulla stragrande maggioranza di questi popoli e cosa più importante sulle loro economie. Certamente il lavoro di “Ong”, croce rossa, volontariato missionario cattolico, aiuti internazionali, è per moltissime persone una manna dal cielo e risulta prezioso in situazioni disastrate come il Sudan, la Burkina Faso, il Botswana, il Congo ecc. ecc.

Fintantoché l’arretratezza tecnologica e infrastrutturale non sarà combattuta massicciamente dalle potenze economiche mondiali, attraverso un cambiamento di rotta radicale nel modello di sviluppo proposto e messo in atto, fintantoché i rapporti tra potenze ricche e questi paesi saranno improntati alla logica della dominazione e dell’imposizione, il futuro dei paesi del terzo mondo sarà appeso a un filo di miseria e arretratezza. Per dirla ancora con Mattei, c’è bisogno di qualcuno che parli la lingua dell’accordo e non dell’ingiunzione, che offra a questi paesi “[…] la parità, la cogestione, la formazione di un’elite tecnologica perché non siate ricevitori passivi di un’iniziativa straniera, ma siate soggetto, non oggetto di economia”.

L’aspetto più controverso della situazione mondiale attuale è rappresentato proprio dagli squilibri e dalle contraddizioni che il capitalismo moderno provoca e alimenta. I meccanismi competitivi e l’espansione dei mercati in questo particolare periodo della storia, lascia aperti moltissimi dubbi sulla congruità di questo sistema a rispondere adeguatamente alle esigenze delle popolazioni della terra, tenendo conto di cultura, economia, struttura sociale.

Il fatto che il mondo abbia già sperimentato un sistema di mercati così vasto e pervasivo, autoregolentesi grazie alle borse, alle politiche monetarie e alle grandi aziende multinazionali, aldilà e in competizione/accordo con i contesti nazionali, dovrebbe essere un monito per il mondo intero e una lezione che avremmo già dovuto imparare. Il mondo del diciannovesimo secolo, collassato su stesso negli anni a cavallo delle due guerre mondiali, il mondo dell’emergenza di un capitalismo non più nazionale, ma già internazionalizzato, ha avuto un effetto devastante sugli assetti e gli equilibri sociali e politici e ha sprofondato l’uomo nella sua più grande tragedia, la seconda guerra mondiale. Aldilà infatti dell’enfasi posta sulle responsabilità morali e politiche (indiscusse) di Hitler e della sua follia ossessiva di conquistare il mondo e sottomettere l’umanità ad una “razza superiore”, il nodo gordiano della questione rimane quello che carnefici come Hitler, come lo stesso Stalin, come Hiroito, furono i figli legittimi di un crollo di sistema che è cominciato con la prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica, ha raggiunto la sua vetta nel crollo della borsa del ’29 e si è conclusa nella devastante tragedia della storia, appunto la guerra scatenata da Hitler e dai sogni imperiali di uomini senza scrupoli. Il nazismo, come qualsiasi altro fenomeno politico di fascismo, perde qualsiasi consistenza se sganciato arbitrariamente dal contesto economico nel quale emerge. Il punto è che la “svolta dittatoriale” di un sistema politico, non rappresenta semplicisticamente un’avventura di potere, ma è una “mossa” obbligata (Karl Polanij, “La Grande Trasformazione”) per contrastare il disfacimento del sistema economico in atto e contenere le aspirazioni sociali, difensive e offensive, naturalmente emergenti.

Il crollo del sistema di mercato, non è una invenzione fantasiosa, ma un dato storico indiscutibile e che dovrebbe far riflettere tutto il mondo sull’adeguatezza del ritorno ad un sistema del genere nel mondo moderno. E questo soprattutto a fronte di situazioni di arretratezza come quella dei paesi del terzo mondo e di una situazione molto precaria e incerta sul versante del fattore energetico, strategicamente e indissolubilmente legato alla tenuta del sistema stesso.


(Francesco Salistrari, 2009)


Fine Corsa



di Giulietto Chiesa

In esclusiva pubblichiamo l'editoriale di Giulietto Chiesa comparso sul n. 4 della rivista "Megachip".


Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un'altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.




1) La prima considerazione-constatazione è che l'umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di "insostenibilità". Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è "overshooting". Siamo in overshooting da 25 anni. E' una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Dal 1980 in avanti, circa, i popoli della Terra hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto esse siano in condizioni di rigenerarsi.

Cos'è esattamente l'overshooting? E' “andare oltre un limite”, anche senza volerlo. In primo luogo perché non lo si sa. Ciò avviene – dicono gli scienziati del Club di Roma - in condizione di crescita accelerata, oppure quando appare un limite o una barriera, oppure a causa di un errore di valutazione che impedisce di frenare, ovvero quando si vorrebbe frenare ma non ci sono più freni disponibili.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un “picco”, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Dove si trovi questo picco, questo Capo di Buona Speranza, è molto difficile da calcolare, perché siamo dentro problemi di altissima complessità

Siamo esattamente in una situazione in cui tutti e quattro questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell' overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l'overshooting diventi un'idea comunemente accettata. Bisognerà agire in questi limiti di tempo.

Ma è già evidente oggi che l'attuale architettura istituzionale della politica e dell'economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta. Ecco perché questa situazione deve trovare posto in una rivista che si occupa di comunicazione e di informazione: perché questa situazione non viene comunicata e, quando lo è, è comunicata male e in forme ingannevoli.

Per esempio perfino l'opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi "corriamo il rischio" della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

2) Cosa occorrerebbe fare, da subito?

a) Sviluppare a ritmi forzati la ricerca scientifica e tecnologica in direzione del risparmio energetico, della riduzione dell'aumento demografico del mondo povero, dell'aumento del consumo alimentare dei poveri e della crescita delle loro condizioni di vita (perché questo riduce la natalità), dell'aumento della produzione di energie alternative, della riduzione dell'inquinamento ambientale e degli scarti: in poche parole andare verso la riduzione dell'impronta umana sull'ecosistema, sulla biosfera.

b) Pianificare gl'interventi sull'unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un'architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l'orizzonte temporale della programmazione degl'interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

c) Organizzare il cambiamento di abitudini di miliardi di persone. Ciò richiede un drastico mutamento dei sistemi di informazione e comunicazione, delle istituzioni educative in generale. Mutamento che non può essere spontaneo o casuale, e che va dunque organizzato dai poteri pubblici e democratici. E' evidente che esso influirà sugli assetti proprietari del sistema mediatico, e anche per questa ragione sarà duramente osteggiato.

Vi sono alcuni corollari a queste considerazioni:

Corollario n.1. Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati. Cioè bisognerà non dimenticare che, anche se cominciassimo oggi stesso a proporre cambiamenti, ci vorrà molto tempo prima che si producano effetti. In altri termini l 'overshooting peggiorerà nel corso del prossimi vent'anni.

Corollario n.2. Non abbiamo altri trent'anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Corollario n.3. Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti. Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Corollario n 4. Non stiamo discutendo dell'eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell'ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell'ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Corollario n 5. Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Corollario n. 6. La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

Un ulteriore aspetto della questione deve essere evidenziato.

Molte risposte fino ad ora formulate a questo tipo di considerazioni affermano che vi sono due meccanismi in azione che potranno risolvere, se non tutte, almeno una parte rilevante delle attuali e future contraddizioni. Si tratterebbe della tecnologia e del mercato. E di una combinazione di entrambi. Entrambi, in effetti, possono esercitare una influenza, ma nessuno dei due, singolarmente e insieme, sarà sufficiente. Per diversi e concomitanti motivi. La tecnologia sostitutiva e integrativa dei processi in corso non è in grado di fare fronte alla rapidità della crisi. Gli aggiustamenti tecnologici necessari per produrre mutamenti nella qualità dello sviluppo (cioè verso la sostenibilità almeno parziale, cioè verso il restringimento dell' overshooting , sicuramente non verso la sua eliminazione) richiedono tempi non inferiori ai 30-50 anni per entrare in funzione. Le tecnologie costano. Le tecnologie richiedono anch'esse ulteriori flussi di energia e di materiali. Cioè, mentre cercheranno di alleviare i problemi, ne creeranno altri. In parole più semplici: crescita della popolazione mondiale, crescita geometrica dello sviluppo dei consumi, crescita della domanda di energia in presenza di costi crescenti di estrazione dell'energia fossile organica e inorganica, saranno tutti fattori che non potranno essere fermati dalla sola crescita tecnologica (neppure nell'ipotesi ottimale che, per essa, si trovino le immense risorse necessarie) .

Per quanto concerne il mercato, esso ha proceduto fino ad ora in direzione della totale insostenibilità. E' il mercato ad avere prodotto questa situazione insostenibile. Il mercato implica una crescita esponenziale (proporzionale a ciò che è già stato accumulato) , che è racchiusa nella logica del prodotto Interno Lordo. Ma una crescita esponenziale non può procedere indefinitamente in un qualsiasi spazio finito con risorse finite .

In altri termini, l'economia capitalistica, esattamente come la popolazione, non sempre cresce, ma entrambe sono strutturate per crescere e, quando crescono, lo fanno in modo esponenziale. Questo modo non è sostenibile.

Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso. Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione, nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

L'economia fisica (le merci, i servizi, e la loro produzione) è una cosa reale.

L'economia del denaro è un'invenzione sociale che non è soggetta alle leggi fisiche della natura.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell'impronta umana sull'ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: “Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno l via d'uscita senza riguardo al benessere dell'Uomo”

Un'ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell'Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

La quota europea di questa spesa - che, si noti, concerne soltanto le spese per fare fronte alle esigenze di adattamento e di riorganizzazione sociale e industriale - sarà pari, mediamente, ogni anno, a 70 miliardi di euro. Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

E si tenga presente un dato emerso negli ultimi mesi. Dato che ci informa che, se non fossimo folli, potremmo risolvere molti dei problemi qui esposti: la sola guerra irachena è costata (secondo diverse e autorevoli valutazioni) dai tre ai cinque trilioni di dollari.




fonte: www.giuliettochiesa.it


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