giovedì 21 maggio 2009

Vetro.


Nota dell'autore:

Questo scritto è stato composto in momenti diversi. Ogni sua parte, intervallata da un ampio spazio, nella formattazione, è stata scritta in un momento successivo alla precedente. L'ultima versione, quella riprodotta qui di seguito, è la correzione finale ad idee diverse, pensate in diversi momenti.







Vetro.



Mi ritrovo in una realtà fatta di vetro.

Splendente.

Profuma di appena lavato. Come disinfettante.

Vedo qualcosa di rassicurante.

La luce filtra attraverso il vetro e mi offre i colori.

E' meraviglioso guardare il mondo prendere o perdere colore. Veder sfumare la realtà in tinte indefinibili e nemmeno riproducibili. Nemmeno attraverso le immagini.

L'occhio di Ra è lì a ricordarcelo ogni giorno.

Guardo la gente e vedo bicchieri bellissimi, ma così fragili. Che pur solo una nota è capace di spezzare.

Guardo i loro occhi e sento smarrimento, come il rumore del mare.

La mia realtà non è questa. Non può essere questa.

Così fragile dinnanzi al tocco stesso delle dita.

Così delicata, come la pelle bianca di una donna.

La sua stessa fragranza.

Il suo stesso seducente atteggiamento.

Non può essere così semplice umiliarla. Disprezzarla. Ogni giorno. Con il proprio comportamento.

Mi guardo intorno e vedo continuamente gente che non ha rispetto nemmeno per se stessa. E lo scopro, in me, guardandomi allo specchio.

Sarebbe meraviglioso poter vivere in una realtà meno fragile.

E meno umiliata.























E' facile poter dire che siamo tutti cattivi. E pur evitando di confessarcelo apertamente, è ancora più facile accusare gli altri, sentendosi al di sopra di una stessa autocritica.

Conturbandoci su questo aspetto, sarà difficile vedere le cose con obiettività.

Vi dico una cosa.

State pensando: “Ma che cazzo sta scrivendo 'sto tizio, qua?”

Ne sono sicuro. Non mentite.

“Con la menata di sopra, là, vetro... cose. Cosa avrà voluto dire?”

Non c'è un professore di italiano che insegnerà “il senso” di “quest'immagine bellissima, che è rappresentato da questo passaggio del pezzo”. Ve lo garantisco.

Quindi vi assicuro che non c'è niente di cervellotico dietro. Come in tantissime altre cose che altrettanto non ne avevano, ma qualcuno ce l'ha voluta trovare per forza.

Vi spiegherò io stesso il senso di questo scritto.

Il vetro, rappresenta un'espressione paradigmatica della nostra fragilità, ossessiva, compulsiva, nel vedere insidie dietro l'angolo. A vedere riflessi lì dove non c'è niente, a vedere ombre la dove c'è luce.

Il vetro è il simbolo della nostra bravura tecnica. Lo è stato moltissimi anni prima di tante altre creazioni sublimi del nostro essere giocolieri della materia. E' la meraviglia fatta oggetto. E' la trasparenza. Sinonimo di pulizia. Di chiaramente visibile sebbene filtrata.

Il vetro è i nostri stessi occhi. Che filtrano la realtà per il nostro mondo interiore.

Siamo così smarriti perchè,in fondo, ogni nostra considerazione potrebbe essere messa in dubbio in qualsiasi momento. Anche la certezza più grande della nostra misera storia, vacilla sotto i colpi dell'immensità dell'universo.

Vi faccio una domanda.

Credete nell'infinità dell'universo?

Si?

Perchè?

Moltissimi di voi l'hanno imparato a scuola.

Ed è una teoria che fino a prova contraria è inconfutabile. In definitiva l'ennesimo paradosso della nostra logica.

La nostra stessa matematica, probabilmente l'unico vero linguaggio universale (nel senso pieno del termine), è basato su alcuni assiomi inverificati e inverificabili.

Niente è realmente prevedibile dall'essere umano.

Perciò siamo tanto fragili.

Perciò abbiamo così paura della morte.

In ogni momento potrebbe succedere qualcosa che ci aprirebbe consapevolezze mai avute. O forse perdute.

Pensate al terremoto dell'Aquila.

Il nostro irriguardo nei confronti della vita è, a volte, semplicemente scandaloso.

Vita e morte. Non sono l'uno l'annullamento dell'altra. Non sono nemmeno due parti della stessa equazione, che si annulla a vicenda.

La vita e la morte sono la stessa cosa. Si è nulla e si diventa un “io”. E poi si ridiventa di nuovo nulla.

Cos'è un io?

E' semplicemente un ammasso di “carne pensante”? Degradata la carne, non rimangono che i vermi.

Siamo questo noi?

C'è qualcuno che pensa che un io è qualcosa di molto più complesso, profondo, di vorticosamente profondo.

C'è qualcuno che pensa che nell'io ci sia il tocco di un Dio.

In ogni io, qualcun' altro pensa, c'è tutta la Vita. C'è un messaggio primordiale lanciato attraverso il tempo durante tutte le ere dell'universo. Un messaggio che arriva da distanze incalcolabili.

Un'unico*, singolo messaggio.

Una carne come quella di maiale, non è molto dissimile da quella di un essere umano. Per niente.

Il DNA di un polipo marino, non è poi così dissimile da quello di un essere umano**.

Siamo i messaggeri di Dio, se volete chiamarlo così.

Siamo gli stessi destinatari di quel messaggio.

Se fossimo davvero consapevoli di una cosa del genere, tutti, ci comporteremmo in un'altra maniera.

Di questo ne sono certo.

Anche se come vi ho appenda detto di certo, non c'è assolutamente nulla.























Se siete arrivati fino a questo punto, significa che non vi siete arresi prima.

Notevole. Veramente notevole.

Alcuni di voi, sicuramente saranno stati attratti dal modo bizzarro in cui è stato posto il testo.

Non tanto a livello di struttura lessicale, molto semplice nella sua essenzialità e banale nell'ideazione, ma quanto più a livello di formattazione. Per usare un termine più adeguato.

Se avete letto fin qui, potrebbe essere solo per curiosità.

Mi sta bene.

Potete essere tutti, indistintamente, degli ottimi critici. Pur mossi da semplice curiosità. Anzi credo che i migliori critici siano proprio così. Dei semplici, raffinati, cuoriosi.

La spiegazione qui sopra, del testo di apertura, è il dialogo surreale dello scrittore con il proprio stesso testo. E' come ognuno di noi che si è trovato a parlare ad alta voce allo specchio.

Ritorna il vetro. Anche in questo, come vedete.

Un vetro particolare.

Ma pur sempre un vetro.

Un vetro seppur fittizio e ingannatore.

La cosa veramente simpatica di tutto questo è che siete arrivati a leggere fino a questo punto, senza motivo.

Potevate non leggere del tutto questo testo e non aver imparato (o disimparato) niente. Assolutamente niente.

Arte.

































A questo punto, credo nessuno di voi sarà arrivato a leggere qui. Non ci credo.

Non ci posso credere.

O è davvero arte, la mia.

O è culo.

Si perchè ci vuole culo a trovare, pur solo due persone, e riuscire a convincerle a seguirti in un ragionamento. Zeppo di stronzate.

Se siete arrivati a questo punto, significa che sono un fortunato.

Ma con una certa classe.

Forse qualcuno di voi, magari un medico, uno specialista, in questo testo troverebbe i segni di qualche squilibrio mentale già studiato, ma del quale non sono mai stato consapevole.

In qualche modo innocuo. Pertanto accettabile.

Oppure vi starete chiedendo di essere usciti di testa un po' voi stessi, se avete letto fino a questo punto.

Anzi, potrei dirvi io stesso, guardate che gli squilibrati siete voi.

Siete realmente sicuri che tra me e voi, quello con i problemi mentali sia io?

Nelle vostre certezze quotidiane, sicuramente si. Dinnanzi alla morte, ho i miei dubbi.

Punti di vista.

Ho appena affermato che la mia è un'espressione artistica.

Punti di vista.

Appunto.

E' un quadro futurista. Dipinto a parole.

Stupide, banali, come alcuni colori usati nei quadri. Semplici simulacri di un colore irriproducibile.

Senso estetico e significato da decifrare.

A me non piacciono i quadri futuristi. Non mi trasmettono nulla.

Ecco, a me non piace quello che scrivo.

Penso sia un problema comune a molte persone, che si cimentano nella scrittura, anche semplicemente per lavoro.

Scriviamo e non siamo mai contenti di quello che scriviamo. E' come se fossimo troppo tesi a fare bella figura in un'occasione mondana. Ci sentiamo osservati e giudicati. Impacciati.

Ed è giusto così.

E' profondamente giusto che chi legge, o vede, o osserva, le creazioni di altre persone, dia un giudizio. Seppur personale. Condiviso o individuale che sia.

E' per questo che mi meraviglio che siate arrivati fino a qua per dare un giudizio su questo testo.

Avreste potuto farlo già alla seconda riga.

Vi facevo più furbi.



*ho scritto deliberatamente “un'unico” con l'apostrofo perchè mi piace così. Un articolo e una parola che sono profondamente simili, che sono la stessa parola con, appunto, un'unico significato. Mi piace vederli legati più profondamente, come in un abbraccio amorevole per mezzo di un semplice apostrofo.

Del resto anche nella pronunzia, “un unico” è una sola parola, solo leggermente divisa in due..

Uno e Unico.

Uno specchio che riflette se stesso.

Ancora uno specchio, come vedete.


**In questo passaggio ho voluto dare a un semplice convincimento personale e inverificato, l'aura di un'affermazione certa. Non conosco la teoria scientifica come si esprime in materia ed anche se ho letto qua e là qualcosa, non sono sicuro che ciò corrisponda esattamente alla situazione scientifica del nostro tempo. Non sono uno scienziato, non ho le capacità di dare giudizi su questo.

Pertanto, non ha senso proseguire.


***Vi starete chiedendo, se siete stati davvero attenti (lo dubito fortemente, perchè continuando a laggere credo che lo state facendo per lavoro o per pietà), ma non c'erano solo due asterischi (*,**), non un terzo (***) vicino a una parola?

Ed è vero.

Questi tre asterischi finali, sono un test di sopravvivenza.

La vostra.





Nota finale dell'autore: smentisco totalmente la nota iniziale. In realtà lo scritto è stato composto, di getto e non in momenti successivi, se non quelli del tempo materiale intercorrente a premere il tasto ENTER della tastiera per lasciare spazio vuoto tra una parte e l'altra.

Solo la revisione finale è stata eseguita in un secondo tempo. Quello di una sigaretta.

Se la nota iniziale rappresenta almeno nella formattazione un antescritto, questa finale è un ANTI-SCRITTO, nel senso che smentisce la premessa stessa dello scritto. Quindi di se stessa.

Sto smentendo me stesso.

Come facciamo, tutti, in fondo. Ogni giorno.

Se avete letto fin qui, non siete semplicemente dei critici curiosi.

Ma degli eroi.



Francesco Salistrari.

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